Teatro e carcere: nel Lazio i professionisti si coordinano

Teatro e carcere: pubblichiamo un articolo scritto per il quotidiano Il Garantista all’indomani della due giorni di incontri tenuta alla Casa dei Teatri di Roma dal Coordinamento Teatro e Carcere del Lazio

 

Romeo e Giulietta di Artestudio, Carcere di Latina
Romeo e Giulietta di Artestudio, Carcere di Latina

Il 2014 si è chiuso con un bilancio di 131 decessi avvenuti nelle prigioni italiane, di cui 43 suicidi, un lieve calo rispetto all’anno precedente (dati Centro Studi di Ristretti Orizzonti); il 2015 è cominciato male: 7 morti di cui 4 autoinflitte. Dal 2000 hanno perso la vita in carcere 2.378 persone, quasi una ogni due giorni e un terzo del totale per mano propria. I nostri lettori (l’autore fa riferimento a Il Garantista, quotidiano che frequentemente si occupa di diritti e storie dei detenuti ndr.) conoscono bene l’immagine che emerge da questi numeri impietosi, e la conoscono anche tutti coloro che in carcere prestano un servizio volontariato o professionale. Perché in carcere si può morire, ma si può imparare anche un lavoro o cominciare un percorso artistico. Il grande pubblico probabilmente conosce solo le esperienze più in vista come quelle di Armando Punzo a Volterra o di Fabio Cavalli a Roma (a quest’ultima i fratelli Paolo e Vittorio Taviani dedicarono il loro Cesare non deve morire), ma quello del teatro in carcere è un panorama molto vasto e sommerso, che va dalle azioni sporadiche dei volontari, alle attività degli educatori appassionati, fino al lavoro professionale svolto da singoli, gruppi teatrali, associazioni e cooperative che si occupano di teatro anche fuori dalle carceri. Alcuni di questi gruppi di professionisti del Lazio si sono riuniti in un coordinamento regionale con lo scopo di conoscersi, mettere in rete le pratiche e fare fronte comune davanti alle numerose problematiche. Il Coordinamento Teatro e Carcere del Lazio si è ritrovato il 24 e il 25 gennaio alla Casa dei teatri di Roma per una due giorni di stage aperta al pubblico dal titolo La vocazione teatrale. Teorie e tecniche del fare teatro in carcere. E la volontà di mettere al centro del percorso proprio il teatro è una delle riflessioni emerse da subito proprio durante le sessioni: è dal teatro che si parte per arrivare all’attività trattamentale, è grazie ad esso che si toccano quelle corde dell’anima sulle quali altri percorsi educativi avrebbero più difficoltà a lavorare.

Per Alba Bartoli di Artestudio il coinvolgimento è determinante, «c’è una sospensione, durante i nostri laboratori – gli utenti detenuti ndr. – sentono la possibilità di essere qualcos’altro, si sentono importanti e noi li trattiamo come fossero la nostra compagnia. Ci vuole leggerezza, prontezza, ascolto». In un backstage di 16 donne sulla porta, spettacolo di Artestudio del 2010, sono le stesse donne recluse a intervistarsi e a chiedersi reciprocamente un parere sul percorso teatrale svolto con lo storico gruppo diretto da Riccardo Vannuccini: «ci aiuta a sfogarci, io mi sento molto libera» afferma una ragazza con un accento dell’Est Europa, «In questo teatro si raccontano più scene, si parlano tante lingue» spiega un’altra.

