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«Scappati di RSA»: Matteo Pecorini e “Il Gignoro”

Un viaggio tra le pratiche di lavoro di Matteo Pecorini, a partire dal suo Don Chisciotte. Il futuro bambino, con gli utenti e il personale della RSA “Il Gignoro” di Firenze

foto Patrizia Minelli

Se in una qualsiasi stazione d’Italia funestata dai ritardi ci sforzassimo di considerare il tabellone degli orari come un fatto estetico, credo proveremmo una sensazione vicina al sublime nell’osservare una forza che manda imperscrutabilmente in tilt il sistema a cui appartiene. E l’imperscrutabilità sarebbe un fattore chiave di questa forza: «Ciò che chiamiamo caso è la nostra ignoranza del complesso meccanismo della causalità», scrive Borges. L’arte contemporanea in più occasioni ha provato a sublimarla, ora inserendola nel processo creativo (il dripping di Jackson Pollock; i “cementi” di Enzo Cacciola), ora considerandola parte dell’opera finita (una macchina che si autodistrugge in Homage to NY di Jean Tinguely; l’ingerimento di un farmaco per catatonici in Rhytm 2 di Marina Abramović). A teatro questo sembra accadere meno frequentemente, specie se non si tratta di accogliere sul palcoscenico elementi imprevedibili (i cani di Romeo Castellucci o il pubblico in un qualsiasi spettacolo partecipato), ma di coltivare nel nucleo stesso dell’opera elementi che rischiano di decretarne il fallimento.

Giorgia Pagano

È per questo che, dopo la replica di Don Chisciotte. Il futuro bambino, a Matteo Pecorini chiedo innanzitutto quale sia il suo rapporto con la frustrazione: «Quotidiano, direi, perché con loro sei sempre aderente alla realtà. E la realtà molto spesso è frustrante». “Loro” sono i residenti della RSA “Il Gignoro” di Firenze con cui Pecorini, formatosi nella compagnia Chille de la balanza, dal 2022 lavora a una forma ibrida tra il laboratorio permanente, l’happening e il teatro sociale. Quest’ultima etichetta, in realtà, sta piuttosto stretta al regista fiorentino, con la sua implicita condizione di occuparsi innanzitutto del benessere di chi partecipa all’azione teatrale: «Guardate che non lo si fa per voi – dice ai residenti durante le prove – La vostra felicità è una conseguenza dell’obiettivo di far stare bene il pubblico». Serpeggia in lui la gioiosa volontà di esprimersi, di servire la propria idea di teatro attraverso il gioco scenico con i residenti – quasi tutti over 80 – e gli operatori che li assistono. Il gioco diventa un metodo di lavoro durante le prove e una modalità comunicativa nel corso dello spettacolo. Loredana (per via della privacy non citerò i cognomi dei residenti della struttura) in apertura e chiusura si esibisce in un grido ultradimensionale, che, su richiesta, produrrà anche dopo il pranzo comune, con una certa soddisfazione; Annalena si muove tra il pubblico come una scimmia indovina e rivela il futuro degli spettatori; Leonardo a intervalli regolari e rapidissimi viene spinto in proscenio a rimbrottare la figlia e poi tirato frettolosamente via; tutti gli attori che, fino a quel momento, erano rimasti seduti a suonare i tamburi nelle scene di maggior pathos sono mossi gli uni contro gli altri armeggiando lunghe aste con sopra attaccato un guantone da boxe. Pecorini si muove all’interno di questo dispositivo in ebollizione come un capocomico e un burattinaio, suggerisce battute quando la memoria di qualcuno viene meno e manovra corpi in piedi o seduti, eppure non ho mai l’impressione di una manipolazione coatta, né tantomeno di un ricatto morale nei confronti del pubblico. Vedo, piuttosto, un’intenzione artistica, che corrisponde a una sotterranea fame di restare e di essere riconosciuto: «Questa roba che facciamo entrerà in una memoria collettiva?»

