Teatrosofia #8. Socrate e l’immagine “pacata” di Senofonte

Teatrosofia esplora il modo in cui i filosofi antichi guardavano al teatro. Continuiamo a parlare di Socrate attraverso le parole del suo allievo, Senofonte.

In Teatrosofia, rubrica curata dal nostro redattore Enrico Piergiacomi – dottorando di ricerca in filosofia antica all’Università degli Studi di Trento – ci avventuriamo alla scoperta dei collegamenti tra filosofia antica e teatro. Ogni uscita presenta un tema specifico, attraversato da un ragionamento che collega la storia del pensiero al teatro moderno e contemporaneo.

Socrate
Socrate

I quattro libri di Memorabili, in cui Senofonte raccoglie aneddoti su Socrate, riportano spesso alcuni suoi dialoghi con uomini o donne intorno a temi teologici ed etici. L’opera è di carattere prettamente apologetico, perché l’autore intende testimoniare l’infondatezza delle accuse che portarono il suo maestro alla morte. Socrate non negò affatto gli dèi della città, giacché nelle sue conversazioni invitò gli interlocutori a credere nella loro benevolenza e nella loro capacità di predire il futuro. E non fu nemmeno un corruttore dei giovani. Infatti, egli consigliava a questi ultimi di ricercare la virtù, di rispettare parenti e amici, di contribuire in tutta onestà agli affari pubblici della città, sebbene solo dopo aver appreso i propri limiti e i propri doveri.

Tra i dialoghi che testimoniano l’estraneità dalla corruzione dei giovani, vi è quello tra Socrate e Lamprocle, il maggiore dei suoi tre figli, che un giorno si adirò con la madre Santippe, per aver ri-cevuto da lei alcuni aspri rimproveri. Il filosofo lo convince con vari argomenti ad abbandonare la collera che prova e a nutrire al suo posto la gratitudine per i benefici ricevuti in passato dalla genitrice, così da evitare il disprezzo dei governanti e degli dèi, che non approvano la mancanza di rispetto verso i genitori. Una di queste argomentazioni fa un preciso appello agli attori, che induce Lamprocle a considerare i rimproveri della madre come rimbrotti pronunciati a fin di bene. Al pari degli attori che si ingiuriano e si minacciano sulla scena solo per finta, ossia non scagliando ingiurie e minacce effettive, ella ingiuria e minaccia il figlio nella vita senza vero malanimo. Il genuino scopo che la muove è migliorare il figlio, attraverso la paura della punizione e lo stimolo a riparare all’offesa.

Il paragone con l’attore risulta piuttosto “pacato”, appare addirittura deludente nel suo facile moralismo. Da Socrate, potremmo dire, ci si sarebbe aspettato ben altro. Ma se leggiamo un’altra opera socratica di Senofonte, vale a dire il Simposio, emerge forse una ragione profonda che spiega il ricorso a questa insipida argomentazione. Due episodi del testo – che mostrano l’atteggiamento di Socrate verso altri due tipi di arte performativa – sono particolarmente eloquenti. Il primo si trova nel capitolo 3, dove il filosofo approva il suo discepolo Antistene che taccia i rapsodi di essere una “genia vuota”, nonché aggiunge che questi non capiscono il senso dei poemi omerici che recitano. Un altro episodio illuminante è nel finale dell’opera, in cui Socrate dà prova di grande autocontrollo di fronte all’esibizione erotica di due danzatori, che finiscono per baciarsi appassionatamente di fronte agli spettatori provocando in loro una violenta eccitazione. Il filosofo – pur sposato con Santippe – è uno dei pochi mariti a lasciare con calma il luogo del simposio, invece di correre al galoppo come altri verso casa, per giacere con la propria moglie. Tenendo a mente questi due luoghi, si può forse concludere che Senofonte attribuisca al maestro un così freddo paragone per mostrare la sua indipendenza dalla seduzione degli attori, la sua ferma capacità di guardarsi da quanto essi hanno di inquietante. In altri termini, riducendoli a personaggi che fingono di minacciarsi sulla scena e non comprendono addirittura il significato profondo di quello che dicono, egli mostra di saperli nello stesso tempo usarle come un’immagine edificante per il figlio e spogliarli del loro più grande potere.

