Interazione, condivisione di sé e ricerca o perdita di ciò che è noto, del controllo sull’altro: le Residenze Digitali 2025 (con le restituzioni che saranno online dal 9 al 13 dicembre) aprono parecchie riflessioni anche di tipo etico filosofico. Approfondiamo con uno sguardo privilegiato le ricerche degli altri due vincitori del Bando: Boris Pimenov e Albert Figurt. Articolo in media partnership.
Nessun posto è come casa. Nessun posto è 192.168.1.1. Due frasi pressoché identiche nel senso, se non fosse che la prima cita un film, mentre l’altra l’indirizzo ip del router di casa; ma entrambe definiscono i confini di ciò che definiamo come propria dimensione, nel primo caso un luogo fisico e nell’altro uno virtuale. Ma se ci trovassimo a fare i conti con un’improvvisa assenza di questa “casa”? Se fossimo costretti, un po’ come l’archetipo di Alice a cadere in una tana e trovarci in un mondo ribaltato dove tutto ciò che stimiamo come nostro, appare invece distorto? E se le coordinate in cui muoversi non fossero più quelle del reale tangibile ma lo spazio del desktop, delle interfacce web, dell’immaterialità virtuale?
Eburnea dell’artista Boris Pimenov e Screenvestigation di Albert Figurt sembrano partire da simili presupposti: nel primo caso, una novella Alice verrà intrappolata in un istituto immaginario, all’interno del quale il pubblico diventerà co-creatore del suo destino; nel secondo, l’indagine, anche qui partecipativa, acquisterà i toni di un viaggio di perdita e ritrovamento, una sorta di sogno lucido iperreale tra interfacce, corpi e archivi personali da poter condividere.
I due progetti sono tra i quattro selezionati per l’edizione 2025 delle Residenze Digitali e saranno visionabili dal 9 al 13 dicembre 2025 assieme alle ricerche di Mara Oscar Cassiani e Benedetta Pignoni assieme a Giammarco Pignatello.
Alice, nelle intenzioni dell’artista italo-russo Pimenov, potrà trovarsi nel paradosso tra «una imposta perfezione e la volontà di distruggerla, nel liberarsi da una “casa d’avorio” scandita algoritmicamente e glacialmente da un demiurgo digitale». Questa dimensione, abitata dalla presenza fisica di una performer i cui movimenti verranno catturati dalla tecnologia Kinect e poi trasferiti nell’ambiente digitale, potrà subire un numero definito – “discreto”, diremmo – di varianti, gestite oltre che da un’intelligenza artificiale, anche dagli spettatori i quali potranno modificarne ambienti, suoni e narrazione. La domanda che allora dovrebbe arrivare al pubblico si posiziona su una riflessione tra libertà e costrizione, tra automazione e creazione. In questo, la sperimentazione di Pimenov che sempre più si sta dedicando all’arte generativa, risulta ancora più interessante proprio perché si insinua nel solco delle arti digitali, prendendosi il rischio della «libertà che il digitale offre», ma nella volontà di evitare di «scadere nell’antipoetico e nell’antiestetico».
Il progetto interattivo è coinvolgente di Albert Figurt, invece, prova a reinterpretare la grammatica del racconto performativo, esplorando le nostre abitudini di naviganti virtuali, tra multitasking, algoritmi, in una nuova percezione di sé e del mondo che viviamo per accumulo di informazioni e skimming, in bilico tra «confessione, esplorazione e autorappresentazione». In questa “investigazione da schermo” come negli altri suoi lavori, ascrivibili alla categoria di “screencast storytelling”, si raccolgono dunque più prospettive: «la semiotica applicata alle arti visive e l’approccio performativo si tendono la mano per ibridarsi in quella peculiare forma di “videoarte metanarrativa in tempo reale” che – emergendo proprio a partire dall’interfaccia grafica di un dispositivo digitale – esplode nell’imprevista girandola straniante dell’interazione online su uno schermo privato (desktop) che diventa palcoscenico (intimo)».
Già da questi presupposti, nelle intenzioni di entrambi appare evidente quanto sia necessario «scrostarsi di dosso il polverume e cercare di rivalutare radicalmente ciò che significa “spazio scenico”, “drammaturgia” e digitale come palcoscenico», come afferma Pimenov. Lo spazio di residenza può diventare dunque luogo fondamentale in un contesto complesso quale quello italiano, all’interno del quale le riflessioni sulla presenza del digitale nelle arti performative o le sue caratterizzazioni digitali rischiano ancora troppo di essere ancorate a settori troppo ristretti, troppo per “addetti ai lavori”. Le Residenze Digitali possono dunque offrire un luogo di sperimentazione conviviale e collettiva, dove, afferma Figurt, «esplorare con calma e metodo varie piste e varie ipotesi di lavoro, potendo beneficiare di contatti, strutture ed i mezzi per poter agevolmente concertare (nella delicata fase di co-creazione preliminare) un’incredibile serie di workshop e laboratori inanellati che hanno contribuito non poco alla crescita e all’implementazione della performance in fieri».
Redazione
info e programma: https://www.residenzedigitali.it










