Un reportage dal festival sardo Anima IF, manifestazione ideata e organizzata dalla storica compagnia cagliaritana Is Mascareddas e che in questa edizione si è focalizzata sul tema dei diritti umani.

Quando si parla di teatro di figura in Italia si pensa quasi sempre ai bambini. È un riflesso spontaneo, una consuetudine sedimentata: burattini che ridono, marionette che insegnano la gentilezza: tutto sembra racchiuso nel linguaggio semplice del pupazzo che fa ridere e consola. Eppure c’è un’altra storia, meno raccontata. Una storia in cui il teatro di figura si spoglia della sua innocenza per diventare qualcosa di più inquieto, più adulto, dove l’oggetto, la marionetta, la sagoma di legno o di carta diventano corpo drammaturgico, superficie per il pensiero. Un teatro capace di parlare a un pubblico che non chiede consolazione, bensì profondità.
In Sardegna questa storia ha un nome preciso: Is Mascareddas. Fondata nel 1980 da Tonino Murru e Donatella Pau, la compagnia ha fatto del teatro di figura un linguaggio totale, una poetica che tiene insieme l’artigianato e la visione, la mano e la mente. Le loro creazioni – costruite tra legni, stoffe e materiali vivi – nascono in laboratorio e arrivano in scena come organismi pulsanti, sospesi tra umano e oggetto. In quarantacinque anni Is Mascareddas ha radicato a Cagliari una visione limpida e resistente: che il teatro di figura potesse essere, senza aggettivi, teatro. Non un linguaggio collaterale, ma un modo di pensare la scena. Murru e Pau hanno attraversato l’isola, l’Italia e l’Europa, portando in giro spettacoli che si muovono tra il lirico e il perturbante – A Regime di Brezza, Le Mosche, Areste Paganòs e i giganti – e fondando un archivio che oggi è memoria viva di questa arte.

È da questa visione che nasce, nel cuore della città, Anima IF, festival internazionale di teatro di figura per adulti, una rassegna in cui il teatro di figura non parla ai bambini, ma piuttosto parla al presente. Sono stata ospite dell’ottava edizione che si è svolta dal 29 ottobre al 2 novembre negli spazi di Sa Manifattura, l’ex fabbrica di tabacchi trasformata in luogo di creazione. Varcato l’ingresso è come entrare in un teatro diffuso: un luogo che conserva in sé l’idea del lavoro, del gesto concreto. Diritti e rovesci è la traccia tematica su cui si è mossa questa edizione: una riflessione sul fragile tessuto dei diritti umani, su quelle libertà minime e universali che costruiscono la dignità di ogni singola esistenza. Ma è proprio nel loro rovescio, nella piega oscura del diritto negato, che si annidano le domande più urgenti, le vite marginalizzate, le battaglie per la libertà di essere, la resistenza silenziosa di chi non ha voce. È in quel luogo, fra diritto e rovescio, che il teatro di figura trova la sua materia più vera: l’ombra, la deformità, l’umanità che si manifesta attraverso l’oggetto. La programmazione di quest’anno ha mantenuto fede a questa tensione, intrecciando poetiche e provenienze diverse e restituendo un quadro di straordinaria densità.

Tra gli ospiti internazionali Husam Abed, regista palestinese che ha portato in scena, per la prima volta in Italia, lo spettacolo War Maker, una performance nata dalla vera storia dell’artista palestinese Karim Shaheen. Lo spettacolo si muove tra teatro di oggetti e video, costruendo un dispositivo scenico che cerca di riprodurre una mente in movimento. Sul palco, Abed invita il pubblico dentro i sogni e le illusioni di Karim, in un viaggio che attraversa la guerra e l’esilio come esperienze frammentate, vissute nel corpo e nella memoria. La messa in scena diventa una camera di risonanza emotiva: non rappresenta la guerra, ma ne restituisce l’eco, la sua persistenza nel pensiero e nei gesti quotidiani. La regia, firmata dallo stesso Abed con la drammaturgia di Marek Turosik, alterna linguaggi e piani percettivi: l’oggetto animato convive con il video, la musica con il silenzio, la narrazione con l’immagine. Accanto ad Abed, in scena, Matej Vejdelek, che cura anche suono e luci. In quarantacinque minuti, War Maker disegna un paesaggio emotivo e politico che è anche autoritratto dell’artista, la condizione dell’esilio come spazio sospeso, la memoria della guerra come peso e materia.

Tra gli altri spettacoli, la coproduzione tra David Zuazola e Unia Teatr Niemożliwy (Cile-Polonia) con The Walker, Betti Pau con La varecchina e la compagnia francese Théâtre de la Massue con Le Scriptographe. Ideato da Ézéquiel Garcia-Romeu, regista e scenografo francese, Le Scriptographe è una sorta di esperimento poetico sulla creazione istantanea. Un grande tavolo da scrittura, attorno, sei autori – scelti da pubblico – siedono alle loro postazioni, ciascuno con un foglio ed una penna. Al centro, sotto il piano del tavolo, nascosto come un segreto, il burattinaio prepara la sua scena in miniatura: un personaggio, una storia che si compone progressivamente, con lo svelarsi di diversi oggetti. Il pubblico, disposto tutt’intorno, osserva. Non c’è sipario, non c’è distanza. Tutto accade lì, in tempo reale, in un equilibrio tra scrittura, gesto e interpretazione. Ézéquiel Garcia-Romeu nascosto sotto il tavolo, improvvisa minuscoli spettacoli con pupazzi e oggetti, mentre gli autori, ispirati da ciò che vedono scrivono in diretta, lasciando che l’immaginazione si muova libera, come in una scrittura automatica surrealista. Alla fine dello spettacolo i testi vengono letti ad alta voce come piccoli lampi di drammaturgia nati dal contatto con la figura. In scena anche Questo non è un amore della compagnia italo – cilena Crepamuro Teatro. Ispirandosi nel titolo al celebre dipinto di Magritte “Ceci n’est pas une pipe”, il protagonista (Matteo Amoruso) racconta una storia in cui il fumo funge da filo conduttore di storie di uomini in viaggio, migrazioni, e amori perduti e apre una riflessione sul potere e sulla fragilità dei legami affettivi. Attraverso la storia del tabacco, infatti, lo spettacolo mette in scena la progressiva dissoluzione di una relazione tossica: due figure che si cercano e si respingono, fino a trasformarsi in materia inerte.

