I, Shakespeare Arcuri e il Bardo di Tim Crouch

Con I, Shakespeare Arcuri porta Tim Crouch al Teatro Quarticciolo di Roma

 

shakespeare Arcuri iBANQUO
foto Michele Tomaiuoli

Con la letteratura teatrale shakespeariana autori, registi e artisti della scena (e non) si sono confrontati nei modi più radicali. Torna a Roma, in forma di trittico, una parte del progetto I, Shakespeare, nel quale la drammaturgia dell’inglese Tim Crouch incontra la regia di Fabrizio Arcuri. Chi di quest’ultimo e della sua compagnia Accademia degli Artefatti abbia seguito il percorso sa che da un teatro votato, negli anni Novanta, molto all’immagine e alla situazione scenica si è poi arrivati a un profondo e militante lavoro sui testi contemporanei, specialmente di area britannica. Così si è dunque passati (in ordine sparso e incompleto) dal Crouch di My Arm e An Oak Tree al Martin Crimp di Attempts on Her Life e Tre pezzi facili, dalla epopea autorale (purtroppo abortita) di One Day al Dennis Kelly di Taking Care of Baby, fino a giungere, nelle ultime stagioni, a offrire un generoso sguardo a Brecht (una sorta di fantasma metodologico che aleggiava già prima) con Orazi e Curiazi e Fatzer Fragment e al Fassbinder di Sangue sul collo del gatto.

Il volo spiccato verso il Bardo avviene sulle ali di un progetto che, come di consueto per Crouch, ha molto a che vedere da un lato con una dimensione didattica (ancora, in senso brechtiano) del teatro, dall’altro con la sua eterna insita dualità tra realtà e verità, tra mostra e rappresentazione; il perno su cui ruotano questi ragionamenti è il rapporto diretto con il pubblico. Niente di più vicino, dunque, al teatro di Arcuri, secondo il quale la necessaria interrogazione sul «senso» si porta dietro come risposta: «Un senso prettamente politico, perché il teatro è una forma di politica e quello non è trascurabile. Non è però il contenuto a essere politico, ma la forma». Rileggere queste dichiarazioni, rilasciate in un’intervista del novembre 2012 alla luce del lavoro fatto su Crouch/Shakespeare è forse una chiave necessaria per accedervi veramente.

Il ciclo di monologhi I, Malvolio, I, Banquo, I, Peaseblossom, I, Cinna, I, Caliban, era stato pensato da Crouch come un percorso condotto da lui stesso anche in veste di attore, in vari contesti, non ultimo quello scolastico. Un modo per raccontare la grande drammaturgia shakespeariana attraverso dei micro spin-off in cui a raccontare la vicenda fossero i personaggi marginali: i testi presi in esame sono, in ordine, La dodicesima notte, Macbeth, Sogno di una notte di mezza estate, Giulio Cesare e La tempesta. Nelle mani di Arcuri, tale equilibrismo narrativo acquisisce forme nuove, si declina in una più ampia riflessione sul concetto di identità (quell’onnipresente “I”), sulla possibilità concessa allo spettatore di immedesimarsi o di prendere le distanze dalla storia, passando attraverso le maglie di una «convenzione teatrale», la chiama lo stesso Arcuri nelle note di regia, talmente antica e radicata da acquisire un articolo determinativo. È in qualche modo vero che per noi (e anche per la gran parte dei drammaturghi occidentali dal 1600 a oggi) Shakespeare, così come Molière, “è” la drammaturgia; almeno quanto la disposizione frontale del teatro all’italiana “è” il teatro tradizionale. Eppure, a guardar bene, sono due affermazioni errate: si tratta infatti di tradizioni teatrali (con uno splendido plurale) che hanno codificato in maniera netta alcuni dei mille modi per indirizzare le stesse domande elementari che il teatro si pone fin dall’origine.