foto Patrizia Minelli

Gli chiedo che rapporto abbia coi loro corpi. «I loro corpi – dice – sono magnetici, perché sono brutti. Sono corpi goffi, sono acciaccati, e per questo sono veritieri, creano subito una prossimità, una possibilità di ridere della decadenza umana. Sono riuscito a normalizzare in me stesso il bastone, il deambulatore, la carrozzina, una cosa che non riuscivo a fare quando lavoravo assieme a ragazzi con disabilità. E questo mi permette di stare dentro, di spingerli, muoverli, toccarli e prenderli in giro». Arde in quei corpi il fuoco centrale degli spettacoli visti al Gignoro negli scorsi anni o, come in questo caso, nel giardino dell’ex-Ospedale psichiatrico di San Salvi. Non sembra mai veramente importante la restituzione di una storia, né la fedeltà a un testo o a un autore. In Don Chisciotte la cornice costruita dagli attori della compagnia Verso Oklahoma, che riprende piuttosto pigramente alcuni stilemi della Commedia dell’arte, viene scardinata dall’irruzione in scena degli anziani (o “vecchiacci”, “cariatidi”, “vecchiume”, come Pecorini li apostrofa scherzosamente nelle ore dopo lo spettacolo) e, in particolare, dalla loro condizione contraddittoria. Da una parte sono gli attori più diretti, in certi casi materialmente, della storia del teatro; dall’altra godono di una sconfinata libertà espressiva con cui deformano di continuo la struttura del copione, che assume per certi versi la natura di un canovaccio. Può capitare che Don Chisciotte (Gianni), bardato con lancia, elmo e ginocchiere, dopo aver sconfitto un cavaliere nemico si attardi a prendere complimenti e a stringere mani al pubblico, mentre Sancho Panza (Laura Biagioli, «l’unica operatrice che può domare Gianni») lo incalza perché deve iniziare un’altra scena; oppure, che un paladino racconti un proprio aneddoto che nulla c’entra con la storia, o che un’attrice si dimentichi proprio dell’unico che, invece, è fondamentale per l’andamento della narrazione.

foto Patrizia Minelli

Il caso attraversa lo spettacolo nel suo farsi, così come nel suo ripetersi: la replica a cui si assiste in un certo giorno è molto diversa da quella di qualche mese prima o dopo, non tanto per via dell’hic et nunc o del “loop autopoietico di feedback” tra pubblico e platea, ma perché uno o più attori potrebbero essere deceduti. «Il nostro è un lavoro sul rischio continuo, perché non sai se il giorno dopo avrai o meno un attore, o addirittura se il mese dopo avrai tutta la squadra, dato che è composta da persone che, il più delle volte, hanno quadri clinici molto complicati». E non si tratta di un rilievo sensazionalistico o di una semplice indicazione di metodo: nonostante l’atmosfera giocosa e farsesca dell’insieme, gli spettacoli di Pecorini sono animati da un profondissimo senso tragico. Innanzitutto, e nonostante tutto, grazie alle opere da cui il regista prende le mosse (Macbeth, Don Chisciotte) che hanno tradizionalmente molto a che fare con il senso di morte, l’inganno del mondo, il crollo delle illusioni. In secondo luogo, grazie alla presenza laterale delle persone sul palco, che certamente sono attori implicati in una pièce, ma non smettono mai di essere residenti di un RSA: nel febbraio 2024, al Gignoro, lo sguardo più sdegnoso, fosco e penetrante che abbia mai visto in una Lady Macbeth non poteva liberarsi dell’umanità e della storia di Lilla, ultranovantenne lombarda appena approdata al teatro. Le due anime semplicemente si compenetravano, così come fanno quelle di Gianni e Don Chisciotte, che esaltano a vicenda la propria aristocratica anarchia. Infine, grazie all’evidente e immediata prossimità di queste persone alla morte, che oltre a materializzare il carattere impermanente del teatro, porta gli spettatori ad affacciarsi provvisoriamente al proprio abisso casuale.

Matteo Valentini

Visto il 13 settembre all’ex Ospedale psichiatrico di San Salvi (Firenze)

Co-produzione
Verso Oklahoma – Cantiere Obraz
Con il supporto di CSD Il Gignoro
In scena a San Salvi / Chille de la balanza

di e con
Gli utenti e il personale del C.S.Anziani il Gignoro e i performer di Verso Oklahoma
(Antonia Cerullo, Andrea Turchi, Alessio Biblioteca, Giada Cerri, Umberto Moretti)

Regia Matteo Pecorini
Con l’aiuto e la partecipazione di Vittorio Continelli

 

Foto Patrizia Minelli e  Giorgia Pagano

 

 

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Matteo Valentini
Matteo Valentini
Matteo Valentini ha conseguito una laurea in Letterature moderne e un dottorato in Storia dell’arte contemporanea presso l’Università degli studi di Genova. È tra i fondatori dell’Oca – Osservatorio Critico Autogestito, webzine di critica teatrale, e collabora anche con Hystrio e Teatro e Critica. È docente di ruolo di Italiano e Storia presso il Convitto Nazionale Longone di Milano.

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