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La risposta di Davide Livermore al nostro articolo

Dopo il nostro articolo C’era una volta un regista, uno spettacolo e un critico, firmato da Simone Nebbia, il regista e direttore del Teatro Nazionale di Genova Davide Livermore ha inviato in redazione una che risposta pubblichiamo di seguito.

Alla redazione di Teatro e Critica,

L’articolo dedicato a “Ci vediamo all’alba”, a firma di Simone Nebbia, pone un problema che riguarda il mestiere della critica molto più dello spettacolo.

A Borgio Verezzi ero un artista invitato. Non il padrone di casa.
Il fatto che io diriga il Teatro Nazionale di Genova è, in quel contesto, del tutto irrilevante e utilizzarlo per costruire un presunto dovere di disponibilità verso un critico è una forzatura tanto evidente quanto impropria.

Un giornalista non riceve la propria legittimazione dall’artista che recensisce. La riceve dal proprio lavoro, dalla propria testata, dalla propria redazione, dagli eventuali contesti accademici e scientifici nei quali opera.

Pretendere riconoscimento personale dall’oggetto della propria critica è già un errore di posizione: una postura sghemba.

Farne poi materia di recensione è peggio.

La critica che cerca familiarità con gli artisti produce inevitabilmente rapporti malati: compiacenza verso chi concede prossimità, risentimento verso chi non la concede.
È il contrario dell’indipendenza. È il terreno naturale della piaggeria.

Il confronto tra critica e artisti, invece, può essere non solo utile ma necessario e anzi fondamentale per la crescita del movimento teatrale, quando avviene in una sede adeguata: i giornali, un convegno, un incontro pubblico, un contesto ufficiale, alto e dichiarato, nel quale ciascuno assume il proprio ruolo e risponde delle proprie posizioni. Quello è confronto. Quella è dialettica culturale.

Un foyer, immediatamente dopo una prima in un festival, non è un tribunale, un seminario universitario né un confessionale nel quale il regista debba rendersi disponibile al critico di turno.

Trasformare una mancata conversazione privata, non pubblica, in una teoria sull’arroganza dell’artista, sulla libertà della critica, sulla democrazia e sul rapporto con il pubblico non è profondità di analisi.

È sproporzione.

Perché anche il contesto, quando si raccontano i fatti, è parte dei fatti.

E soprattutto tradisce un equivoco fondamentale: il critico non è il pubblico.

Non lo rappresenta. Non parla in sua vece. Non possiede alcun mandato interpretativo superiore.

La critica non è una casta parasacerdotale incaricata di spiegare agli spettatori i misteri dell’opera.

Il pubblico non ha bisogno di sacerdoti.

Il critico è uno spettatore competente che dispone di strumenti e di uno spazio pubblico nel quale esercitare il proprio giudizio. È un ruolo importante. Proprio per questo non ha bisogno di inventarsene altri.

Può criticare il mio spettacolo. Deve farlo, nel bene e nel male.

Quello che non può fare, senza compromettere il proprio mestiere e la propria professionalità, è utilizzare una conversazione privata — riportata unilateralmente, interpretata secondo convenienza e priva di qualsiasi contraddittorio — per costruire un giudizio pubblico sulla persona dell’artista.

Quando accade, non siamo più davanti a una critica dello spettacolo.

Siamo davanti a un critico che ha deciso di diventare il soggetto del proprio articolo.

E questo, francamente, interessa molto meno dello spettacolo che avrebbe dovuto recensire.

Mi auguro che da qui possa nascere un confronto più alto sulla critica contemporanea: serio, pubblico e finalmente libero da ogni piccolo personalismo.

La critica non si perda nella nebbia.

Davide Livermore

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Leggi anche: C’era una volta un regista, uno spettacolo e un critico

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1 COMMENT

  1. Ho letto l’articolo di Simone Nebbia corredato da attenta analisi dello spettacolo e preceduto da una testimonianza personale sull’incontro con il regista, non disponibile ad un dialogo con lui. Sono due parti distinte dell’articolo di Nebbia. Il regista, nella sua replica, contesta invece al giornalista di non aver parlato dello spettacolo. E’ palesemente falso, basta leggere l’articolo per verificarlo. Il sig. Livermore svela nella lettera esattamente il carattere superbo che il giornalista racconta prima di passare alla recensione vera e propria (altro che postura sghemba). Il direttore del teatro nazionale di Genova dimentica che un giornalista e’ anche un cronista e ha raccontato i fatti che l’artista offeso non nega, solo vorrebbe dettare al cronista quello di cui parlare. Non funziona così in un paese in cui vige la libertà di stampa. Il direttore di un’istituzione pubblica farebbe meglio, forse, a misurare le dichiarazioni e snebbiarsi le idee.

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