Cosa sta accadendo e cosa accadrà al Teatro Valle

Teatro Valle di Roma: con la conferenza stampa del 7 aprile 2018 il Teatro di Roma e il Comune hanno dato il via a una serie di aperture parziali in attesa dei lavori. Qui una cronaca ragionata dalla quale emerge il percorso finora intrapreso e i complessi e lunghi sviluppi.

Foto Futura Tittaferrante

Su Roma il sole splende in pieno, via dei Fori Imperiali è transennata e cominciano ad apparire, con scarpe e magliette sgargianti, i partecipanti alla Maratona. I turisti affollano i marciapiedi, potrebbe essere un giorno qualunque di primavera se non fosse per la segnaletica del grande evento podistico, invece è un sabato pomeriggio nel quale viene straordinariamente aperto il Teatro Valle, il più antico della città. Il Teatro di Roma ha convocato una conferenza stampa per le 17, alle 18 verrà fatto entrare il pubblico. La via che ospita l’ingresso del teatro è militarizzata, camionette della polizia su entrambi i lati, era prevista la presenza della Sindaca, ma a quanto pare la Prima Cittadina non sarà della partita. Le forze dell’ordine però rimangono, non si sa mai qualcuno tenti di rioccupare il teatro o di rendersi protagonista di qualche atto eversivo…

Foto Andrea Pocosgnich

Entriamo dal foyer, dove una piccola platea di sedie è sistemata per incontri futuri, in un angolo sono disposti frammenti di un camerino originale: un tavolo, lo specchio illuminato, una lacca, un bicchiere con dentifricio e spazzolini; sul pavimento un po’ di storia del teatro accompagna i passi dei giornalisti. Di fronte allo spazio che fu del bar sono ammassati altri resti: cuscini, poltrone, scale, teli rossi. Un’installazione, dicono.

La scelta, spiegheranno poi il direttore del teatro di Roma Antonio Calbi e il Vice Sindaco con delega alla Crescita Culturale Luca Bergamo, è quella di utilizzare gli spazi al massimo delle possibilità che le leggi concedono e a quanto pare in questo momento il Valle altro non può essere se non un museo di sé stesso. Le attrazioni principali sono rappresentate dal sipario di attesa di Mimmo Paladino, quello già esposto al Teatro Argentina qualche stagione fa, e una serie di tele che l’artista partenopeo ha dedicato a drammaturghi a lui cari; le tele campeggiano sui palchetti di primo ordine rappresentando così un colpo d’occhio molto scenografico per chi le guarda dal basso della platea.

Foto Andrea Pocosgnich

Quando l’Assessore e il direttore Calbi salgono sul palco per aprire il sipario in velluto e mostrare il celebre sipario di attesa di Paladino, dando via simbolicamente alla serata, la voce registrata di Carmelo Bene riempie il teatro e allora quel senso di morte che qualcuno sussurrava, percorrendo gli spazi allestiti con il glorioso passato, diventa in effetti evidente.

Ma proprio su questo punto Assessore e Direttore tornano più volte durante la conferenza stampa: palcoscenico e camerini sono inagibili, il Teatro di Roma ha dovuto perciò inventarsi una modalità di fruizione installativa, questo è Interludio: il primo di una serie di eventi che settimanalmente faranno in modo di aprire il Valle al pubblico fino a quando inizierà la seconda e più complessa fase di lavori.

foto Futura Tittaferrante

Qui arriviamo al nocciolo della questione, sulla quale, bisogna ammetterlo, l’Assessore dimostra preparazione e voce sicura cercando di anticipare polemiche e domande che potranno venire dalla platea di giornalisti. D’altronde per l’amministrazione capitolina qui si gioca un’importante fetta di consenso: il Teatro Valle è il simbolo di una città teatrale in perenne difficoltà, ma anche l’emblema di uno dei momenti peggiori che la politica nazionale abbia mostrato negli ultimi decenni, ovvero quel governo guidato da Berlusconi che, cancellando l’Ente Teatrale Italiano, paventò la possibilità di vendere un teatro del Settecento ai privati. Ma nelle parole di Bergamo si sente anche l’orgoglio di chi vuole dimostrare che l’amministrazione pubblica può determinare un nuovo corso.

