Meno di due di Teatrodilina torna in scena a Roma da domani fino a domenica 18 allo Spazio Diamante. Un ritrovarsi che è anche occasione di confronto con la compagnia. Intervista
Sabato mattina a Roma piove, anzi diluvia, e sembra non fare giorno. Abbiamo concordato con l’ufficio stampa di sentirci telefonicamente e separatamente prima con Francesco (Lagi) e Anna (Bellato), poi chiamerò Francesco (Colella) e a seguire Leonardo (Maddalena). Una telefonata dopo l’altra prima che raggiungano casa di Lagi per mettersi a provare in vista della prima di martedì. E, mentre parliamo, sembra che abbia smesso di piovere…

Teatrodilina è un progetto a cui pubblici diversi, di diverse generazioni, romani e non, sono molto affezionati da anni e il ritorno in scena di un vostro lavoro è sempre un darsi appuntamento. Come sta cambiando la compagnia e qual è oggi il suo presente?
Francesco Lagi (regista): uhmm…è difficile, aspetta, ci devo pensare… Forse non lo so come sta cambiando la compagnia. So che ci ritroviamo a lavorare con lo stesso spirito di sempre…Ecco, credo non sia cambiata la compagnia ma noi sì, singolarmente. Proviamo a mettere sulla scena pezzi di noi, stiamo invecchiando e stiamo evolvendo ma le cose che cerchiamo sono sempre le stesse; facciamo spettacoli che prima di tutto piacciono a noi. Non sempre però è possibile, perché non sempre si è disponibili emotivamente per fare questo nostro tipo di teatro. È una disponibilità emotiva che deve rinascere ogni volta.
Anna Bellato (attrice): ogni volta che ci ritroviamo è un’occasione che viene sempre ricercata, voluta, desiderata, considerato che ognuno di noi ha i propri percorsi indipendenti alla compagnia stessa. Non avendo grandi “spalle produttive” ci incontriamo come persone che si vogliono bene e creano insieme in maniera ancora molto artigianale. L’entusiasmo che viviamo lo ritroviamo poi nel pubblico: a volte pensiamo che i nostri spettacoli possano interessare determinate fasce di persone eppure ci stupiamo della loro trasversalità, di come anche le generazioni più giovani siano ricettive e si sentano coinvolte nei temi scelti.
Francesco Colella (attore): è un continuo laboratorio di crescita, è un teatro molto poco performativo che porta in scena tutta quella zona di vita che non è fatta di eventi. Preferiamo raccontare le parentesi, i giri di boa, quell’apparente ordinarietà in cui accade la vita. In modo caustico, come dissi durante una passata conferenza stampa, credo che noi siamo state delle giovani promesse, adesso siamo delle vecchie promesse e aspiriamo ad essere delle promesse non mantenute. Siamo un corto circuito rispetto a un presente che vuole imporci il successo.
Leonardo Maddalena (attore): credo che nel cambiamento nostro e delle compagnia ci sia però una preoccupazione permanente: noi teatranti siamo delle vedette, dovremmo avere il compito di vedere le cose prima rispetto al resto della società, allertando i sensi e mostrando delle direzioni. Ciò può accadere grazie a questa libertà di cambiamento, in cui ritrovo sempre una corrispondenza tra quello che faccio e quello che sono; ogni volta attuiamo una vera e propria rivivificazione del nostro modo di lavorare e quindi degli spettacoli stessi.
Da attore e da attrice cosa significa oggi portare in scena l’essere umano nella sua vulnerabilità emotiva e che ruolo pensate di ricoprire in un periodo in cui prevale la virtualità e la performatività delle relazioni?
A.B: mi interessa la bellezza fragile di questi personaggi in cui possiamo riconoscerci: mai fuori asse o estremi ma umanamente incrinati. Rappresentare questi racconti di quotidianità familiare in maniera tenera, divertente, ci aiuta in questi tempi così performativi a invertire la corsa verso la perfezione. Se penso anche alle mie figlie, mi spaventa che possano avere un’idea della fragilità come qualcosa da aggiustare e non come una risorsa, un valore da riconoscere e da comprendere.
