La patetica. Čechov sulle note di Čechov

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La patetica. Tre sgangherati movimenti sulle note di Čechov alle Carrozzerie n.o.t. di Roma. Recensione

 

Cechov
Foto Valeria Tomasulo

Si avvicina sempre per frammenti, in teatro, il tocco della storia. Si fa per passaggi angusti e per grandi praterie, si libera tra le fiamme infernali e si libra, invece, tra i venti di paradiso. C’è qualcosa che inizia a mostrarsi con chiarezza nell’odierno ricorso alla scena, cui affidare segreti e smanie di umanità in via d’espressione: fino a questi ultimi anni era il tradimento del pop a presentarsi come detonante movimento d’avanguardia, l’estremizzazione dei connotati al fine di recuperare per converso una verità essenziale del testo classico o soltanto dell’orma del tempo, giungendo però a perdere pian piano di freschezza fin quasi a dire svuotati e replicanti certi meccanismi creativi; di contro si affaccia ora una generazione di artisti che inizia a immaginare un teatro nuovamente attratto dalla tradizione ma che di essa non conserva la polvere di un’annoiata finzione espressiva e trova invece una linea tutta personale nelle difficili pieghe di un’applicazione “classica” della regia teatrale.
Il pensiero era in nuce, ma solo dopo aver visto La patetica, progetto creativo nato dalla collaborazione tra la Compagnia Marabutti di Roma e l’Associazione Culturale Nahìa di Bologna, in scena a doppia firma (Paolo Zaccaria e Lorenzo De Liberato, anche autore) in uno degli spazi in più rapida ascesa della capitale come le Carrozzerie n.o.t., è diventato evidente imponendosi come il seme di una riflessione da farsi presto collettiva.

Il pretesto è teatrale, anzi, metateatrale. Il sottotitolo recita: tre sgangherati movimenti sulle note di Čechov. Mettiamo il caso che alcuni personaggi de Il Gabbiano, capolavoro dell’autore russo, siano riuniti in un teatrino cadente e si presume periferico rispetto alla cultura alta proprio per lavorare alla messa in scena de Il Gabbiano. No, niente giochi di specchi. Qui il fatto è concreto. Il metateatro, quando non si presenti come inutile solipsismo, acquista funzioni umane e va a soverchiare il semplice pretesto, pone l’arte dell’attore a movenza esemplare, esercizio di mondo su palcoscenico, svicola cioè la facile addizione di teatro che parla del teatro e la promuove in quanto teatro che, rappresentando una situazione umana in cui il teatro stesso si offra come modello, parla di vita. Per dirla ancora: la compagnia che deve interpretare Čechov nel contempo si carica sulle spalle il “problema Čechov” da portare in scena.

Cechov
Foto Valeria Tomasulo

Bucate le pareti corte, dove i personaggi-attori si perderanno tra il dentro e fuori scena, una recitazione asciutta (davvero in forma l’intero corpo attoriale, in cui spiccano il cinico Stefano Patti e la diva decadente Chiara Poletti) e un dosaggio dell’ironia fluttuante tra l’imitazione di sé stesso personaggio e del carattere rappresentato, con anche certi luoghi comuni della letteratura russa, fanno di questo lavoro molto più che un esercizio di stile; il fallimento della messa in scena si rivolge infatti alle loro esistenze sfitte che, con delicatezza e disincanto, sono assunte nello sguardo del custode (lo stesso Zaccaria, abilissimo nell’ambiguità tra dentro e fuori scena), vero regista, osservatore esterno di una pièce – l’esistenza – in corso di scrittura. Eppure anche questo piano, che può apparire cerebrale, non è corretto: c’è un’emozione incolta, primaria, che suona in un violino scordato le note di una Patetica malandata, irraggiungibili la scrittura di Čechov e quelle note di Beethoven. Ma lo è davvero? L’abbandono della commedia sembra dire che il fallimento si presenta per questa generazione come una dissoluzione prevista dall’ambizione, è abbandono della commedia, del teatro, della vita dunque. Con la “paura” – ultima parola del testo – di ogni abbandono. Che chiamano, sgomenti, libertà.

Simone Nebbia
Twitter @Simone_Nebbia

Carrozzerie n.o.t. – Marzo 2015

LA PATETICA
Tre sgangherati movimenti sulle note di Cechov
Testo di Lorenzo De Liberato
Regia di Paolo Zaccaria e Lorenzo De Liberato
Con Benedetta Corà, Fabrizio Milano, Stefano Patti, Chiara Poletti, Mario Russo e Paolo Zaccaria

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Critico teatrale, ha una formazione interamente letteraria. Animatore del quotidiano di informazione teatrale onlinewww.teatroecritica.net, collabora con Radio Onda Rossa e ha fatto parte parte della redazione de I "Quaderni del Teatro di Roma", periodico mensile diretto da Attilio Scarpellini. Nel 2013 è co-autore del volume "Il declino del teatro di regia" (Editoria & Spettacolo, di Franco Cordelli, a cura di Andrea Cortellessa) e collaboratore della rivista "Orlando" (Giulio Perrone Editore) diretta da Paolo Di Paolo. Ha collaborato con il programma di "Rai Scuola Terza Pagina". Uscito a dicembre 2013 per l'editore Titivillus il volume "Teatro Studio Krypton. Trent'anni di solitudine". Suoi testi sono apparsi su numerosi periodici e raccolte saggistiche. È, quando può, un cantautore.