Tacchino critico ripieno: Murakami, Bonatti e filastrocche

Tra le molteplici offerte teatrali, sul Taccuino Critico si appuntano segni di sguardi diversi che rispondono a un’unica necessità: osservare, testimoniare, dar conto dell’espressione pura, del piccolo e grande teatro…

Foto Emiliano Tirabassi
Foto Emiliano Tirabassi

IL DITO SULLA BOCCA
Segreti in filastrocca
Compagnia Paltò Sbiancato
di Donatella Ferrara
regia Stefano Maria Palmitessa
con Alessandro Calamunci Manitta, Mary Fotia, Alessandro Laureti,Marina Loré, Ornella Lorenzano, Monica Maffei, Eleonora Albrecht
musiche originali Pxxx
scenografia Luciano Ciandra
coreografie Mara Palmitessa
assistente alla regia Marina Lorè

Come spettatori fedeli abbiamo spesso la possibilità di conoscere un attore, regista o compagnia e seguirne il percorso artistico e professionale. È il caso della Compagnia Paltò Sbiancato e del suo regista Stefano Maria Palmitessa, sempre contraddistinti da una specifica modalità scenica, la cui forma è densa di significazione: dai trucchi in volto degli attori fino ai costumi, passando per un linguaggio che nella sua ricercatezza diventa medium drammaturgico. Alla Sala Studio del Teatro Vascello abbiamo visto Il dito sulla bocca, segreti in filastrocca, lavoro che partendo dal testo in romanesco scritto dall’autrice Donatella Ferrara viene articolato in tre quadri distinti– La Magrassa, l’Antonpofaga, l’Assemblato – chiusi da una «canzone di raccordo», La ballata di Rosa, il cui monologo è affidato alla gestualità di una giovane e vulnerabile fanciulla… I tabù, il pudore, la malattia, la follia amorosa e divoratrice, la seconda vita dopo la morte (quella cerebrale) sono le tematiche taciute, osservate da un fool egoista e da un croupier indifferente alle sorti del suo gioco. Il dialetto accostato a una messinscena impostata al «grottesco-tragico» non crea quel distacco straniato per poter «valorizzare gli accenti espressionisti e surreali dei testi», ma tramuta i personaggi in macchietta, nonostante ciascuno di essi possegga invece una personalità visibilmente studiata. Questa volta la regia predilige una forma che, nell’eccesso, soffoca il contenuto, diventando – per coloro che hanno seguito la compagnia – maniera e non stile.

Lucia Medri
Twitter @LuciaMedri

Teatro Vascello, Roma, dicembre 2014
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foto ufficio stampa
foto ufficio stampa

IN CAPO AL MONDO – In viaggio con Walter Bonatti
di Luca Radaelli, Federico Bario
con Luca Radaelli, Maurizio Aliffi alla chitarra
immagini a cura di Paola Nessi
progetto luci e tecnica Michele Nazione, Marco Mantella
video-installazione Daniele Lorenzo Fumagalli
organizzazione Elena Scolari
si ringrazia Rossana Podestà

Una parete di scatole di cartone al fondo, uno scatolone sulla sinistra frontale, altri disposti sul confine tra palco e platea e una sedia con una chitarra a destra. La costruzione dello spazio si offre essenziale alla dimensione del racconto, non per questo impassibile a ridefinizioni che in seguito ci si riveleranno funzionali: fra proiezioni e strutture modulari di cartone di volta in volta costruite, prendono corpo orizzonti, montagne, scorci e volti a seconda dei momenti. Al Teatro Tordinona, Luca Radaelli della compagnia lecchese Teatro Invito insieme alla musica dal vivo di Maurizio Aliffi ha portato in scena In capo al mondo – in viaggio con Walter Bonatti, spettacolo di cui è interprete e autore (con Federico Bario), nato – come egli stesso spiega al principio – da una serata celebrativa e sviluppato poi in collaborazione con Rossana Podestà, a lungo compagna di Walter Bonatti. Fra narrazione diretta rivolta allo spettatore e azioni più strettamente “interpretative”, si disegna il profilo e la figura di uno dei più grandi alpinisti italiani del secolo scorso, con l’intento di ripercorrerne non solo le imprese leggendarie – scalate ed esplorazioni gloriose o drammatiche – ma di carpire e restituire l’attitudine, l’impulso che spinge l’uomo alla scoperta quale filosofia esistenziale. La forma del monologo trova appoggio nell’accompagnamento della chitarra, ben dosata, presente e mai invadente, beneficiando dell’uso delle proiezioni nella definizione dell’atmosfera; tuttavia la messinscena non sfonda l’argine che porta lo spettatore alla partecipazione reale come vorrebbe, risentendo forse pure di alcune incursioni di eccessivo “romanticismo” nostalgico.