F.C.: in Meno di due ci sono due persone che trovano il coraggio di incontrarsi. Oggi l’incontro è proprio un atto di coraggio, di resistenza perché la virtualità ti illude di avere una socialità densa e ricca, il che porta a un aumento della solitudine. La vulnerabilità di questi personaggi è anche iniziale, perché entrambi decidono poi di metterla alla prova incontrando l’altro/a. In un’epoca muscolare e di performatività sociale, il nostro teatro penso che possa portare il pubblico a sentire un nuovo calore, lo stesso che proviamo noi quando ci incontriamo a provare, e poi mangiamo insieme. Rappresentiamo personaggi che parlano tra di loro senza infingimenti, con nudità esistenziale, “guardami per quello che sono e accoglimi”. Del resto, quando facciamo il nostro teatro, noi ci educhiamo sentimentalmente.
L.M.: parlare di umanità in un contesto disumanizzante, e da Terza Guerra Mondiale, credo sia un fatto politico: mettere in scena delle persone, e non dei personaggi, con le loro bassezze e contraddittorietà rispetto ai ruoli tradizionali che la società ci impone è una scelta civile. L’attivista Vittorio Arrigoni diceva “restiamo umani” e spero che il pubblico riconoscendosi in queste storie torni a sentirsi parte del genere umano, parte di un’assemblea, unita insieme non dalla retorica o dal moralismo ma dai sentimenti.

Come si costruisce la vostra drammaturgia della relazione e, proprio a causa del passare del tempo, si può arrivare a non credere più a un’emozione?
F.L. Io ascolto. Quando loro iniziano a mettere, o a rimettere, in moto uno spettacolo li osservo e li ascolto per sentire se ci sono dei nuovi spazi da inserire o modificare; si tratta di risvegliare degli elementi e rinnovarli. Cambiamo una faccia, un tempo, una battuta perché è cambiato il mondo intorno a noi: quando ci incontriamo dobbiamo sempre verificare che lo spettacolo sia ancora vivo, che il testo ci parli ancora. Se non si crede più a un’emozione e se si manifesta un distacco da essa, allora bisogna cambiare, perché significa che non è più il tempo per quell’emozione. O almeno non lo è più nel nostro teatro. La relazione inizia prima della drammaturgia stessa, questo è il nostro processo che seleziona alcuni degli elementi della nostra relazione e, non tutti, li fa diventare teatro.
A.B: Facciamo molte prove e cerchiamo sempre di avere uno sguardo esterno sullo spettacolo, di guardare quelle relazioni da fuori. Si tratta di un lavoro continuativo di cesello e, nonostante la scena sia sempre emotivamente molto viva e fresca, il testo resta comunque blindato e molto serrato. Credo che la fatica quotidiana stia proprio in questo equilibrio e nel suo modificarsi.
F.C. Il linguaggio di Francesco (Lagi ndr) è apparentemente elementare ma proprio per questo è molto cangiante e fa intravedere un mondo sommerso le cui parole affiorano per emersione. Questi personaggi non sono mai degli intellettuali che riflettono su se stessi e sulla vita, agiscono lì, sulla scena, con i loro inciampi, tenerezze e pause, possiedono una loro musica, la stessa che accomuna tutti e che ci piace suoni così.
L.M. Bisogna dare merito a Francesco che ci sprona continuamente a cambiare, a uscire da una dimensione di comfort, a volte non so perché lo faccia ma credo che questo allontani i nostri spettacoli da una definizione, lasciandoli invece nella sfumatura e facendoli dialogare con il pubblico attraverso un linguaggio il più pulito e semplice e imprevedibile possibile. Le emozioni che interpretiamo vengono modificate non perché una sia più giusta dell’altra ma perché si aggiungono le une alle altre e amplificano il significato di quello che raccontiamo, delle persone che siamo e portiamo in scena.

Meno di due è una storia a tre, collettiva ma anche molto singolare, ciascun personaggio è a sé e allo stesso tempo con gli altri, perché la loro dimensione intima è strabordante e luminosissima. Qual è stato l’innesco di questa storia?
