Dino, l’angelo caduto di Bernardo Casertano

Dino di Bernardo Casertano in scena a carrozzerie n.o.t. di Roma. Recensione.

casertano dino
foto ufficio stampa

C’è qualcosa di evidente nello sforzo di resistenza compiuto dallo spazio indipendente carrozzerie n.o.t. ed è l’attenzione al dettaglio. La scelta di offrire alla sua Roma una programmazione saltuaria, volutamente non continua, snocciola proposte che con fierezza rendono discontinui i linguaggi e persino la qualità e la rilevanza, mettendo invece in prima linea un cruciale elemento comune: la ricerca.
Accade così che ci capiti di vedere una piccola perla come Dino, scritto e interpretato da Bernardo Casertano, che approda nell’ex officina dopo un debutto in forma di studio al Teatro Tordinona e una intensiva sessione di prove proprio nello spazio che ora ne ospita, in una tre giorni, una forma – ci dicono – «più compiuta ma non finita». Lo scacchiere di partenza è quello disegnato, con i consueti chiaroscuri netti, dall’artista/regista/performer fiammingo Jan Fabre nel testo Il re del plagio, che giusto la scorsa estate vedeva un primo debutto italiano. Dai materiali di quella versione (la regia era di Valeriano Gialli) si registrano toni e temi tipici del celebre artista belga, come l’idea di un’arte identificata con la bellezza assoluta, «mezzo incantatore e al contempo materia urticante», inseriti nella storia di un angelo che, per farsi finalmente uomo, sceglie di incarnarsi in un attore. Di questa vena intellettuale Casertano si libera presto, lasciando in vita soltanto la figura dell’angelo e dedicandosi poi a tradurre quella visceralità un po’ museale e tirata a lucido a cui Fabre sempre ci ha abituato in una grammatica dell’urgenza che molto deve, si direbbe, agli incontri d’arte citati nella sua pur giovane biografia, come Eugenio Barba o Ersilia Lombardo.

Lo spazio è riempito dal suo solo corpo, legato in vita a una corda che pende dal soffitto. Per lui, che veste abiti sciatti e lascia scalzi i piedi, quella corda sarà altalena, oggetto feticcio, simulacro di invisibili persone da abbracciare e a cui sorreggersi, sarà cordone ombelicale e cappio d’impiccagione. Il «nostro caro angelo» è una sorta di bambino intrappolato nel corpo di un adulto, balbetta e non articola, divaga e perde l’attenzione nel conteggiare quante scarpe nere vi siano in sala, quante marroni, quanti occhiali e quante borse. Ci mostra quanto in fondo siamo tutti simili, tutti schifosamente persi nel gioco dell’imitazione dell’altro. Eppure lui è questa volubilità che adora, di cui si farebbe schiavo. Dopo secoli spesi a osservare la razza umana, di essa brama le debolezze più feroci, vorrebbe giocare a morire, almeno una volta. I riferimenti al dittico di Wim Wenders Il cielo sopra Berlino e Così lontano, così vicino! passano e si dissolvono con grande grazia, scesi su un terreno più carnale, come una poetica sosta, spalle al pubblico, per fare pipì sul muro, rilasciando candide piume.

casertano dino
foto di ufficio stampa

Dino è il nome del bimbo in cui l’angelo sceglie di incarnarsi, presente in scena come un muto blocco di ghiaccio rosso che si scioglie poco a poco e rilascia una scia purpurea che è subito sangue. Il nostro mondo terreno è illuminato d’ambra e parlato in stretto dialetto partenopeo, il nostro mondo è pieno di pedate, tracce del nostro passaggio tutt’altro che puro, che non si cancellano. La nuova nascita di Dino sarà una regressione verso l’essenzialità del corpo e la perdita del cordone ombelicale qualcosa di doloroso e vitale, fendente e necessario, come ogni scelta nella vita di adulti.

L’esperimento di Casertano – che l’occhio esterno di Valentina Cruciani slega mirabilmente dal giogo di certi consueti esercizi di stile – brilla di sincerità e potenza, di urgenza e sangue, si piega in un inchino all’arte dell’attore con un compatto lavoro su corpo e voce, senza dimenticare la visione drammaturgica che – pur ancora in cerca di qualche fluidità – è teneramente sfilacciata e arde di commovente ambizione, che ci lascia, a luci già calate sul corpo che finalmente respira, qualche stralcio proiettato sul fondale, una poesia di Wislawa Szymborska, che ci scaglia sullo stomaco quel pezzo di ghiaccio, chiudendo così: «Non ho dubbi che questa sia la prima. / Qualunque cosa io faccia, si muterà sempre in ciò che ho fatto».

Sergio Lo Gatto
Twitter @silencio1982

DINO
di/con Bernardo Casertano
Aiuto regia Valentina Cruciani
Luci/ Fonica Paride Donatelli
Ufficio Stampa Maya Amenduni

visto a carrozzerie n.o.t., Roma, dicembre 2014

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Sergio Lo Gatto è giornalista, critico teatrale, ricercatore e traduttore. È dottore di ricerca in Spettacolo (Sapienza. Università di Roma), con una ricerca su critica teatrale e filosofie digitali e cultore della materia L/ART-05. Si occupa di arti performative su Teatro e Critica. Ha fatto parte della redazione del mensile Quaderni del Teatro di Roma, ha scritto per Il Fatto Quotidiano e Pubblico Giornale, ha collaborato con Hystrio (IT), Critical Stages (Internazionale), Tanz (DE), collabora con il settimanale Left, con Plays International & Europe (UK) e Exeunt Magazine (UK). Ha collaborato nelle attività culturali e di formazione del Teatro di Roma, partecipato a diversi progetti europei di networking e mobilità sulla critica delle arti performative, è co-fondatore del progetto transnazionale di scrittura collettiva WritingShop. Ha partecipato al progetto triennale Conflict Zones promosso dall'Union des Théâtres de l'Europe, dove cura la rivista online Conflict Zones Reviews. Tra le pubblicazioni, con Matteo Antonaci ha curato il volume Iperscene 3, Editoria&Spettacolo 2017. con Graziano Graziani La scena contemporanea a Roma (Provincia di Roma, 2013).

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