Babygang, siamo noi la Quinta Mafia d’Italia

foto di Flissoni
foto di Flissoni

La compagnia Babygang, diretta dalla drammaturga Carolina De La Calle Casanova presenta con Quinta Mafia la prima parte di una trilogia concludentesi con i due monologhi Zia Severina è in piedi e La bestia dentro. Il cosiddetto Progetto Alveare, che si propone l’allestimento di una rielaborazione teatrale integrale del romanzo-inchiesta Alveare di Giuseppe Catozzella, che denuncia l’infiltrazione della ‘ndrangheta fino al Nord Italia e, cosa molto più preoccupante, in tutto il tessuto culturale-politico della società italiana.
Proprio perché prende lo spunto da questo importante testo, lo spettacolo è innanzitutto il frutto di un lavoro d’inchiesta, che riferisce allo spettatore – attraverso il medium del racconto di una storia di amore contrastato tra un giovane sicario mafioso e una giovane giornalista, a cui la Repubblica ha commissionato un dossier contro la mafia – come siano mutate le strategie di acquisizione del potere da parte della criminalità organizzata. Quest’ultima ha ormai da tempo rinunciato a ottenerlo con omicidi e intimidazioni, poiché ha compreso che «a tutto si abitua la carne dell’uomo». Ed è così passata ad attuare procedure subdole e di carattere invasivo più che aggressivo: prendere il controllo delle banche, venire incontro alle abitudini dei cittadini offrendo loro protezione, soldi e sicurezze che lo Stato italiano non sembra più in grado di dare.

foto di Flissoni
foto di Chiara Ferrin

Dal punto di vista scenico, il tutto è comunicato mediante la successione di alcuni quadri comici, il più ricorrente è quello del dialogo tra i vecchietti mafiosi che si lasciano andare a commenti del tipo: «Non si fanno più le estorsioni sanguinose di una volta!», oppure molto spesso con qualche battuta indiretta, quale ad esempio quella che pronuncia il giovane sicario per telefono («Non voglio che tu mi compri la laurea alla Bocconi!»). Questo spaccato riesce a definire bene le azioni dei potenti del nostro paese, che prendono con leggerezza e quasi con riso scelte che determinano delle situazioni sociali terribili. Sarà, del resto, un mafioso vestito da clown a elencare uno per uno gli ambienti, le istituzioni e i servizi di cui la sua organizzazione ha preso il controllo. Certo, l’uso della violenza non è stato lasciato del tutto da parte. La trama stessa dello spettacolo trarrà, infatti, una svolta decisiva quando sarà commissionato l’omicidio della giovane giornalista, da parte dei mafiosi, proprio al suo innamorato. Ma si tratta solo di un mezzo necessario al mantenimento del potere, non più la sua ragion d’essere forte, che oggi ha trovato come degno sostituto la manipolazione invisibile.

foto di Flissoni
foto di Chiara Ferrin

Andando oltre la lucida relazione di uno stato di cose, lo spettacolo suggerisce provocatoriamente tra le righe che la mafia è solo secondariamente un movimento criminale, essendo in prima istanza un atteggiamento generalizzato di collusione e di compromissione con chi mantiene ancora una certa autonomia, ai fini della propria sopravvivenza: «L’isola dei mafiosi» coincide di fatto con un’«isola dei sopravvissuti». In questa prospettiva, risultano pertanto mafiosi anche i giovani confusi dalla condizione attuale che cercano di «uscire dalla confusione», attuando attività illecite solo «per entrare in una confusione più grande». Risultano mafiosi i terremotati dall’Abruzzo, che col sopravvenire dell’inverno sono costretti a ricorrere alle offerte delle organizzazioni criminali, sempre più sovrapposto allo Stato democratico. Risultano mafiosi i calciatori, i docenti universitari, i ministri, i gestori di ristorante, i dipendenti pubblici e tutti coloro che esercitano un mestiere inserito nel sistema sociale. E a questo punto sembrano esserlo anche la compagnia Babygang, il Teatro Portland, la rivista Teatro e Critica e ciascun loro collaboratore (quindi, anche me stesso) che, pur con il loro amore quotidiano per il teatro e i loro simbolici atti di resistenza al potere che diventa sempre più spudorato e cretino, aderiscono ancora in modo forte al sistema che alimenta e legittima lo stesso potere a cui si oppongono. Siamo noi stessi la «quinta mafia».

Se è una mentalità a renderci mafiosi e bisognosi della mafia, forse il modo per cominciare a uscire da questa triste situazione è mutare questa stessa mentalità. Tornando allo spettacolo, tale potrebbe essere quella con cui la zia della giornalista incita la giovane a scrivere, usando la metafora della preparazione del piatto della pummarola: un atteggiamento di amore, fantasia e coraggio verso l’esistente, che va portato fino in fondo anche quando si rischia di farsi nemici scomodi e di andare incontro alla morte, detto in altri termini quando si rischia di compromettere la nostra sopravvivenza. Essa si contrapporrebbe nettamente alla mentalità del fratello del giovane sicario, che invece lo stimola a uccidere la ragazza proponendo un accostamento tra l’atto mafioso e la preparazione delle melanzane: un piatto che si prepara tutti i giorni, avendo cura del particolare e con un processo di frittura, quindi che si fa meccanicamente e senza passione, racchiudendo il tutto in una scorza grassa che edulcora il sapore della verdura. Se anche questa ipotesi risulterà inapplicabile, si avrà quanto meno il vantaggio di una più corretta alimentazione spirituale.

Enrico Piergiacomi
Twitter @Democriteo

visto al Teatro Portland di Trento in febbraio 2014

QUINTA MAFIA
Liberamente ispirato al romanzo-inchiesta sulla ‘ndrangheta Alveare di Giuseppe Catozzella
drammaturgia, testi e regia Carolina De La Calle Casanova
assistente alla regia Chiara Boscaro
con Carolina De La Calle Casanova, Andrea Pinna, Marco Ripoldi, Valentina Scuderi, Libero Stelluti, Alexandre Vella
Progetto vincitore di Trasparenze > Residenze Teatrali
Teatro dei Venti (MO)