F.L. Ero alla ricerca di una situazione e non tanto di una storia: più la situazione è semplice e più mi interessa comprenderla. Due persone si incontrano e parlano e allora viene fuori la domanda più interessante di tutte: chi sono? Volevo raccontare l’amore attraverso due adulti che lo hanno già vissuto, che hanno delle esperienze sentimentali sulle spalle, che si mettono in gioco non come farebbe un ventenne ma muovendosi verso l’altro con un passo più attento perché sanno che possono farsi male. Volevo esplorare il loro livello di conoscenza del sentimento.
F.C. Il titolo Meno di due nasce da una poesia di Robert Frost dal titolo Incontrarsi e passar oltre in cui una donna e un uomo si incontrano fugacemente, incrociano le loro ombre e dopo quell’attimo lui afferma “noi siamo più di uno e meno di due”. Non potranno dire che c’è stato tra loro un innamoramento, qualcosa di epico, c’è stato però un attimo e proprio questa via di mezzo, spesso osteggiata, è comunque diventata qualcosa, come accade nello spettacolo.
Da regista, il tuo sguardo sulle persone, sugli incontri, sull’esperienza del tempo che passa e come questo agisce sui nostri sentimenti è versatile e spazia dal teatro, al cinema e alla televisione. In un contesto artistico e mediatico così disintermediato come sopravvive la scrittura per la scena, per un film, per un prodotto televisivo, si specializza o si uniforma?
F.L. Anche se l’istinto di chi scrive è riconoscibile, teatro cinema e tv richiedono processi di scrittura decisamente diversi, nonostante la generalizzazione e l’offerta dei contenuti che abbiamo la possibilità di vedere. Non è tanto la scrittura in sé ma il processo che porta alla fine di uno spettacolo, di un film o di una serie che rimane a sé stante. Nel teatro di Teatrodilina il rapporto tra autore e scena è più diretto rispetto a quello nel cinema e nella tv, che penso siano invece più mediati. E poi c’è la felicità, la felicità di scrivere per il teatro non la vivo in altri contesti, e per felicità intendo il mettersi di fronte all’altro e iniziare a parlare, il rapporto vivo, istintivo, l’immediato divertimento.
Mi piace molto l’espressione “immediato divertimento”…
F.L. Il teatro, sì, lo fa… Poi ti ripeto io non lo so come fanno teatro quelli che fanno veramente teatro. Sicuramente è una rottura di scatole: “chiama le prove giovedì alle quattro”, “m’hai pagato?” e Shakespeare e il verso, e come dire la battuta, e “però lo spettacolo non si capisce”, “la scenografia scende o sale?” Ma tanto noi facciamo un’altra cosa, ognuno fa il suo lavoro che è completamente ribaltabile da un altro punto di vista.

Individui in questo tuo percorso autoriale dei maestri e/o delle maestre? Intendo anche opere, oggetti, animali, semmai.
F.L. Che bella domanda…però forse non l’ho capita…Sicuramente potrei parlare di Lina, la cagnolina a cui è dedicato anche il nome della compagnia, e che ci ha accompagnato per tanti anni ma sarebbe una risposta veloce. Ci sono delle cose che mi hanno acceso, che stanno in piedi tra leggerezza e profondità, teatralmente parlando, oppure che ho letto, e per le quali ho pensato “anche io vorrei fare questo”. Sì ci sono, potrei farti una lista, mi vengono in mente cose a vanvera ma mi sembra strano, non me la sento… Potrei parlarti di qualche quadro, di una, due persone nel cinema… Non ho mai studiato teatro tecnicamente ma sono uno spettatore, un testimone, e mi piace molto andare a teatro, nonostante in questo mondo ‘sta roba sembra non avere più nessuna importanza. Mi piace vedere teatranti che mi illuminano per la loro totalità, per il modo di fare teatro con serietà senza seriosità. Potrei dirtelo chi sono, o forse no. Anzi no, mi imbarazza…(ride ndr)
E invece c’è una scena, battuta, spettacolo di Teatrodilina a cui sei più legato?
F.L. Mi stupiscono quegli aspetti che rimangono sempre uguali: cose che restano sempre le stesse, piccoli mattoncini che si sono dimostrati più forti e longevi degli altri. Come se fossero dei numeri primi che restano là e non si muovono. È il mistero della creatività che mi emoziona; non è nulla di mistico, ha a che fare con ciò che si crea dal nulla e che non cambia mai, anche quando tutto cambia.
Lucia Medri