Teatro e Carcere Rebibbia
Compagnia Artestudio – foto Max Bienati

Le arti performative insomma permettono di varcare certe soglie, di disinnescare quelle corazze che i detenuti sono costretti a indossare e soprattutto permettono loro di ritornare ad essere donne e uomini: la riappropriazione della personalità è uno dei primi passi imprescindibili nel percorso teatrale svolto in carcere. Lo spiegano Ludovica Andò e Laura Riccioli della compagnia Sanguegiusto, gruppo che da anni lavora nelle carceri di Civitavecchia. L’accento è, naturalmente, anche sulle difficoltà di operare in simili contesti: «Quando non hai un gruppo stabile l’obiettivo si indirizza maggiormente sulla persona», afferma Riccioli. La difficoltà in questo senso è quella di dare continuità artistica a un lavoro che in situazioni di passaggio, come le case circondariali, si rivela invece essere frammentato, nel quale gli operatori sono costretti ogni anno a ricominciare con nuovi gruppi e a dover ripensare il proprio fare teatro ogni volta con persone diverse; se a questo aggiungiamo la presenza ormai massiccia di detenute e detenuti stranieri nelle nostre carceri è facile comprendere che si tratta di un lavoro durissimo, molte volte fatto con pochi mezzi finanziari, per nulla facilitato dalla burocrazia – gli operatori e le operatrici ad esempio sono costretti a “chiedere l’articolo 17” (il permesso per l’entrata in carcere) per ogni istituto, cosa che complica anche uno scambio salutare di informazioni e pratiche –, ma in molti casi il percorso teatrale subisce anche l’assenza di un coordinamento rispetto al lavoro svolto dalle altre figure in carcere. Emerge come non sempre sia facile far comprendere agli agenti l’importanza dei momenti dedicati al teatro o di quanto sarebbe fondamentale avere per gli artisti/operatori uno scambio più assiduo con educatori e psicologi.

Teatro e Carcere compagnia rodez
Compagnia Rodez, foto teatroecarcere.wordpress.com

Poi c’è la lotta quotidiana per i finanziamenti con progetti che a ogni ciclo rischiano di non partire. Francesca Tricarico di Perananke lavora a Rebibbia femminile, alta sicurezza, ha vinto un bando regionale dedicato proprio al teatro sociale, ma deve trovare il modo di finanziare da sé il 40% del progetto; a molti di questi professionisti è capitato di dover lavorare gratuitamente o di anticipare il budget. Su questo Emanuela Giovannini di Adynaton – 15 anni con i minori di Casal del Marmo – è netta: «bisogna offrire la massima continuità, essere presenti quotidianamente, al di là dei finanziamenti».
Altro discorso è invece relativo alle poetiche e finalità primarie del fare del teatro in carcere. Antonio Turco (compagnia Stabile Assai) è nel sistema da 30 anni, è un educatore storico e ha fatto del teatro un secondo mestiere. La sua è una scelta radicale: la dimensione drammaturgica è quella penitenziaria, le storie devono essere storie di carcere e criminalità, per un teatro di parola fortemente incentrato sulla denuncia e la testimonianza. Ma quello di Turco è uno dei tanti approcci, il panorama è vivo ed eterogeneo e l’ufficio del Garante dei detenuti del Lazio, nella presenza dello stesso Garante (l’avvocato Angiolo Marroni) e di Patrizia Lanzalaco, ha espresso piena fiducia nei percorsi di teatro in carcere evidenziando come ci sia, anche da parte dei direttori delle strutture, una totale apertura verso i progetti.
Uno sguardo, necessario e interessante, è stato fornito anche da Paola Iacobone (Muses, attiva a Cassino) con uno spaccato della realtà inglese, piena sì di contraddizioni (la compresenza di strutture detentive gestite dai privati è una delle tante), ma anche forte di una gestione del lavoro artistico di primissimo livello.
Il nodo da sciogliere nel Lazio, ma più in generale in Italia, riguarda proprio la messa a sistema di esperienze rispetto alle quali le istituzioni dovrebbero far di tutto per semplificarne i processi, riconoscendo così il valore culturale e terapeutico di qualcosa che ha profondamente a che vedere con l’essere umano.

Andrea Pocosgnich
Twitter @andreapox

Questo articolo è apparso su Cronache del Garantista il 28 gennaio 2015. Per gentile concessione

info sul Coordinamento teatroecarcere.wordpress.com

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Laureato in Storia del Teatro presso l’Università Tor Vergata di Roma con una tesi su Tadeusz Kantor, ha frequentato il master dell’Accademia Silvio D’Amico dedicato alla critica giornalistica, ha fondato nel 2009 Teatro e Critica di cui attualmente è uno degli animatori. Come critico teatrale e redattore culturale ha collaborato anche con Quaderni del Teatro di Roma, Metromorfosi, To be (free press dedicata al teatro), Hystrio, Il Garantista. Da alcuni anni insieme agli altri componenti della redazione di Teatro e Critica organizza una serie di attività formative rivolte al pubblico del teatro. Dal 2013 al 2014 è stato uno degli insegnanti di Storia del Teatro del progetto Lazio in Scena. Nel 2013 ha ideato e progettato (insieme agli altri componenti di Teatro e Critica) la app Teatro Pocket.