Diario del primo week-end a Santarcangelo 41 – “Gioia e Rivoluzione”

Aidoru – Coro doppio – foto di Claire Pasquier

In tanti per le strade e nei locali occasionalmente adibiti a scene, nella piccola città di Santarcangelo, tanto pubblico venuto da fuori, molto pubblico locale, tanti stagisti, tanti volontari ed il solito entusiasmo: la consapevolezza tangibile di far parte di un progetto condiviso e di grande qualità artistica.

Camminare per le stradine della vecchia cittadina romagnola, che per due settimane si trasforma nel centro propulsore della scena contemporanea italiana ed internazionale (anche se per quest’edizione sono molti i nomi italiani) è gia spettacolo. Dà gioia notare come gli spettatori abituali del nostro teatro, abitanti delle grandi capitali si mescoli agli abitanti del paese, che quest’anno sono coinvolti attivamente non solo nell’offerta collaterale del festival, ma anche nel programma artistico. I protagonisti di Coro Doppio di Dario Giovannini, è infatti la popolazione di Sant’Arcangelo, donne e uomini, giovani, anziani, bambini, che in piazza Ganganelli danno vita ad un coro di voci e di corpi, che si suddivide in due sezioni contrapposte a seconda della scelta che il singolo opera rispondendo a domande semplici eppure fondamentali per la vita dell’individuo della nostra contemporaneità. “Si o No?” “Me o Te?” (in questo caso forse la scelta è illusoria, te non è forse ancora me?) “Tradizione o sperimentazione?” (a questo punto diverte e emoziona notare una vecchia coppia tra il pubblico che rispondendo a bassa voce ai quesiti attraverso cui il coro dialoga, si divide nella scelta, mentre l’una afferma decisa “sperimentazione!”, l’altro si mantiene a galla nelle acque sicure della “tradizione”. Che abbiano sempre saputo di essere diversi o che l’abbiano scoperto solo oggi dopo una vita passata insieme?…).

Momenti di spettacolo per il pubblico del festival capaci di creare una sincera sinergia con le forze e le intelligenze popolari. In questo spirito si inserisce anche il laboratorio del Teatro delle Albe, che coinvolge la cittadinanza attraverso i suoi giovani rappresentanti, i quali insieme a ragazzi provenienti da diverse città e paesi del mondo costituiscono il plotone di duecento adolescenti protagonista di Eresia della felicità, spettacolo a cielo aperto.

I ragazzi, tutti in maglietta gialla, in circolo attorno a Marco Martinelli, direttore d’un orchestra di parole, musica e danze, danze astratte e di gesti precisi, recitano le poesie di Majakovskij, in equilibrio tra partecipazione spontanea ed imposizione corale. Sbalorditivo è il risultato quando la partecipazione è generale ed essenziale, quando ognuno dei componenti del circolo riesce ad essere parte attiva del disegno generale e a rinunciare all’esuberanza. Forse la felicità è in questa partecipazione attenta e in ascolto, nella capacità di agire immaginando il risultato generale e trascendendo la sola forza del proprio corpo e della propria voce, e poi riuscire a fare ciò anche quando si è in tanti, anzi tantissimi. Eresia della felicità è festa perché qualcosa possa cambiare, il primo momento di gioiosa rivoluzione che mi viene incontro nel percorso del festival e la rivoluzione ha bisogno di uno spirito di partecipazione e capacità di immaginazione.

Di rivoluzione tratta preminentemente l’ultima creazione dei Motus The plot is the revolution. Si narra che Judith Malina dopo aver visto l’Antigone dei Motus negli Stati Uniti abbia espresso il desiderio di recitare a fianco della giovane attrice. Nasce così un incontro, ed è questo incontro tra due generazioni, tra due storie personali e artistiche che lo spettacolo mette in scena, nessun tentativo di appropriazione di un’eredità importante (quella del Living thatre), come qualcuno ha voluto notare.

