Roberto Latini. Agli orli della vita

Roberto Latini presenta il debutto finale de I giganti della montagna

 

foto futura Tittaferrante

Vocazione. Secondo capitolo.
Capita a Simonenebbia critico teatrale di costruire un piccolo calendario interno, intimo, e che qualcosa resti come un residuo di appartenenza, una visione rimandi a un’altra senza che vi sia alcuna sequenza, continuità. Ma per un mestiere che è un po’ missione e un po’ malattia va bene anche questo riconoscere, riconoscersi, attraverso il teatro che si vede. Siamo spettatori dell’invisibile, incantati dal crinale che divide la verità dalla finzione e mescola noi nel vento madido che proprio lì s’innalza, siamo sonde di mondi indistinguibili, inesistenti se non nello spazio di una concretezza momentanea, in via di sparizione. Ecco, il teatro che vediamo e che tracciamo pena in cuore e penna in mano è proprio così: in via di sparizione. E però, secondo due linee ben distinte di significato. Da un lato è l’evanescenza priva di soglie, quella nube in cui sembra possibile l’oscurità in luce e il sonno in veglia, la stremata, sbracciata determinazione di esistenza che si tradisce e scompare, nel punto esatto in cui c’è stato qualcosa, bisogna accettarlo – è raggelante ma vitale: ora non c’è più; dall’altro lato è la renitenza dei cavalli sulla via maestra, quell’inspiegabile, in apparenza, ostilità verso la strada battuta e la direzione certa, movimento a perdere col fumo davanti agli occhi e dietro le spalle di un attore di fronte al suo pubblico.

Come si esce dalla sala – il Pubblico Teatro di Casalecchio di Reno – dove si ha avuto modo di assistere a I giganti della montagna di Roberto Latini? Simonenebbia se lo sta chiedendo da quando ha visto Vocazione di Danio Manfredini, cosa accade quando un attore misura la propria finitudine di uomo al cospetto di altri, continua a farsi domande nel silenzio lasciato dall’assenza sulla scena, un istante dopo la sparizione della luce. Prima, prima erano state parole strappate a un testo mai finito, parole scelte come tracce dalla sintassi di Luigi Pirandello, che sembravano non esistite prima di apparire nella bocca di una pronuncia strozzata, non per tornare nel vuoto ma per scoppiare e restare in lui come un carico visibile, un masso di Sisifo da un lato all’altro dello spazio. Roberto Latini – assistito dall’indocile scrittura musicale di Gianluca Misiti e dalle luci aurorali di Max Mugnai – è artista in grado di caricare su di sé quel peso, di fare scelte sofferte come privarsi dell’attrice che aveva condiviso con lui la prima parte del percorso (Federica Fracassi) e continuare solo, trovarsi «qui, come agli orli della vita» e confessare la paura del doppio, quel “mito dell’arte” che accidentalmente l’autore lasciò – ma per essenza non avrebbe potuto altrimenti – non finito.

foto futura Tittaferrante
foto futura Tittaferrante

Un campo di grano fra tenebra e luce, dietro il velo nero che alza e abbassa la propria impostura sembra un roveto ispido, insidioso. Poggeranno o esploderanno le bolle di sapone che dall’alto vi cadono sopra? Vi resisterà il Cristo spaventapasseri che fa mostra di un corpo a un tempo vinto e palpitante? La pioggia proiettata cade perché incapace di appigliarsi al vetro della finestra, sarà asciutto il campo, sarà dunque stata, la pioggia? E sono parole che cadono trasparenti come le sfere a dire che «lo hanno preso per teatro, noi facciamo i fantasmi…», sarà per questo che un lampadario d’interni dall’alto rincorre l’attore e con lui la luce del mezzogiorno che penetra la notte delle ombre. L’uomo che si prova alla maschera ben consapevole che «le maschere non si scelgono» alza le mani e si arrende, comprende che «tutte le parole diventano crudeli» di fronte alla tenebra, così che la luce non scompare ma invita un’apparizione in un’altra come un inchino, rassegnazione a vivere a dispetto di ogni rovesciamento del noto nell’ignoto, scegliere l’arte non in opposizione alla vita ma proprio perché vita.

Basta, sono anni che il critico dice di Roberto Latini. Ha fatto il suo anche questa volta. Ma sono anni che questi suoi spettacoli, tra i pochi di cui rimarrà memoria nel teatro che si studierà di qui in avanti, faticano a trovare produzioni, sostegno, distribuzione. Si vedono e scompaiono, rimangono nei magazzini come burattini inservibili e impolverati, chinati su un muro e con l’espressione fissa di chi attende si alzi un nuovo sipario. Il sipario, già, il bacio di rosso che due lembi di stoffa si cercano per illudersi di lasciarsi mai. Latini, che sta discutendo la storia del teatro recente e sta facendo detonare i classici della forma di tradizione in avanguardia, è l’uomo che si frappone tra il teatro e l’estinzione, ferma con il trampolino che suicida i pirati la corsa delle stoffe, all’orlo della vita alza un braccio, si prende una luce liminare, sembra dire che l’arte è vivere un altro po’. Mentre muore.

Simone Nebbia
Twitter @Simone_Nebbia

Pubblico Teatro di Casalecchio di Reno – Gennaio 2015

Clicca su una foto per sfogliare la gallery – Fotografie di Futura Tittaferrante- ©tutti i diritti riservati

I GIGANTI DELLA MONTAGNA
di Luigi Pirandello
adattamento e regia Roberto Latini
con Roberto Latini
senza Federica Fracassi
musiche e suoni Gianluca Misiti
luci e direzione tecnica Max Mugnai
video Barbara Weigel
assistente alla regia Lorenzo Berti
collaborazione tecnica Marco Mencacci
realizzazione elementi di scena Silvano Santinelli
organizzazione Nicole Arbelli
foto Simone Cecchetti
produzione Fortebraccio Teatro
in collaborazione con Armunia Festival Costa degli Etruschi
Festival Orizzonti . Fondazione Orizzonti d’Arte
Emilia Romagna Teatro Fondazione

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