Marianna Masselli
Twitter @Mari_Masselli

Teatro Tordinona, Roma, dicembre 2014
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foto Christian Rizzo
foto Christian Rizzo

QUALSIASI COSA MAI
di Fiora Blasi
Liberamente ispirato ad un racconto di Haruki Murakami
con Fiora Blasi e Luca Venitucci
musiche originali live Luca Venitucci
sguardo esterno e collaborazione alla drammaturgia Elisabetta Scarin
video proiezioni Antonio Capocasale
luci Daria Grispino
consulenza scenotecnica F. Arcangeli, M.Baronio, D. Grispino
immagine di locandina Daniele Villa
foto di scena Christian Rizzo

C’è una letteratura rarefatta, di una quotidianità senza rimedio in cui ogni evento è plasmato dalle azioni, ogni carattere è tracciato da frammenti umani eccentrici e apparentemente disarticolati, la cui linea è una sequenza dimessa di gesti e pensieri e il cui mondo mai è definitivo. È nel Giappone contemporaneo che uno scrittore, in realtà gran frequentatore dell’Occidente, ha innervato i suoi racconti apparentemente evanescenti, di tenue intensità, eppure di un calore emotivo crepitante e sospeso.
L’elefante scomparso è un racconto del 1989 (contenuto nella raccolta omonima edita da Einaudi), Fiora Blasi ne ha tratto una versione teatrale dal titolo Qualsiasi cosa mai, in scena al redivivo Rialto Santambrogio di Roma.
La scena non può che essere disarticolata: inizialmente divisa in due zone – notte con un letto e un paravento in una stanzetta intima e giorno, in piedi, per la vita visibile – esse si andranno a incontrare, ridefinendo ogni volta confini ormai impalpabili, mascherati dalla meccanica di attrazione e repulsione in cui gli umani, come molecole, sviluppano i loro rapporti. Ci sono dunque frammenti di narrazione – da un lato abili a tenere lo spettacolo sospeso sopra la narrazione, dall’altro però colpevoli di non fornire ad esso un sostegno più concreto – incapaci di imporre una linea che non sia esile, tenuta su quasi soltanto dall’eloquenza sonora a volte dissonante della presa diretta, curata da Luca Venitucci o dai video proiettati sul paravento, di Antonio Capocasale, che come apparizioni silenti corredano la vita di lei. In scena, il musicista si fa attore e referente di ciò che accade, o che vorrebbe accadere nelle parole sfuggenti dell’altro personaggio, Susanna, campionando suoni e ripetendo un loop intrecciato di dialoghi, ma la sua voce è duplice: talvolta partecipe, talvolta invece una sorta di coscienza interiore.
La storia dell’elefante scomparso si va dunque perdendo, sciogliendo, nella relazione tra Luca e Susanna che si percepisce sempre come non esclusiva, esistente in un mondo frenetico, mai chiuso fuori di loro, ma con cui loro stessi non hanno rapporti.

Simone Nebbia
Twitter @simone_nebbia

Rialto Santambrogio, Roma, dicembre 2014

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