Il Vice Sindaco prende la parola al termine del discorso con cui Antonio Calbi illustra gli sforzi del Teatro Nazionale per organizzare la serie di appuntamenti e mette subito in chiaro un punto: i lavori eseguiti fino a oggi hanno permesso la riapertura straordinaria, ma sono piccoli interventi (seppur emergenziali come il rifacimento di alcune zone del tetto e dei servizi) rispetto a ciò di cui il teatro ha bisogno. La strategia è quella di attivare aperture straordinarie al pubblico durante tutte le fasi di ristrutturazione.

foto Futura Tittaferrante

Sollecitato dalle domande dei giornalisti, Bergamo spiega che gli uffici comunali in questo momento sono impegnati a scrivere il capitolato di gara europeo con cui verrà assegnato il grosso dei lavori. A disposizione 1 milione e mezzo di euro provenienti dalle casse cittadine e una cifra equivalente dal Mibact, un totale di 3 milioni di euro per una serie di lavori che riguarda il funzionamento, la messa norma ed eventuali rifacimenti di ordine estetico. L’obiettivo, utopistico se pensiamo che neanche è partita la gara di appalto, è quello di terminare i lavori strutturali e dunque riaprire a pubblico spettacolo entro la fine dell’attuale mandato di Virgina Raggi.

Sulle tempistiche l’Assessore mette però anche le mani avanti spiegando le difficoltà e le incertezze che ci sono quando si opera su un edificio che è patrimonio storico e stretto dunque nella morsa di una serie di vincoli. Inoltre, sempre per anticipare polemiche e domande, Bergamo ci tiene a sottolineare come il passaggio dal Demanio al Comune sia avvenuto solo nel 2016, quando le veci del Sindaco erano rappresentate dal Commissario Tronca e come la sua squadra abbia preso in consegna la questione subito dopo l’insediamento trovandosi di fronte a una serie di problematiche burocratiche che impediva, ad esempio, di raggiungere i documenti catastali dell’immobile, persi in chissà quali scantinati.

Foto Andrea Pocosgnich

Se i tempi insomma appaiono dunque lunghi o comunque privi di certezza, ancora meno lo è il progetto culturale futuro. Bergamo spiega che il Valle rientrerà nella rete che l’amministrazione ha creato di recente attorno al Teatro di Roma. L’ente guidato da Calbi assume così, sempre di più, un ruolo di gestione e di supervisione (già in corso di sperimentazione con gli ex Teatri di Cintura e il Globe). Una volta riaperto, il Valle manterrà però una propria autonomia, con una programmazione e un direttore artistico. Qui, visti i tempi, la questione diventa ancora più fumosa: il Vice Sindaco accenna anche alla possibilità di una discussione pubblica sul futuro della gestione, un percorso che prenda le mosse dalle riflessioni emerse durante l’occupazione (più volte entrambi i protagonisti della serata hanno dimostrato aperture nei confronti soprattutto della prima fase, riconoscendo la spinta propulsiva e le istanze civiche e politiche), ma appunto secondo Bergamo è troppo presto per parlare di una gestione futura.

Foto Andrea Pocosgnich

Dalla platea Guido Di Palma (docente all’Università Sapienza e presidente della Commissione Prosa del Fus) sottolinea la necessità che gli interventi siano fatti ad arte, stigmatizzando gli errori architettonici in cui sono inciampati i progetti con cui è stato recuperato il Teatro Torlonia. In accesa polemica con il direttore Calbi, Gianfranco Capitta del Manifesto rivendica il fatto che “un teatro deve fare il teatro” e non occuparsi di mostre; ne nasce una piccola schermaglia tra i due, che verrà sedata dall’Assessore.

Al termine della conferenza stampa il pubblico fuori si è già disposto in una lunga fila, tornano alla mente le parole sulla partecipazione popolare, la voglia di avere un teatro vivo e aperto alla cittadinanza, la possibilità di discussione pubblica sul futuro della gestione, ma poi la realtà fornisce subito un’evidenza plastica diametralmente opposta: per tre anni l’occupazione del Valle ha rappresentato non solo quel laboratorio politico che giustamente spesso viene messo in evidenza ricordando l’esperienza, ma è stata anche un tentativo di gestione dal basso di un bene comune strappato alla privatizzazione e alla burocrazia, per farne spazio di produzione culturale contemporanea. Il rischio qui invece è quello di non riuscire a spostare lo sguardo dal passato, facendo sì che anche anche gli sforzi di attivismo e spirito comunitario che avevano animato i tre anni diventino cimeli per teche di vetro.

E il pensiero va alle camionette della polizia che ci hanno accolto e a questi cittadini che hanno dovuto attendere fuori, aspettare che l’ufficialità del rito li contemplasse, fuori dalla discussione, ma come ordinati utenti della nuova attrazione: il Museo del Teatro Valle, entrino signori, entrino.

Andrea Pocosgnich

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