Ciò che colpisce del festival Anima IF è il pubblico. Un pubblico numeroso, presente tutte le sere, soprattutto un pubblico partecipe, curioso, adulto ma trasversale: studiosi, spettatori di lunga data che magari hanno visto da bambini gli spettacoli di Is Mascareddas e oggi tornano per scoprirne un volto nuovo. Non una folla distratta o di passaggio, ma una vera e propria comunità. “Dal 1980, strada per strada – racconta Tonino Murru – abbiamo costruito un rapporto diretto con le persone. All’inizio non c’erano teatri veri, recitavamo nelle piazze, nei cortili. Portavamo in giro i nostri pupazzi su un furgone e ogni volta era un incontro diverso. È da lì che nasce questo pubblico: da un dialogo che non si è mai interrotto”. E, in effetti, Is Mascareddas è una realtà culturale che ha contribuito alla diffusione e alla conoscenza del Teatro di Figura in Sardegna, tradizione teatrale fino ad allora pressoché sconosciuta nell’isola. Da subito ha svolto in Sardegna un importante ruolo di diffusione e conoscenza del Teatro di Animazione, ideando e allestendo progetti, festival, rassegne, con compagnie italiane e internazionali. Nel 1999 ha inaugurato la Biblioteca Yorick, tra i più importanti fondi di testi e documenti sul teatro di animazione in Europa (circa 4 mila volumi tra libri e riviste provenienti da tutto il mondo), mentre nel 2008 ha inaugurato un nuovo teatro a Monserrato, ribattezzato poi Teatro Mo.Mo.Ti (Monserrato Cinema Moderno Teatro Internazionale) fino ad arrivare al Premio Ubu Speciale ricevuto nel 2023 per la “tenace attività di promozione e produzione teatrale svolta da oltre 40 anni sul territorio sardo, italiano e internazionale”.

A Cagliari, tra la fine d’ottobre e i primi giorni di novembre, il sole conserva ancora un calore intenso, la luce scivola sulle facciate chiare e l’aria limpida è impregnata di salsedine. È in quest’atmosfera – in questa pausa di respiro prima dell’inverno – che si muove un flusso continuo di persone dentro Sa Manifattura: artisti, spettatori, studenti. Si entra e si esce dagli spazi del festival come da un laboratorio aperto tra spettacoli, workshop, mostre e incontri. Nella sezione Il diritto di ascoltare è stato dedicato uno spazio al suono come linguaggio del corpo e della memoria. Protagonista, Marta Cuscunà con Dimmi cosa vuoi vedere, versione sonora di Earthbound ovvero le storie delle Camille, un lavoro che nasce dall’incontro tra femminismo ecologico e fantascienza politica, ispirato alle riflessioni di Donna Haraway. In questa versione, privata dell’immagine e affidata unicamente alla voce e al paesaggio sonoro, il racconto diventa un’esperienza di pura immaginazione: le Camille, creature post-umane nate dall’unione di specie diverse, parlano di un futuro possibile dove la cura e la convivenza sostituiscono il dominio. Cuscunà – da sempre attenta alla costruzione di universi visivi e meccanici – qui rinuncia alla scena per restituirla all’orecchio, e in quella sottrazione c’è tutta la delicatezza e la forza del suo gesto teatrale. Un altro momento intenso è stato il workshop “The Sixth Sense” a cura delle performer e registe ucraine Daria Ivanova e Kateryna Lukianenko, che hanno guidato i partecipanti in un percorso di esplorazione sensoriale tra spazio, suono e materia. Attraverso esercizi pratici, i corpi hanno imparato a percepire la scena come campo di forze invisibili, una sorta di esperienza di sensibilità condivisa che si è trasformata in una restituzione aperta al pubblico: una performance in cui i partecipanti venivano bendati prima di entrare in sala, affidandosi ad una guida che li avrebbe accompagnati per tutta la durata dello spettacolo. Negli spazi di Sa Manifattura, il festival si è esteso anche alla fotografia e alla micro-scena: la personale del fotografo Giansalvo Cannizzo, Oups tant pis, quattro teche – realizzate dal 2019 al 2025 – che raccontano, in uno stile intimo, crudo e autobiografico, un doppio trauma: la fine di una relazione e una diagnosi oncologica; lo spettacolo in miniatura di Nadia Addis, della compagnia Nando e Maila, Brigitte e le petit bal perdu: una sorta di cabaret tascabile e malinconico (dieci minuti di spettacolo) in cui una minuscola figura femminile danza in un teatro portatile, evocando un antico ballo del passato.
“In questi tempi che sembrano più che mai complessi e ingovernabili, il diritto al vivere e al morire in uno spazio di dignità non negoziabile diventa un imperativo etico, chiaro e inappellabile», spiega Donatella Pau. L’edizione appena conclusa conferma che nel lavoro portato avanti da Pau e Murru c’è sempre la volontà di porsi questa domanda: qual è il rovescio? E ricordarsi che il teatro non è mai solo rappresentazione, ma gesto di relazione, atto politico, respiro collettivo.
Giuseppina Borghese