The plot i s the revolution – Motus

In un vezzoso teatrino di Longiano, un paesino in cima ad una collinetta vicino Santarcangelo, il pubblico siede in una platea senza sedie su di un pavimento di cartone bianco, tutte le porte aperte sia della platea che dei palchetti, affinchè la luce possa illuminare il pubblico, non spettatori ma “partecipanti”. Silvia Calderoni presenta l’attrice del Living theatre ed inizia con lei un appassionato ed appassionante dialogo su cosa voglia dire Antigone oggi e cosa sia stata l’Antigone del Living. E’ in scena una memoria storica e la sua narrazione attraverso le domande di Silvia e le risposte di Judith, ma anche una storia presente. “NOW è la parola che preferisco” dice Judith, perché adesso è l’unica realtà esistente. Adesso, Silvia Calderoni rivive per gli spettatori, per l’attrice che recita con lei e per se stessa l’Antigone del Living e Il teatro e la peste di Artaud. Antigone che mangia la terra con cui ha seppellito il fratello e poi la vomita, Artaud che camminando in una piazza si rende conto che qualcosa attorno a lui non va e allora non riesce più a respirare, diventano nell’interpretazione della giovane attrice pochi gesti, chiari, potenti, rappresentativi. Attraverso la ripetizione di una partitura gestuale essenziale l’intensità dell’espressione sale, e da descrittiva si fa icastica e primitiva (nell’accezione riferita da Enrico Pitozzi al convegno sull’attore in programma al festival), ovvero “non comprensibile se non nella sorpresa”. Silvia Calderoni riesce a riportare in vita e condensare in pochi istanti il senso di uno spettacolo, di un’arte, di una scelta di vita, senza annullarsi, ma sommando o meglio rileggendo quella tradizione alla luce del proprio essere eminentemente contemporaneo.

Un senso d’anacronismo dalla forte valenza etica ci commuove quando sentiamo parlare di “rivoluzione non violenta”, una rivoluzione che il Living ha voluto gioiosa. A conferma di ciò Judith Malina sostiene di aver sorretto con gioia il peso del corpo dell’attore che rappresentava suo fratello in Antigone.

Al confronto la rivoluzione che Silvia Calderoni porta in scena sembra invece realizzare una ferita, e mi rifaccio ancora all’intervento di Enrico Pitozzi per definire l’orizzonte di senso secondo il quale utilizzo qui il termine “ferita”: una sorta di vergogna per l’essere (solo) umano, il sentirsi costretti in una modalità che imprigiona la vita. In questo contesto la scena diviene il luogo in cui poter ricercare una potenza di pura vita, lontana dall’essere unicamente umana non sia. Perciò lo stare sulla scena è un atto di resistenza, perché è un’alternativa all’atto del potere.

Le considerazioni raggiunte fin’ora non risolvono l’asincronia esistente tra i due spiriti rivoluzionari: l’uno gioioso (quello del Living), l’altro visibilmente mosso e alimentato da dolore e sofferenza (quello di Silvia Calderoni e della parte che all’interno del confronto generazionale rappresenta). Forse la risposta al quesito risiede in un momento dialogico apparentemente di poca pertinenza che vede l’attrice più anziana intenta nel far riconoscere alla sua interlocutrice l’onnipresenza dell’oppressione nel tempo e negli spazi della quotidianità. La Calderoni da parte sua sembra aver ereditato la rinuncia alla propria vulnerabilità, ai propri desideri di libera azione, presupposto che le impedisce di riconoscere in ciò una mancanza di libero arbitrio e libera iniziativa.

La differenza fra le due generazioni a confronto è forse dunque in un universo di parole e pensieri che un tempo sapevano identificare il nemico contro cui battersi, mentre oggi non ne sono più in grado.

Lo spettacolo termina con un tentativo di volo che richiama un’ammonizione: “la gioia è pericolosa” ed un rito collettivo che muta lo spettatore in partecipante. Ognuno è chiamato a lasciare un segno sul pavimento di cartone che verrà ricostruito in piazza Ganganelli in tarda serata.

