Teatrosofia #6. Gorgia, o il sincero inganno della tragedia

Teatrosofia esplora il modo in cui i filosofi antichi guardavano al teatro. Oggi si parla dell’inganno della tragedia.

In questa rubrica, curata dal nostro redattore Enrico Piergiacomi – dottorando di ricerca in filosofia antica all’Università degli Studi di Trento – ci avventuriamo alla scoperta dei collegamenti tra filosofia antica e teatro. Ogni uscita presenta un tema specifico, attraversato da un ragionamento che collega la storia del pensiero al teatro moderno e contemporaneo.

Jacques-Louis David, L'Encomio di Elena, 1728 (particolare)
Jacques-Louis David, L’Encomio di Elena, 1728 (particolare)

È pregiudizio corrente indicare con “sofista” chi elabori un discorso artificioso e falso, che mira a confondere l’uditore piuttosto che a persuaderlo con sensate ragioni. È così attribuita a questa figura la scelta deliberata di evitare il vero e di sostituirlo con una contraffazione del vero. L’erroneità del pregiudizio è però smentita, tra le varie cose, dall’esempio del sofista Gorgia, che con rara densità riuscì a definire la natura dello spettacolo tragico e per estensione del teatro. «La tragedia – riferisce per lui Plutarco – è un inganno, ma un inganno tutto particolare». Esso prevede infatti che chi inganna sia più giusto di chi non inganna, così come che chi è ingannato sia più sapiente di chi non è ingannato.

Purtroppo Plutarco non riferisce chi siano i quattro soggetti coinvolti nella rappresentazione tragica, per cui i dettagli della dottrina restano oscuri. Dato però che solo un agente umano può essere giusto e sapiente o avere caratteri contrari – il che esclude che l’artefice di inganno sia ad esempio l’apparato scenografico – si può supporre che qui vengano descritte due specie di attori e due specie di spettatori che prendono parte alla tragedia. Verrebbero implicitamente distinti l’attore buono e quello cattivo: uno cerca nello spettacolo tragico il teatro, ossia avverte chi ascolta che quanto sta per fare / dire è un consapevole gioco di suggestioni per cercare di far risuonare qualcosa di vitale; l’altro porta in scena se stesso, cerca la risata o la lacrima facile per ottenere consensi e ammirazione della sua tecnica. E tuttavia verrebbero anche separati lo spettatore buono – colui che accetta il gioco e si mette in vigile ascolto di quel suono segreto che l’artista tenta faticosamente di causare – dallo spettatore cattivo, il quale pretende che quanto avviene sulla scena corrisponda esattamente alla vita quotidiana: «Ma è tutto finto! – obietta – Una donna non si comporterebbe così se le venissero uccisi i figli; un uomo non direbbe queste cose se fosse davvero addolorato». Se questo è vero, la definizione può essere allora riformulata nei termini che seguono. La tragedia è un inganno collettivo in cui l’attore che inganna con il gioco del teatro è più giusto dell’attore che non inganna e in cui lo spettatore che viene ingannato da questo stesso gioco è più sapiente dallo spettatore che non ne viene ingannato.
Che Gorgia abbia in mente con la finzione tragica qualcosa che bisogna ascoltare più che vedere è del resto provato da un parallelo con il suo Encomio di Elena. I §§ 8-10 riportano che l’inganno è frutto del discorso, o per la precisione «di un discorso poetico che ingenera nell’ascoltatore delle passioni che portano la mente ad acconsentire alla menzogna».

Il punto di Gorgia è dunque duplice. Egli afferma che la finzione scenica manifesta una giustizia e una sapienza superiori a quel che ci ostiniamo a chiamare il “legale” e il “vero”, poiché dischiude di qualcosa di più profondo di quanto tutelano le istituzioni giuridiche e di ciò che siamo abituati superficialmente a constatare. Gorgia sottolinea poi che la finzione tragica non è come le finzioni ordinarie, in cui chi è ingannato non sa di esserlo, come dimostra ad esempio la relazione tra truffatore e truffato: qui, la persona truffata non accetta di essere ingannata e crede che il truffatore gli stia parlando in modo trasparente. Di contro, nella tragedia vi è una collaborazione a mantenere l’inganno da entrambe le parti, giacché vi è la consapevolezza condivisa di poter così ricavare qualcosa di arricchente per entrambi. Sperando che la formulazione non risulti paradossale, o peggio incomprensibile, si potrebbe dire che l’inganno su cui si fonda il teatro e che sia i buoni attori che i buoni spettatori vogliono alimentare è “sincero”. La suprema finzione estetica è al tempo stesso la migliore espressione di autenticità umana e intellettuale, che produce in chi si raduna a teatro coesione e conoscenza.

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Fiorì e venne celebrata la tragedia, considerata dagli uomini di allora come una recita e uno spettacolo meraviglioso, che procura con miti e passioni «un inganno», come dice Gorgia, in cui «colui che inganna è più giusto di chi non inganna e chi è ingannato è più sapiente di chi non è ingannato» (80 B 23 DK = Plutarco, Sulla gloria di Atene 348c; trad. mia)

[8] Se poi fu il discorso a persuadere e a ingannare l’anima, neppure in questo caso è difficile difenderla e scagionarla [Elena ]dall’accusa. Il discorso è un signore potente, che con un corpo piccolissimo e del tutto invisibile le azioni divine porta a compimento: può infatti far cessare la paura, eliminare il dolore, infondere gioia, far crescere la compassione. E come ciò avvenga, ora lo dimostrerò. [9] E bisogna dimostrarlo a quanti ascoltano, ricorrendo anche alla loro opinione. Considero e denomino la poesia in generale un discorso metricamente costruito; in coloro che l’ascoltano insorge un desiderio di abbandonarsi al dolore, e davanti alla buona e alla cattiva sorte di fatti e persone estranee, l’anima patisce per mezzo del discorso, una passione propria. Ma ora passiamo ad altro argomento. [10] Infatti gli incantesimi ispirati dal dio attraverso parole portano piacere e liberano dal dolore, poiché la forza dell’incantesimo, incontrandosi con l’opinione dell’anima, la seduce, la persuade e la trasforma con la sua malia. Della malia e della magia si sono trovate arti duplici, che sono errori dell’anima e inganni dell’opinione (Gorgia, Encomio di Elena, §§ 8-10 = 80 B 11 DK; trad. di Ioli)

[I frammenti di Gorgia e le testimonianze sul suo pensiero si trovano nel capitolo 80 di H. Diels, W. Kranz (Hrsg.), Die Fragmente der Vorsokratiker, 3 Bände, Berlin 1956. Un’ottima traduzione con un ricchissimo commento dei testi in questione è ora reperibile in R. Ioli (a cura di), Gorgia. Testimonianze e frammenti, Roma 2013]

Enrico Piergiacomi
Twitter @Democriteo

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