Dalle mitologie del web alle nuove forme di violenza digitale, le Residenze Digitali 2025 mostrano un campo culturale in continua trasformazione. Approfondiamo con uno sguardo privilegiato le ricerche di due vincitori del Bando: Mara Oscar Cassiani e Benedetta Pigoni/Giammarco Pignatiello. Articolo in media partnership.

«Le Residenze Digitali sono una casa ibrida, uno spazio sicuro e neutro di sperimentazione che in Italia è mancato per anni», afferma Mara Oscar Cassiani, tra le artiste vincitrici dell’edizione 2025 del Bando Residenze Digitali. Il suo sguardo sintetizza bene l’essenza di un progetto che, anno dopo anno, e con lungimiranza, ridisegna i confini stessi della creazione scenica online. Ed è proprio da questa idea di dimora porosa e transitoria — un luogo in cui la ricerca sfida i formati e le estetiche consolidate — che ci avviciniamo alla settimana di restituzione delle residenze, dal 9 al 13 dicembre: giorni in cui i progetti selezionati per la sesta edizione incontreranno il pubblico attraverso presentazioni online, prima del momento collettivo di riflessione previsto il 13 dicembre allo Spazio Rossellini, nell’ambito di Teatri di Vetro. In questo contesto abbiamo scelto di volgere l’attenzione a due dei quattro artisti vincitori, approfondendo non solo le opere che presenteranno, ma anche i loro percorsi, le radici della loro ricerca e le questioni critiche che i loro lavori pongono sul rapporto tra corpo, rete e immaginario contemporaneo. Un’occasione per osservare come, nella cornice del progetto promosso dal Centro di Residenza della Toscana (Armunia – CapoTrave/Kilowatt), e da una rete di partner in continua espansione, stiano emergendo nuove forme di sperimentazione che non considerano il digitale un semplice supporto, ma un vero e proprio ambiente culturale, generatore di estetiche, narrazioni e tensioni specifiche. Un ambiente che, pur con fatica, sta cercando di conquistare un proprio spazio nel panorama della produzione teatrale nazionale.

Lo spiega bene Mara Oscar Cassiani, raccontando la ricezione del suo lavoro agli esordi, sottolineando una sostanziale differenza tra sistema italiano ed internazionale: «Prima di trovare qui un reale sostegno, molte delle mie produzioni venivano appoggiate soprattutto all’estero: il mio primo lavoro in VR è stato prodotto in Germania dieci anni fa; nel 2016 ho realizzato un’opera digitale per il web per un teatro nazionale, ma ancora una volta in Germania. Per anni l’Italia ci ha spinti all’autoproduzione e alla fuga (un fenomeno che conosciamo bene), nonostante sul web i miei lavori circolassero già globalmente, spesso sotto mentite spoglie. Il lavoro performativo digitale italiano era di fatto confinato alla proiezione su palco e legato all’arte elettronica, non a una poetica realmente generata in rete dai suoi linguaggi post-globalizzati».
Continua: «Nel contesto nazionale, le realtà capaci di accogliermi erano quindi poche: preziosissime isole di fiducia e libertà. Lo sono ancora, ma un progetto come Residenze Digitali, insieme ai legami che è in grado di attivare, ci rende più solidi e protetti. Negli anni è stata fondamentale anche la capacità dei partner di comprenderci, sostenerci e avere il coraggio di lanciarsi nel buio con noi: solo così abbiamo potuto realizzare le nostre opere con tranquillità e con il giusto respiro, senza essere penalizzati dal fatto di non rientrare in alcun linguaggio o griglia preesistente».
È in questo terreno che nasce il suo Spooky Internet. Storie per non dormire. Buonanotte, un’indagine sulle leggende del web che verrà trasmessa in diretta YouTube il 9 e 10 dicembre alle ore 18:30. Il punto di partenza della ricerca di Cassiani è l’affascinante (e inquieto) mondo dei racconti che circolano tra forum, piattaforme social e spazi anonimi della rete, in cui realtà e immaginazione si filtrano fino a creare una sorta di nuovo folklore globale. Queste storie spesso nascono dall’anonimato e dalla solitudine, dalla progressiva scomparsa di condivisione emotiva all’interno della sfera domestica («gli utenti si connettono, si narrano, si consultano tra i commenti, la sera quando tornano soli e sole dal lavoro o la notte unendo il desiderio di lettura e di narrazione da focolare», racconta l’artista in una nostra conversazione). Trasmesse attraverso schermi e tastiere, assumono la forma di narrazioni collettive che non appartengono più a un territorio specifico, ma a una comunità fluida e transnazionale che introduce un modello alternativo, tutto contemporaneo, di tradizione orale. In scena – o meglio, nello streaming – Cassiani non è sola: la affiancano Susan Manfroni, Laura Galli e un gruppo di donne over 50 coinvolte durante una serie di workshop online, figure che l’artista trasforma in guide simboliche, «una comunità narrativa abbandonata e invisibilizzata da una società digitale che associa digitale a giovane» e depositarie proprio per questo di una tradizione orale ripensata per un ecosistema digitale. Sono loro che attraversano gli scenari generati dall’intelligenza artificiale, territori liminali tra sogno e videogioco, dove la performance diventa uno spazio di transito tra mito e pixel. Come spiega l’artista, «questo lavoro tratta proprio i sogni della coscienza collettiva degli utenti, i loro incubi e il grande incubo collettivo che una società riesce a generare attraverso le sue forme di espressione». La forza del progetto risiede anche nella solidità del percorso artistico di Cassiani, che da anni esplora le estetiche della rete, le comunità nate intorno ai social e i rituali del clubbing contemporaneo, trasformando questi materiali in performance che ibridano danza, cultura pop, iconografia digitale e critica sociale. La sua pratica, spesso definita “wifi-based”, sembra nascere dall’idea che internet non sia un semplice archivio di immagini, ma un territorio da attraversare fisicamente, un luogo dove il corpo si fa segnale, avatar, rito.