Mariangela Gualtieri – Bello Mondo – foto Claire Pasquie

Di imposizione e rivoluzione tratta anche il film (risultato di uno spettacolo) del coreografo Jérôme Bel, autoritratto di Véronique Doisnèau, danzatrice del Balletto dell’Opéra National de Paris. La danzatrice alterna momenti di narrazione a momenti dimostrativi creando il disegno di un’esistenza artistica e di vita, pubblica e personale, e di come le due si siano intrecciate: piaceri, sofferenze, preferenze, sogni…l’amore per Petipa, Balanchine e Cunnigham, da cui ha imparato a danzare in silenzio e in ascolto del ritmo degli altri, per Nureyev che chiede il rispetto del gesto, lontano dall’interpretazione, e ancora per il danzare sublime di Celine Tallon nella Giselle di Mats Eck.

Ma ciò che ha caratterizzato la sua vita di danzatrice all’Opéra, segnata dal non essere mai diventata un étoile, è stata la necessità di sottoporre il corpo a quella che dalle immagini e dalle parole emerge come una specie di tortura, a cui, in onor del Bello, non ha mai potuto ribellarsi, sebbene abbia sempre sentito una gran voglia di urlare. Porta l’esempio del secondo atto del lago dei cigni, conosciuto come la parte migliore del balletto. In questo momento le danzatrici del corpo di ballo sono tenute ad assumere delle pose, immobilizzare il corpo con lo scopo di lasciare la scena alle étoiles. Veronique ne da una dimostrazione pratica: la musica sale e il suo corpo non può seguirla, la musica parla di movimento, di rivolgimenti mentre tutto il suo corpo è teso in una fissità statuaria. Un’imposizione che passa attraverso il corpo e che ricorda quella inflitta ai carcerati di The Brig del Living evocata dallo spettacolo dei Motus, solo che per Veronique lo scopo è alto e nobile: l’arte. È la storia della danza classica riassunta in pochi minuti. Anche in questo film si parla di rivoluzione, ma di una rivoluzione mai avvenuta nel caso di Veronique, mentre fortunatamente la storia della danza racconta altro…

Infine la ribellione trova un suo spazio, ma questo deve essere un deserto dove in solitudine si possa “pensare, creare, ribellarsi…”, un luogo eternamente lontano. È quanto immagina Lawrence d’Arabia, protagonista dell’ultimo spettacolo dei Fanny & Alexander T.E.L. La guerra, i complotti tra Francia, Inghilterra e Arabia per occupare territori cinesi, la figura storica dell’archeologo agente segreto Thomas Edward Lawrence sono lo scenario su cui si inserisce il proseguo dell’esperimento dell’eterodirezione dell’attore, già intrapreso da WEST. Protagonisti di questo spettacolo sono Chiara Lagani e Marco Cavalcali che recitano contemporaneamente l’uno da Santarcangelo l’altro da Ravenna. La presenza immateriale, già parte dell’idea dell’eterodirezione si avvale in questo caso anche della presenza in assenza di corpo di un secondo attore protagonista in scena, reale in carne ed ossa ma dislocato geograficamente. L’insieme dell’eterodirezione delle modalità corporee, attraverso cui la Lagani è in grado di costruire una vera e proprio coreografia e di una voce che indica una presenza che resta invisibile agli occhi pur possedendo qualità corporee nell’immaginazione, donano allo spettacolo un senso di sospensione e sospetto, una magia che lo ricollega al mondo delle fiabe caro alla compagnia.

Parliamo ancora e a ragione di ribellione con Bello Mondo performance che vede Mariangela Gualtieri al tramonto recitare poesie e ringraziamenti scritti appositamente per l’occasione, declamandoli, coraggiosamente protesa, dalla torre più alta del paese. La si può ascoltare osservandola dal basso, o meglio ancora camminando per le stradine della parte alta di Santarcangelo. Una parola luminosa: la poesia, quella che oggi è la vera rivoluzione, una rivoluzione gioiosa.

Chiara Pirri

Leggi anche L’Eresia della non-scuola di Martinelli a Santarcangelo 41

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