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The Interrogation. Finalmente, la vita

 Recensione. Al Teatro Mercadante è andato in scena in prima nazionale The Interrogation di Édouard Louis e Milo Rau. Le altre date italiane sono state Potenza (Festival delle 100 scale) e al Teatro Manini di Narni.

Foto Michiel Devijver

Quella sera, poco prima che Arne de Tremerie mettesse piede sul palco e si sedesse in disparte a leggere, leggevo a mia volta Werner Hofmann su I fondamenti dell’arte moderna; lo storico sosteneva che dietro la tensione morale universalistica di un’arte che si esprime alla portata di chiunque, si celasse una perversa degenerazione: così piacevole ed edificante, democraticamente educativa, non consente nessun tipo di trasformazione perché fissa i rapporti sociali nella loro immutabile irremovibilità. Alle volte il caso è davvero qualcosa di strabiliante. La seconda sera di replica di The Interrogation noto con dispiacere che sono pochissimi i giovani a sedere in platea e, al loro posto si sono accomodati dei placidi e ordinati visitatori più maturi. Non è andata benissimo: qualcuno sospira pesantemente a più riprese, si sente qualche commento mordace sputato appena fuori i denti, a fine spettacolo, dopo un non troppo caloroso ma comunque cortese applauso, per strada, non pochi storcono le labbra tacciando di eccessivo intellettualismo il breve monologo a cui abbiamo assistito. Nonostante esista un particolare codice di comportamento che prevede una pericolosa accondiscendenza nei confronti del pubblico, questa volta è impossibile evitare di scrivere che lo splendido lavoro del regista svizzero Milo Rau e dello scrittore francese Édouard Louis è una rivolta generazionale e, soprattutto, finalmente, di classe.

Foto Michiel Devijver

Dietro i toni calmi, i ricordi dolorosi e malinconici, e la gentile, e per questo più efficace, ironia, emerge potente l’eversione che ha ovviamente infastidito i sereni canuti. Eppure, è difficile persino trattenere l’entusiasmo al ricordo di tanta onestà e freschezza, di tanta vitalità. Non c’è alcunché che possa essere immediatamente riconoscibile, niente che possa dare il conforto di una sicura categoria, nessuno sterile identitarismo dietro cui parlare, anzi motteggiare; è vero: «il Teatro», sostiene Louis, «non dovrebbe essere un luogo sicuro». Sul palco, Arne de Tremerie fa le veci del giovane scrittore, anzi si confonde con lui. Il suo corpo sottile, le movenze delicate, le mani morbide, il bellissimo volto tanto espressivo, bene echeggiano la presenza di Louis che appare in video dietro di lui, non come sorvegliante bensì come spettatore scomodamente privilegiato, quasi costretto a vedersi riprodotto. L’autore doveva, nel progetto iniziale, mettersi in scena e soddisfare quell’antica e mai sopita passione per la recitazione, che è stata la prima spinta propulsiva al cambiamento. Ma Louis cambia idea: fare l’attore non lo libera dalla solitudine in cui la scrittura rischia di chiuderlo. «Ancora una volta, non ho fatto in modo di rendermi felice». De Tremerie siede davanti una telecamera che lo riproduce in live su un grosso schermo alle sue spalle: lo stesso su cui appare il suo originale; indossa dei semplici jeans e una felpa azzurra, come pure Louis. La dolcezza dell’espressione fa si che sembri timido, ma poi una luce furba gli illumina gli occhi chiari e gli increspa le labbra: è la leggerezza di un gioco e la liberatoria serenità di essere totalmente esposto.

