Valter Malosti apre Dominio Pubblico con l’allegoria di Venere e Adone

Valter Malosti in Venere e Adone in scena per Dominio Pubblico al Teatro Argot. La recensione

 

venere adone malosti
foto di Manuela Giusto

Quella proverbiale “ottobrata romana” che ti toglie la giacca anche se giri in moto e che fa sventolare ventagli in tutte le platee è segno che le stagioni teatrali sono davvero ricominciate. Uno degli eventi attesi è di certo l’apertura di Dominio Pubblico (tutti gli articoli), il progetto ideato da Fabio Morgan, Tiziano Panici e Luca Ricci che per il secondo anno anima l’Argot Studio e l’Orologio con un cartellone di qualità e ricco di diversi eventi collaterali. Di fronte a un pubblico purtroppo non ancora numeroso, la piccola sala di via Natale del Grande ha ospitato Venere e Adone in concerto, versione “da camera” per attore solo dell’opera che Valter Malosti aveva già presentato al fianco di un danzatore. E una volta di più occorre ribadire la forza visionaria e performativa di questo artista torinese, in grado di far rivivere il poema di Shakespeare grazie a un sapiente uso dell’affabulazione, una millimetrica gestione della partitura sonora e illuminotecnica e una attenta traduzione, firmata da lui stesso.

Il mito della dea della bellezza che si innamora perdutamente di un giovane e splendido cacciatore di cinghiali diviene, in questa versione, una vera e propria allegoria che mette in immagini la genesi del binomio eterno amore/dolore. Lei che si vanta di aver sedotto e reso quasi schiavo il dio della guerra Marte, non riuscirà a conquistare il cuore del ragazzo, acerbo e ritroso o forse solo inconsciamente in guardia di fronte al pericoloso fuoco della passione. Tra i due si consumerà sì un impetuoso amplesso, ma in fondo sarà Venere a rimanere innamorata e a portare per sempre sul cuore («nel seno», specifica il Bardo, sempre fedele qui a un lato carnale) il fiore magicamente generatosi dal sangue di Adone ucciso in una lotta con la sua preda. Come se, in un vertiginoso climax di paganesimo primordiale, una sorta di Natura incontrollabile riuscisse ad avere la meglio anche sul popolo dell’Olimpo.
Malosti è ancora una volta immagine di un attore trasandato, calza vertiginose zeppe di latex, jeans a vita alta con riflessi violacei, una sgargiante camicia fuxia sopra la laida canottiera nera, le unghie laccate di rosso e gli occhi pittati, quasi di ritorno da chissà quale interminabile serata in una discoteca anni Ottanta. Accoglie il pubblico accasciato su una bassa seduta, dove tornerà di rado, occupando invece il centro del palco in una posa da banditore che forzatamente rifiuta il movimento delle gambe ma riesce a concentrare una potente energia. Nel lungo soliloquio, alternato qua e là dalla sua stessa voce registrata, egli darà fiato a una Venere dal lieve accento partenopeo, ridicolizzandola con movenze da sciantosa, mentre Adone resterà sempre muto, immortalato dalla voce narrante, al punto da poterlo freudianamente confondere con una materializzazione del desiderio. Solo di rado le sue parole si coagulano nel suono di una linea telefonica che dà libero e nel riflettore acceso su una testa di cavallo color avorio separata dal resto della statua.

foto di Manuela Giusto
foto di Manuela Giusto

Il fiume di poesia scorre veloce e tortuoso, grazie a un impeccabile lavoro dalla regia, dove luci ed effetti sonori piombano in sincrono a conferire ritmo, incorniciando una gestualità accentuata e la potenza di diaframma e polmoni. Così abbigliamento e mimica, che fondono insieme i due sessi, riescono nell’intento di separarsi dalla vera e propria rappresentazione letterale e lasciano allo spettatore l’amabile compito di creare da sé le proprie figure, al punto che una defiance di memoria incorsa in avvio di spettacolo può essere gestita da questo istrione con umile sincerità. «Perdonatemi – dice – non sono concentrato. Devo ricominciare». I pochi secondi che servono a lui per riprendere il contatto con la musa, bastano a noi per riavvolgere mentalmente il nastro e lasciarci guidare nel fitto del bosco, dove già sentiamo di nuovo la presenza dei due protagonisti.
Il consueto immaginario kitsch di Malosti, marcato e frontale, è dunque talmente ben sostenuto dalla prova d’attore che il viaggio nel mito si snoda fluido e senza intoppi, rendendo omaggio ai versi di un racconto senza tempo.

Sergio Lo Gatto
Twitter @Silencio82

in scena fino al 19 Ottobre 2014
Teatro Argot Studio – Dominio Pubblico
Roma

uno spettacolo di e con Valter Malosti
suono G.U.P. Alcaro
luci Francesco Dell’Elba
traduzione e ricerca musicale Valter Malosti
musiche, suoni e voci di
Louis Andriessen, Antony, Aphex Twin, Craig Armstrong, Angelo Badalamenti, Luciano Berio, Cathy Berberian, James Brown, John Blow, Gavin Bryars, G.U.P. Alcaro, John Cage, Death Ambient, Stuart Dempster, Gyorgy Ligeti, David Lynch, Bruno Maderna, Michael Nyman, Luigi Nono, Prince, Henry Purcell, Terry Riley, Nino Rota, Alan Splet, Karlheinz Stockhausen, Thom Willems
produzione TEATRO DI DIONISO
Residenza Multidiciplinare di Asti
con il sostegno di Sistema Teatro Torino / Fondazione Teatro Stabile di Torino

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