shakespeare Arcuri I-Peaseblossom
foto Michele Tomaiuoli

Nel passaggio da Crouch ad Arcuri – che sta girando in vari assetti da due stagioni, è stato alla Biennale di Venezia e ora giunge al Teatro Quarticciolo Roma con Fiordipisello, Cinna e Banquo – è messa sotto esame l’opportunità (o di essa il fallimento) di raccontare una storia da un punto di vista decentrato. Che quella storia sia più o meno interiorizzata dallo spettatore e assorbita dal suo immaginario culturale, spostando il punto di vista – e usandone uno “minore” al quale non manca mai l’arma fondamentale dell’ironia – si mette in crisi il concetto stesso della responsabilità del racconto. Un racconto che il presupposto immaginifico del teatro (il quale procede per suggestioni di fantasia evocate direttamente nello spettatore) fonda sempre e comunque su una dinamica di “interposta persona” e che dunque ha da subito a che fare con la propria plausibilità, con una sorta di attendibilità liquida che si basa costantemente sul potenziale di “fiducia” che riesce a evocare nell’ascoltatore.

Non è un caso che ciascun personaggio scelto da Crouch sia, del protagonista, un comprimario fidato: Fiordipisello una delle “api operaie” della «fiera Titania»; Cinna è insieme il console Lucio Cornelio Cinna, coinvolto nell’assassinio del reverendo Cesare ed Elvio Cinna, poeta squattrinato vissuto all’ombra del più celebre Catullo; Banquo è colui che non indosserà alcuna corona, la coscienza sardonica dell’usurpatore e omicida Macbeth che deve accontentarsi di vedere i propri figli a capo di una stirpe di re. In tutti e tre i “pezzi” è forte il coinvolgimento del pubblico, che aiuta il Fiordipisello ancora ubriaco dalla festa di nozze reale a ricostruire il complicato rompicapo amoroso ordito da Puck, e viene interrogato da un Banquo/crooner a mettere in scena la sua caustica ramanzina morale e diviene complice del “tristo” Cinna, bohémien d’altri tempi e d’altri ancora alle prese con il flagello della sopravvivenza, rispondendo con foglio e penna a domande di massimi sistemi, nella stesura di un poemetto collettivo. Al di là delle ottime prove di tutti e tre gli attori, sulla quale è ben visibile l’opera di «consapevolizzazione» del regista, dei tre personaggi è Cinna il più efficace da un punto di vista politico, vero depositario di quel dilemma sull’influenza inevitabile dei grandi eventi sulle vite (e le coscienze) dei piccoli uomini. In fondo, la Storia siamo noi.

Sergio Lo Gatto
Twitter @silencio1982
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Teatro Quarticciolo 28, 29, 30 marzo 2014

Venerdì 28 marzo ore 21.00 – I Shakespeare | Io Cinna
di Tim Crouch, traduzione di Pieraldo Girotto, regia di Fabrizio Arcuri
con Gabriele Benedetti

Sabato 29 marzo ore 21.00 – I Shakespeare | Io Banquo
di Tim Crouch, traduzione di Pieraldo Girotto, regia di Fabrizio Arcuri
con Enrico Campanati e Matteo Selis

Domenica 30 marzo ore 18.00 – I Sheakespeare | Io Peaseblossom
di Tim Crouch, traduzione Pieraldo Girotto, regia di Fabrizio Arcuri
con Matteo Angius e Fabrizio Arcuri

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Sergio Lo Gatto è giornalista, critico teatrale, editor e traduttore. Ha studiato Teatro e Arti Performative alla Sapienza. Università di Roma, dove sta svolgendo un dottorato di ricerca in studi teatrali incentrato sulla critica delle arti performative, e si occupa di arti performative su Teatro e Critica. Ha fatto parte della redazione del mensile Quaderni del Teatro di Roma, ha scritto per Il Fatto Quotidiano e Pubblico Giornale, ha collaborato con Hystrio (IT), Critical Stages (Internazionale), Tanz (DE), collabora con Plays International & Europe (UK) e Exeunt Magazine (UK). Ha partecipato a diversi progetti europei di networking e mobilità sulla critica delle arti performative, è co-fondatore del progetto transnazionale di scrittura collettiva WritingShop. Attualmente è impegnato nel progetto triennale Conflict Zones promosso dall'Union des Théâtres de l'Europe, dove cura la rivista online Conflict Zones Reviews. Con Graziano Graziani ha curato il volume La scena contemporanea a Roma (Provincia di Roma, 2013), con Matteo Antonaci Iperscene 3, di prossima pubblicazione per Editoria&Spettacolo. Academia.edu: https://uniroma1.academia.edu/SergioLoGatto torna a Info Redazione