Cartoline da ZOOM Festival

ZOOM Festival 2014. Recensioni di alcuni spettacoli al Teatro Studio Krypton

 

fosca zoom festival
Foto www.zoomfestival2014.com

SOLO PIANO CON DONNA #1
ideazione Caterina Poggesi e Oumoulkhairy Carroy
corpo e pianoforte Oumoulkhairy Carroy
regia Caterina Poggesi
Fosca

Un pianoforte e una donna, Oumoulkhairy Carroy, le cui origini franco-senegalesi a leggere le note di regia, dovrebbero innescare un’ulteriore riflessione su quella che apparentemente, e per ora – siamo al primo studio – è una semplice relazione con uno strumento musicale. Lei per una ventina di minuti (se non di più) accarezza, pulisce, strofina il pianoforte accorgendosi – ma guarda un po’ – di come risuoni in ogni punto, il rapporto è fisico e nutrito da un contatto animalesco. Poi arriva l’epifania, lo Yamaha si mostra frontalmente al pubblico, Oumoulkhairy si siede e comincia a suonare. Ora, è auspicabile che nelle prossime tappe questa relazione si carichi proprio di quella narrazione «che apre alla lotta intestina tra la matrice tribale e la declinazione borghese» come raccontato nelle note del progetto diretto da Caterina Poggesi di Fosca, o che comunque non ci si accontenti di qualche riflessione di superficie; si vada in fondo a questa animalità, si faccia emergere il baratro culturale che divide la donna africana da quella occidentale, ma poi si metta anche in crisi questa stessa visione parziale. Il rischio altrimenti è quello di scimmiottare alcune pratiche performative del passato senza una reale urgenza.

Andrea Pocosgnich
Twitter @Andreapox

miniballetto collettivo cinetico pennini
Foto www.zoomfestival2014.com

MINIBALLETTO n.1
dramaturg e pilota Angelo Pedroni
concept e coreografia Francesca Pennini

Il volo di un drone, pilotato dalla regia con abilità tramite un tablet: svolazza come un moscone ripulendo il palco dalla montagnola di piume che fino a quel momento se ne stava senza timore davanti a un ventilatore acceso… c’è una gioiosa ironia in questo miniballetto n.1 di Collettivo Cinetico che abbiamo avuto la fortuna di pescare tra le proposte di Zoom Festival. Il corpo umano che si esibisce con la precisione di una macchina – Francesca Pennini mostra doti da contorsionista oltre che da danzatrice carismatica – e lo strumento tecnico che ambisce all’intelligenza umana sollevandosi in aria e danzando su note sinfoniche. Ma non c’è la volontà di nascondere nulla, neanche il manovratore, ché tutto è finzione sembra dire la Pennini; ma non la preparazione, quella che il suo corpo necessita per improvvisare sulla musica barocca è mostrata agli spettatori in tutta la sua efficienza con esercizi preparatori di ginnastica e acrobatica che anticipano la danza. È insomma anche una piccola lezione semiseria questo prezioso spettacolo: la performer/autrice è protagonista in prima persona aprendo a molteplici riflessioni che si accavallano e costantemente si superano lasciando lo spettatore divertito e stupito.

Andrea Pocosgnich
Twitter @Andreapox

Foto
Foto Silvia Avigo

GIOCO DI SPECCHI
di Stefano Massini
con Marco Brinzi e Ciro Masella
scena luci e costumi Silvia Avigo
suono Angelo Benedetti
regia Ciro Masella
Uthopia/ Tra cielo e terra

Stefano Massini è uno scrittore atipico che vive la fascinazione dell’onirico in vita, è convinto che la struttura drammaturgica si componga un po’ come i sogni freudianamente fanno con gli elementi della vita cosciente. È secondo questo schema la scrittura di Gioco di specchi, dialogo ispirato alle vicende e al tema intimo del Don Chisciotte di Cervantes, il rapporto tra verità e realtà, purezza e finzione, ossia l’argomento primario di ogni ricerca teatrale. Sulla scena due uomini vestiti uguali – con Ciro Masella, anche regista, è Marco Brinzi – tra di loro la confidenza emotiva dell’oscurità: Sancho non crede alla realtà come non ci crede il suo signore, è per questo che il sogno da cui tutto inizia può prendere forma, quell’albero di melograno onirico può far paura e una morte presunta è più di una morte concreta. Il sogno penetra il reale, vivifica dall’interno l’azione già di per sé sognante, impossibile, di Chisciotte; in essa si sciolgono sistemi filosofici, mutazioni beckettiane del tempo e dello spazio in un angoletto dell’esistenza: «ormai il tempo è finito per tutti», vi si esclama, il cavallo e l’armatura possono essere la frode fallita al reale, ma non al vero. È proprio allora che Sancho, fulcro dell’azione perché primo referente, svela la sua fede: egli crede alla verità perché sa che la realtà è mendace, le verità sono molteplici e dunque in ognuna è necessariamente, naturalmente, un po’ della finzione. Ciò lo solleva, egli conosce e disprezza l’inesistenza, ha bisogno di consistenza e di serietà nel gioco perché la sua illusione possa dirsi vera, possano loro dirsi vivi, l’uno con l’altro. Perché se è vero che «siamo solo il sogno qualcosa, qualcuno che non conosciamo», chi è dunque Chisciotte? Chi è Sancho?

Simone Nebbia
Twitter @Simone_Nebbia

Foto Giulia Fedel
Foto Giulia Fedel

STATO DI GRAZIA
da Psychopathia sexualis di Richard von Krafft-Ebing
di e con Silvia Costa
disegno sonoro Lorenzo Tomio
sculture di scena Plastikart Studio Zimmermann & Amoroso, Vito Matera e Silvia Costa
per l’assistenza e le soluzioni tecniche si ringrazia Francesco Catterin

«Ho bisogno di raccontare la storia di qualcuno». È così che la trevigiana Silvia Costa presenta il suo Stato di grazia. E di tante sembra questa la dichiarazione più seducente, più reattiva. La storia di qualcuno è quella di un caso clinico tratto da Psychopathia sexualis del neurologo tedesco Richard von Krafft-Ebing, pubblicato nel 1886, in cui si dà conto di un giovane “deviato”, precisamente affetto da “devianza”, tale cioè che gli altri lo definiscono attraverso una sottrazione, una differenza che guida la condizione umana a un prossimo scalino di dannazione. Ma la storia da raccontare, invece che un racconto piano con usuali meccanismi narrativi, sceglie la via performativa, si assesta su un tappeto incantevole di foglie dorate, si chiude dentro un bozzolo duro in cui preservarsi e allo stesso tempo comprimersi; la sua umanità è reclusa nel corpo o, meglio, nella teca, scorza, visibile agli occhi altrui. La sua voce flebile, intima, denuncia il corpo reclinato e l’impossibile assestamento che accordi una vita alle vite degli altri, la diversità a una maggioritaria normalità; c’è un rogo, alla fine: in esso è salvezza o dispersione? Vi arde la teca perché si liberi l’uomo o a bruciare è l’uomo stesso, rassegnato a non essere? È nel fumo legnoso di questa domanda che il breve ma intenso lavoro di Silvia Costa si ferma, non conclude. Ma che sia un’azione teatrale a pronunciarla è la dichiarazione oltre la finitezza, la possibilità che quella storia da raccontare, nel rogo, sia riscattata come cenere di una maturazione dell’esistenza.

Simone Nebbia
Twitter @Simone_Nebbia

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