Vi è in ogni caso un grosso problema nella testimonianza di Senofonte. Se Socrate fu davvero un tale difensore degli dèi e dei costumi etici della città, come mai gli Ateniesi lo avrebbero ucciso e lo avrebbero calunniato apertamente accusandolo del contrario? Questo sospetto induce, allora, a vedere con la stessa cautela anche l’attribuzione di un disprezzo e di un autocontrollo così marcato nei confronti dell’arte dell’attore. Vedremo del resto, nel prossimo appuntamento, che Platone dà al contrario l’immagine di un Socrate sensibile al fascino della scena. Il disprezzo e l’autocontrollo si rivelerebbero in tal senso solo una delle facce del filosofo dalla natura multiforme e sfuggente.

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– Eppure io non le ho mai detto né fatto alcunché per cui dovesse vergognarsi. – Come! pensi di far più fatica tu ad ascoltare le sue parole che gli attori quando nelle tragedie si lanciano tra loro le ingiurie estreme? – Ma, io penso, siccome credono che, quando parlano, chi riprende non riprende per punire né chi minaccia, minaccia per far del male, per questo le sopportano facilmente. – E tu, allora, ben sapendo che quel che tua madre ti dice, non te lo dice perché è mossa da cattivo sentimento, ma perché desidera procurarti più beni che agli altri, nondimeno t’adiri? O pensi che tua madre ti voglia male? – Oh no, rispose: non lo penso questo. (Senofonte, Memorabili II 2.8-10)

E tu, continuò [Socrate], o Nicerato, di quale scienza vai orgoglioso? – Mio padre, rispose quello, che si prende cura di farmi diventare un uomo dabbene, mi ha costretto a imparare tutti i versi di Omero: anche adesso potrei citare a memoria tutta l’Iliade e l’Odissea. – Ti sfugge, forse, disse Antistene, che pure i rapsodi, tutti quanti sanno codesti versi? – Come potrebbe sfuggirmi se ogni giorno vado ad ascoltarli un po’? – E conosci una genia più vuota dei rapsodi? – No davvero, per Zeus, rispose Nicerato: non mi pare di conoscerla. – La ragione è chiara, notò Socrate: essi non intendono il senso di quel che recitano. (Senofonte, Simposio 3.5-6)

Ed ecco Arianna, abbigliata da sposa, s’avanzò e prese posto sul seggio. Siccome Dioniso non appariva, il flauto intonò un motivo bacchico. E qui ammirarono tutti il maestro di danza, ché Arianna, appena l’udì, fece intendere a ognuno che l’aveva udito con piacere: lo si capiva dai gesti – non si avanzò per andargli incontro, né si levò, ma era chiaro che penava a star ferma. Quando Dioniso la vide, danzandole vicino come uomo innamorato, le sedette sulle ginocchia e, presala tra le braccia, le dette un bacio. Ella, pur vergognandosi, l’abbracciò a sua volta con tenerezza. A quella vista i convitati applaudirono insieme e insieme gridarono il “bis”. Allora Dioniso, alzatosi, fece alzare Arianna e, dopo, si mostrarono in atteggiamento di baciarsi e di carezzarsi tra loro. Vedendo Dioniso tanto bello e Arianna tanto delicata, che non per scherzo, ma per davvero si baciavano, rimasero tutti a guardare, in preda a una violenta emozione. E udirono Dioniso che chiedeva alla fanciulla se gli volesse bene e lei che giurava in guisa tale che non soltanto Dioniso, ma i presenti tutti avrebbero affermato che si amavano tra loro. Sembrava che non si atteggiassero a quel modo perché l’avevano imparato, ma perché volevano soddisfare un antico desiderio. Infine i convitati, vedendoli così stretti, in procinto quasi di andare a letto, gli scapoli giurarono di sposarsi, gli sposati, invece, balzati a cavallo, si diressero in fretta dalle loro spose per godere anch’essi come quelli. Socrate e gli altri rimasti uscirono fuori con Callia per accompagnare Licone e il figlio a far due passi. Questa fu la fine di quel convito. (Senofonte, Simposio § 9.3-7)

[Le traduzioni dei passi di Senofonte sono tratte da R. Laurenti (a cura di), Senofonte. Le opere socratiche: Memorabili, Convito, Apologia di Socrate, Economico, Padova, CEDAM, 1961. Si consiglia il volume anche per la consultazione degli altri due scritti socratici non citati].