Foto Tuong-Vi Nguyen

L’attore pone delle semplici domande al pubblico: «Cosa ti piace del teatro? Ti piace applaudire? Pensi che sia timido? Ti piace leggere? Ti chiedi quando tutto questo finirà?». Il superamento della quarta parete, che normalmente è un non troppo fantasioso escamotage per solleticare l’attenzione del pubblico che altrimenti non sarebbe in grado di sentirsi coinvolto, qui è uno strumento letterario: Louis riproduce nel teatro la materialità letteraria, poiché le due arti condividono l’essenza. In questo prende dal rapporto, a sua volta costantemente letterario, delle sperimentazioni visive di Marguerite Duras; in effetti, c’è moltissima letteratura femminile nella scrittura di Louis. Come molto spesso si elabora in quella, l’autore ripresenta sempre la stessa storia, la sua. L’autobiografismo più lineare così si frantuma nel ricordo che emerge dall’esperienza; i ricordi si reiterano sempre uguali eppure totalmente nuovi, e all’interno del ricordo l’artista diventa l’oggetto della sua creazione perché sono proprio i ricordi reiterati ad averlo determinato, forse suo malgrado. È tutto di un’intimità quasi insostenibile, inflessibile e coraggiosa. Ritorna tutto, perché è tutto vero e la realtà produce sempre nuovi rapporti con essa. C’è la violenza della povertà, la vita meschina essenzialmente periferica, la frustrazione di essere legato al cappio della propria classe, l’infaticabile cammino verso un’esistenza dignitosa e la ricerca di una dignità per chi non ha mai intrapreso quel cammino.

Foto Michiel Devijver

«Leggevo tanto, di tutto. Non capivo nulla, ma mi dicevo che a furia di leggere avrei imparato»: a differenza di chi è nato con la possibilità di immaginarsi in qualunque forma felice, come le ragazze borghesi del liceo che mostravano sul propri corpi i simboli del privilegio mascherati da una banale formazione sinistroide, il ragazzino figlio di un operaio violento e infelice e di una madre sola e insoddisfatta deve costruirsi del tutto da solo. Aver guadagnato il posto che occupa nel mondo, non esserci già nato, rende il Louis dello schermo incerto di sé stesso, come se niente fosse davvero suo. Sono i libri ad averlo creato, in qualche modo; leggendo si è trovato e scoperto. La sua letteratura è fatta di letteratura e di instancabile studio: Ernaux, Anne Carson, Lagarce, Bourdieu, Foucault, Eribon. Ha scoperto sé stesso e la sua classe, ha scoperto cos’è la violenza di classe, ha scoperto che i dolori e le esperienze della sua vita dipendono esclusivamente da quello. Tutto è una questione di classe: la solitudine, l’incertezza, la frustrazione, il lavoro, il rapporto proprio e degli altri nei confronti della sua omosessualità. È una questione di classe il suo successo, e lo sguardo che il mondo gli rivolge. «Quando hanno proposto di trasporre il mio lavoro a teatro, hanno tutti immaginato di collocarmi all’interno di una fabbrica abbandonata. Non potevo non pensare: “perché?”. Poi ho capito che il teatro non è abituato alla povertà, l’arte non è abituata alla povertà. Quando il teatro parla dei borghesi è arte, quando si esprime sui poveri è documentarismo»; «Dopo il successo del primo libro  (Il caso Eddy Bellegueule ndr.), decine di giornalisti si sono recati a Hallencourt alla ricerca della violenza e della povertà: ma, come chiunque venga dalla caotica città, si sono stupiti tutti della placidità della campagna. Cosa si aspettavano, omosessuali crocifissi per le strade? Musulmani lapidati nei campi?» Con estrema calma ha distrutto tutto, si è abbattuto su tutto, sul teatro, sulla letteratura, sugli spettatori, sulla vita stessa. Si spera che tra tante macerie, nasca qualcosa di nuovo e bellissimo.

Valentina V. Mancini

Teatro Mercadante, Napoli- Febbraio 2024

THE INTERROGATION

di Édouard Louis e Milo Rau
drammaturgia Carmen Hornbostel
traduzione Erik Borgman & Kaatje De Geest
regia Milo Rau
con Arne de Tremerie
assistenti alla regia Giacomo Bisordi, François Pacco (in tour)
disegno luci Dennis Diels e Ulrich Kellermann (in tour)
produzione IIPM in coproduzione con NTGent e ITA – International Theatre Amsterdam; inizialmente commissionata da Kunstenfestivaldesarts

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