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Isa Danieli. Conversazione con una ragazza del secolo scorso

Una mattina a telefono con Isa Danieli in un confronto generazionale, tra ricordi d’arte e di famiglia.

“Luparella” di Enzo Moscato

Ho avuto la possibilità di parlare con Isa Danieli soltanto per telefono sabato 13 gennaio, di mattina.  Non apparteniamo alla stessa città, allo stesso mondo, alla stessa visione della vita. Ed è giusto così, forse persino bello così: siamo due ragazze di secoli diversi. Quella sera avrebbe dato delle letture drammatizzate di due brani della raccolta Tempo che fu di Scioscia di Enzo Moscato in Sala Assoli per la rassegna We Love Enzo. Ho ammirato quel suo corpo d’arte prendere forme fulgide al suono della voce roca, godendo di quella straordinaria abilità attoriale che non è più maestranza ma vita stessa. Quella sera, a fine spettacolo, riceviamo la notizia della fine di Enzo Moscato. Dopo il profondo dolore, ho pensato che ora, proprio ora, è arrivato il momento che le nuove generazioni trovino le parole del proprio tempo, e non usino più solo quelle dei maestri. Ciò che trascrivo adesso, senza alcuna mia postilla a interrompere il flusso di parole, non è tanto un’intervista, quanto un racconto. Mi è stato parlato della libertà di scegliere, delle possibilità di attraversare le crisi e le idiosincrasie del mondo con l’efficacia del gesto d’arte, della possibilità di fare dell’arte uno strumento di vita. Un racconto splendido di qualcosa che forse non esiste più.

“Tà-Kai-Tà” di Enzo Moscato

«Per me il teatro è stato un fatto normale, un destino già scritto: mia madre era attrice e mio padre era attore, e faceva parte della famiglia dei Di Napoli. Lei è giovane e forse non può ricordarlo, ma è una famiglia d’arte. Non ho imparato con loro, però; ho imparato perché non ho voluto fare altro che questo lavoro. Sono andata anche contro la volontà di mia madre: me ne ha fatte passare di tutti i colori. Ovviamente scelgo le cose da fare. Quando ero giovane ho fatto di tutto, ho imparato a fare tutto. La recitazione è nella mia vita da sempre. Da bambina andavo in collegio, sa, per gli impegni lavorativi di mia madre; anche lì prendevo parte alle recite. Compiuti quattrodici anni ho litigato con lei: non voleva farmi fare l’attrice, così ho lasciato la scuola e ho cominciato senza il suo volere. Alla fine si è convinta che non potevo fare altro. Non ho mai avuto problemi tra quello che era la verità e quelle cose che andavano fatte in scena anche se non erano vere. Per me era normalissimo anche che una donna potesse lavorare con le attrici e insegnare loro qualcosa. Ma tutto mi è stato d’insegnamento. Ho iniziato con la sceneggiata, ed era ovviamente sempre un uomo a dirigere, anche se allora non esisteva la figura del regista, era la compagnia ad andare in scena.

“Amore e magia nella cucina di mamma” di Lina Wertmüller

Quando ho lavorato con Lina Wertmüller è stato un traguardo, qualcosa di straordinario. Mi ha insegnato moltissimo: con lei ho imparato persino a fare regia. Siamo andate pure in teatro insieme con un lavoro meraviglioso, Amore e magia nella cucina di mamma, sulla saponificatrice di Correggio. Dopo, anche la mia vita in teatro è cambiata e sono andata oltre. Da lei ho imparato come da chiunque, come da Eduardo, e ho continuato a imparare fino ad arrivare alla conoscenza di Strehler. Non immaginavo volesse proprio me. Un’altra regista straordinaria, che ormai non c’è più, è stata Cristina Pezzoli: con lei ho portato in scena Celestina, Madre Coraggio, Filumena Marturano. Era molto più giovane di me, ma in teatro non si finisce mai d’imparare. Così, ho avuto due donne straordinarie nella mia vita. Con Ruccello ho toccato il cielo: con lui mi sono buttata. Era molto più giovane e non tanto conosciuto. I produttori non erano troppo d’accordo a lasciarmi intraprendere una collaborazione con lui, ma mi hanno ascoltata. Per me era giusto. Siamo andati anche a Parigi con Ferdinado: lì sono stata brava, sì. Lui mi presentò Moscato. Prima di entrambi, ci fu Santanelli che era il più anziano del gruppo, con lui ho portato in scena Regina Madre con Roberto Herlitzka. Questo teatro va considerato assolutamente un classico.

“Ferdinando” di Annibale Ruccello

Ora tutto sta cambiando, ma resto nel mio. Non so se l’attore giovane capisce quello che mette in scena quando usa le parole di Moscato, ma posso dirle cosa ho provato io. Quando lo conobbi, non sapevo chi fosse. Aveva talento ed era portato non solo per il teatro in generale, ma anche per il teatro di allora, quello per i giovani; e cercavano chi li aiutasse. Ho sempre voluto lavorare con loro, e ho sempre portato in scena dei lavori bellissimi. Mi sono buttata e mi è andata bene. Io che ho iniziato con la sceneggiata, che è sempre teatro, non ho mai pensato di questi giovanissimi “ma chi li conosce?”. Desideravo scrittori diversi, e c’ho sempre ingarrato. Chissà mia madre, che è all’altro mondo, finalmente avrà detto “vabbuò, l’hai saputo fare”. Sono sicura però si può fare ancora qualcosa di nuovo, anche se ci sono giovani autori che non hanno possibilità di andare in scena. Il teatro è la mia vita e continuerò a farlo finché arrivederci e grazie ed è, come si dice a Napoli, fernuta ‘a pellicola».

Prima di chiudere la telefonata, rubo un pezzetto di conversazione col marito che le era accanto: gli chiede come fosse andata.

Valentina V. Mancini

Napoli- Febbraio 2024

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