Enrico Piergiacomi
Twitter @Democriteo

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2 COMMENTS

  1. Ciao Enrico,
    perdona questo mio ludico intromettermi, ma oramai mi sta diventando abitudine e non posso mancare.

    1 Se Santippe inveisce contro il figlio con il nobile (quanto pericoloso) scopo dell’educazione, perché mai gli attori, nel loro ingiuriarsi, non dovrebbero avere uno scopo altrettanto nobile?
    L’unico modo per sciogliere il dilemma sarebbe poter sentire Socrate mentre parla con Lamprocle, poiché così come in teatro, ciò che conta non è tanto il “cosa” quanto il “come”.

    2 Sul fatto del “non capire il senso profondo di quel che si dice”: è abbastanza facile intuire quando una persona dice cose che non capisce ed è ancor più facile se quella persona è un attore nell’esercizio delle sue funzioni. Anche al giorno d’oggi i palcoscenici sono colmi di attori che non sanno quel che dicono (e sono facilmente smascherabili, poiché l’udito non tradisce tanto quanto la vista), ma non tutti gli attori sono così!
    E’ davvero strano che ai tempi di Socrate “tutti” i rapsodi “stonassero” Omero e se così non era, allora è strano il fatto che Socrate potesse così facilmente generalizzare!

    3 Invece il caso dei due attori che si baciano scatenando reazioni, testimonia sicuramente di un fatto: quei due attori erano molto bravi e forse anche ci dice della frequentazione teatrale di Socrate, che non si lasciò così facilmente coinvolgere da una finzione.
    Dunque, nel primo caso Socrate, generalizzando in quel modo, sembra non essere un grande frequentatore e ascoltatore di teatro, mentre nel secondo, mostra invece d’esserene esperto, al punto da non lasciarsi influenzare da un tema forse per lui poco interessante, quale “un uomo ed una donna che si baciano”.

    Un saluto e sempre grazie.

    Claudio

  2. Caro Claudio,

    grazie mille per il tuo giocoso (e serissimo) intervento! Non chiedere scusa, per me rispondere ai commenti a Teatrosofia è un piacere, nonché un modo per approfondire le questioni poste. Vengo ai tuoi punti:

    1. Sono assolutamente d’accordo con te. Inoltre, sono convinto che gli attori abbiano uno scopo nobile, nonostante molti (antichi e contemporanei) lo neghino e riducano gli artisti performativi a meri intrattenitori. Precisare quale sia tale obiettivo, naturalmente, è uno degli obiettivi della nostra ricerca in comune. Finora mi sono limitato a fornire qualche spunto utile, però spero che un giorno emerga una proposta “risolutiva”, da me o dai lettori.
    Detto questo, secondo me, Socrate è volutamente esagerato nella sua polemica, perché intende sostituire rapsodi, poeti, attori, ecc. nel loro ruolo di educatori, che a suo avviso non è assolto correttamente. Costoro dicono per lui delle cose profonde e bellissime, ma non hanno la consapevolezza razionale di ciò e non possono, di conseguenza, portare gli altri ad acquisire un sapere ben fondato. Spero di esporre tutto questo in modo chiaro nel prossimo appuntamento, dove vedremo Socrate in dialogo con un rapsodo (si studierà il dialogo “Ione” di Platone).
    Quanto al discorso sul “come”, hai ragione. Potremmo provare a far risuonare queste parole in un teatro e vedere cosa succede…