Se nella ricerca di Cassiani il digitale diventa spazio dove far nascere nuove mitologie condivise, in Molka, scritto da Benedetta Pigoni e diretto da Giammarco Pignatiello, esso si rivela come luogo in cui l’osservazione può diventare strumento di dominio. La restituzione del progetto, in programma l’11 dicembre alle ore 19.30 sulla piattaforma Discord per un numero ristretto di spettatori, si concentra sulla violenza volontaria/involontaria dello sguardo, su come essa si autogeneri e su come si ripresenti spesso sotto altre forme. Il termine stesso “molka” rimanda alle microcamere nascoste largamente diffuse in Corea del Sud, spesso installate clandestinamente in bagni pubblici e spogliatoi: un fenomeno tanto inquietante quanto reale, che ha generato negli ultimi anni un forte movimento femminista e una presa di posizione politica radicale, capace di portare in piazza migliaia di donne.
«Quando ho scoperto il fenomeno in Corea – racconta Benedetta Pigoni, anche lei vincitrice del bando assieme al regista Giammarco Pignatiello – mi sono chiesta se fosse qualcosa di isolato, legato esclusivamente alla loro cultura. Indagando, ho capito che, seppure con forme diverse, questa violenza digitale sta attecchendo anche in Italia. Il meccanismo delle molka esiste già: basta pensare ai casi recenti del gruppo Facebook “Mia Moglie” o ai contenuti diffusi tramite phica.net, dove foto di donne comuni vengono condivise da persone a loro vicine, senza consenso, e fatte circolare in gruppi chiusi. È parte di un’ondata globale, come ogni fenomeno amplificato dalla rete. Questo incontro mi ha costretta a interrogarmi sul nostro rapporto con Internet, sul potere dello sguardo nelle dinamiche di violenza di genere e su come oggi la privacy possa essere violata senza che ce ne accorgiamo. Da qui è nato il bisogno urgente di raccontare tutto questo attraverso la performance».

È proprio durante una sua residenza in Corea che Pigoni ha iniziato a interrogarsi sulle implicazioni etiche e sociali del guardare e dell’essere guardati. La performance immerge quattro interpreti – Alessandra Curia, Cinzia Lorelli, Caterina Pagliuzzi e Maria Teresa Vannini – in un bagno pubblico digitale, uno spazio in cui i confini tra intimità e sorveglianza si spezzano. Il pubblico, potendo scegliere inquadrature diverse, commentare, interagire in tempo reale, diventa parte del meccanismo che la performance mette sotto accusa: un dispositivo voyeuristico che non mette mai davvero al sicuro l’innocenza di chi osserva e che indaga la posizione dello spettatore, mai neutrale, e il campo di azione in cui lo sguardo invade la privacy e rende partecipi della violazione. Pigoni, è stata anche drammaturga vincitrice del Premio Tondelli 2023 e del ConTest Amleta, e collabora come marionettista per la compagnia Carlo Colla e Figli. Oggi, diplomanda alla Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi, approfondisce una scrittura che si muove con precisione chirurgica tra il reale e l’analitico, affrontando temi legati al desiderio, al corpo e alla violenza sistemica che attraversa le relazioni contemporanee. Molka si inserisce su questa linea, dove il digitale si comporta come lo spazio che amplifica una ferita, un luogo dove il confine tra gesto, desiderio e abuso diventa estremamente labile e poroso. Anche la regia di Pignatiello, forte della sua esperienza tra teatro per l’infanzia e progetti collettivi, contribuisce a costruire un ambiente interattivo che non concede distanze etiche, per un utente che non è più spettatore esterno, ma dentro e parte del problema stesso.
Oggi il web è uno dei principali campi di battaglia simbolici della nostra epoca. Qui si produce immaginario, ma anche violenza; qui si costruiscono comunità, ma anche sistemi di controllo invisibile. Conclude Pigoni: «Credo che il mondo digitale offra possibilità straordinarie per sperimentare e raggiungere il pubblico. Da teatrante, resto convinta che la dimensione umana e concreta del rito sia essenziale, ma Internet può ampliare il nostro sguardo: grazie alla sua velocità e alla sua capillarità, ci permette di parlare del presente, di indagarlo, di farci domande su ciò che ci accade. Nel caso di Molka, sentiamo forte il desiderio di dialogare soprattutto con i ragazzi, con gli studenti delle scuole superiori: sono loro a vivere quotidianamente immersi nel digitale, e in un momento storico in cui si parla sempre meno di educazione affettiva e sessuale, vorrei usare Molka come un meccanismo narrativo ed esperienziale che ci permetta di compiere, insieme, un viaggio dentro il mondo digitale dello sguardo. Un percorso per capire come funziona, come ci attraversa e come può trasformarsi».
Redazione
info e programma: https://www.residenzedigitali.it











