Questa recensione fa parte di Cordelia di marzo 26
Cosa vuol dire «rimestare nel passato»? E perché, a un certo punto, il nostro tempo personale, interiore, si fonde con qualcosa di più antico? Muovendo da queste domande, Maria Luisa Usai compie un viaggio all’interno della propria storia familiare, ripercorrendo la vita di suo nonno, Pietro Maria Soddu, a partire dalla scoperta di un manoscritto, centosette ottave dettate a voce, in dialetto sardo, dal giovane uomo analfabeta, durante il periodo della sua detenzione in carcere. Suddiviso in prologo e tre capitoli – Scrivere, Partire, Tornare – e attingendo alle suggestioni del romanzo autobiografico, Campesina restituisce, con acume e ironia, l’imprescindibile legame tra passato e presente, mediante un dispositivo scenico in cui a prevalere è la contaminazione dei linguaggi: la narrazione è scandita dal susseguirsi di proiezioni dal vivo, materiali d’archivio e interviste familiari, mescolando il racconto del proprio vissuto a quello dell’antenato, mai conosciuto, che decide di intraprendere un lungo viaggio fino in Uruguay, dove lo attendono, insieme alle luccicanti baracche di lamiera che sorgono vicino al porto, nuove possibilità. Fino al ritorno nel piccolo paese natale di Benetutti, e al trasferimento nella città di Sassari, dove morirà nel 1968. A rievocare la storia di Pietro Maria Soddu non sono soltanto gli accadimenti della sua vita: le spighe di grano e la farina, oltre a connotare la sua professione di mugnaio, divengono elementi di ulteriore indagine, consentendo a Usai anche di esplorare corpo e voce di un uomo, ormai anziano, che trascorre le giornate in poltrona tra il sonno e la veglia, e che quando si ridesta dal torpore, pronuncia le parole: «ancora qua sono?». È nei momenti in cui Usai, nell’interrogare il passato, si affida alle sonorità del dialetto – reiterandone accenti e contenuti – che intercettiamo la possibilità di un suo maggiore utilizzo (così come del manoscritto ritrovato). La voce di una bambina, infine, ci riporta al presente: è l’invito al gioco, anche nella ricerca teatrale, ma è soprattutto l’inizio di un nuovo e irripetibile ciclo di vita. «La memoria non si ferma mai» scrive ne Gli anni Annie Ernaux, «appaia i morti ai vivi, gli esseri reali a quelli immaginari, il sogno alla storia». (Giusi De Santis)
Visto a Carrozzerie n.o.t. Di e con: Maria Luisa Usai; Produzione e Distribuzione: 369gradi; Spettacolo realizzato con il sostegno delle residenze Island Connect (Creative Europe), Sardegna Teatro e con una residenza presso l’Istituto Italiano di Cultura di Parigi.