    2. Qui devo scusarmi io, perché la traduzione di Laurenti – pur ottima – non esprime pienamente il denso significato della battuta di Socrate, che in greco riporta: “delos gar, oti tas uponoias ouk epistantai”. La parola intraducibile è qui “uponoia”, che denoterebbe il significato “recondito” dei poemi omerici, che si manifesterebbe solo dopo un’esegesi del contenuto dei suoi versi, presumibilmente di carattere allegorico. Uso tutta questa cautela perché – come in molte altre cose – sulla questione non c’è accordo tra gli studiosi, alcuni dei quali affermano che il termine denoti un’interpretazione dall’intento moralistico e dalla volontà di risolvere un’apparente contraddizione. L’esempio tipico è l’esegesi di Antistene del canto IX dell’Odissea, che sana il contrasto tra i vv. 106 ss., in cui si legge che i Ciclopi come esseri pii / eticamente corretti, e i vv. 275-276, dove invece è riportato che i Ciclopi non onorano gli dèi e si fanno beffe di loro, dicendo che il primo luogo riporta il pensiero di Omero, il secondo un discorso falso e “spaccone” di Polifemo. In ogni caso, ritengo che sia più credibile ritenere una “uponoia” una spiegazione allegorica, che è poi quella che figura più di frequente in altri filosofi. Teagene di Reggio lesse la lotta degli dèi omerici come una rappresentazione del conflitto tra gli elementi, mentre Democrito interpretò le colombe che portano l’ambrosia a Zeus come l’allegoria delle esalazioni marine che alimentano il Sole.
    Per far capire meglio di cosa parliamo quando parliamo di “uponoia” e quel che intende dire Socrate, faccio un esperimento. Immaginiamo che questa pratica interpretativa abbia ancora vigore. Un filosofo potrebbe allora prendere il “Woyzeck”, leggere la scena del dialogo tra Woyzeck e il Capitano, interpretarla come un’allegoria che afferma segretamente che la virtù è il bene ultimo ma non può essere conseguita tra le fila del popolo, per poi andarla a vedere rappresentata a teatro. Probabilmente a quel punto direbbe: “Non c’è genia più vuota degli attori! Rappresentano Woyzeck e il Capitano, ma nemmeno si rendono conto di stare parlando della virtù e della sua tragica irrealizzabilità, al di fuori della cerchia dei nobili”.
    Il punto non è dunque che tutti i rapsodi recitano male Omero. Anzi, probabilmente Socrate avrebbe riconosciuto che alcuni lo recitavano malissimo e altri da dio (di nuovo, rimando al prossimo appuntamento). Il punto è che tutti i rapsodi non si preoccupano di portare alla luce il significato nascosto dei poemi omerici, perché si limitano a narrarne i fatti e si preoccupano di altri dettagli più “superficiali”.
    Stando così le cose, allora in realtà l’accusa di Socrate potrebbe addirittura essere rovesciata in senso positivo. I rapsodi non vogliono capire un messaggio nascosto di Omero, bensì “far vivere” Omero, con la speranza che un tale atto di rivitalizzazione conduca alla conoscenza di qualcosa che prima era ignoto o non evidente. Oppure, non è detto che sia Socrate che i rapsodi abbiano lo stesso obiettivo e ritengano di fare due cose diverse, solo perché hanno intrapreso due percorsi di ricerca contrari.

    3. Hai ragione e non ho nulla da obiettare. La mia idea – che non posso dimostrare facilmente – è che Socrate capisse benissimo il teatro. Se a volte mostrava apparentemente il contrario, era forse per fini dialogici. Non va dimenticato che un altro tratto caratteristico della figura di Socrate è il continuo ricorso alla “ironia”, ossia alla dissimulazione delle sue reali intenzioni e dei suoi veri pensieri per indurre l’interlocutore a proporre quello che pensa durante il dialogo. Forse, ogni volta che sembra non essere un frequentatore del teatro, lo fa solo per finta. Del resto, Socrate potrebbe ad esempio approvare Antistene, allo scopo di indurre Nicerato a cercare la verità da solo, più che a farsela insegnare da altri.

    Ancora grazie per il commento. Un caro saluto e a presto,

    Enrico.

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