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HomeArticoliNel tempo della polis. Scarpinato tra biografia e storia

Nel tempo della polis. Scarpinato tra biografia e storia

A dicembre il Biondo di Palermo ha ospitato in prima assoluta Il tempo attorno di Giuliano Scarpinato, tratto dall’autobiografia del regista, sotto la supervisione di Lucia Calamaro.

Foto di Rosellina Garbo

«Presidente, quale futuro si augura per i nostri bambini?». Una grande piramide, posta al centro della scena. I suoi fianchi inglobano un divano, un frigorifero, un televisore; su di essi, viene proiettato il video della nota intervista di Paola Perego a Giulio Andreotti, caduto in una sorta di tragicomica catalessi. È il disturbante avvio de Il tempo attorno, di Giuliano Scarpinato, visto al Biondo di Palermo lo scorso dicembre. Il soggetto è ispirato alla vicenda biografica del regista, invitato da Lucia Calamaro (alla supervisione del testo), nel corso di un suo master di drammaturgia, a confrontarsi con il proprio vissuto. Ricordiamo come il regista sia figlio di Teresa Principato e Roberto Scarpinato, magistrati legati a quei fatti di mafia che culminarono nell’uccisione di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino agli inizi degli anni Novanta. Con questo lavoro, il regista si pone come «testimone di un momento in cui, grazie agli sforzi di Falcone e Borsellino, si è creata l’illusione di una res publica totale, di una condivisione di ideali vera, di una proiezione ideale in un futuro migliore».

Foto di Rosellina Garbo

Il tempo attorno è un tempo frammentato, nel quale storia privata e Storia generale si incrociano in una dimensione scandita da fratture e imprevedibili salti. L’incontro tra i magistrati Paola Randazzo (Roberta Caronia) e Michele Vetrano (Giandomenico Cupaiolo), la nascita e la crescita del loro unico figlio Benedetto (Emanuele Del Castillo), la dissoluzione del nucleo familiare sono eventi che si inseguono lungo un asse accidentato, sottoposto all’irruzione della cronaca, di quanto sta attorno all’ambiente domestico. A ciò si aggiunge il problematico rapporto tra i due agenti della scorta Liborio Mansueto (Alessio Barone) e Diego De Piccolo (Gaetano Migliaccio), anch’essi pedine di una vicenda che investe le loro esistenze. Come conferma il regista «c’è tantissimo della mia vicenda personale»: «ovviamente la ricerca storiografica non è il mio mestiere, però mi sembrava interessante raccontare questi fatti da un punto di vista nuovo, molto intimo. La mia vita si è svolta sul tracciato di questa relazione tra la storia piccola e la storia grande: i due momenti non sono mai stati separati».

Foto di Rosellina Garbo

Attraverso il racconto di quegli anni, Scarpinato si pone l’obiettivo di dare vita a un teatro “politico”, da non intendersi come “partitico”. Il senso, afferma, è la creazione di un teatro “per la polis“, rivolto cioè a una comunità cittadina che possa interrogarsi su di sé e sulla propria esistenza di corpo civico. È significativo che un “teatro della polis” così inteso riporti in auge il rapporto tra storiografia e creazione artistica, tra particolare e universale. Secondo questa distinzione canonica, se la storia si occupa di vicende determinate, legate a specifiche coordinate spaziali e temporali, al dramma spetta il compito di raccontare vicende straordinarie, esemplari di un’umanità che trascende ogni limite definito. Il loro svolgersi offre agli spettatori la possibilità di comprendersi nel proprio tempo, riconoscendosi in esso attraverso personaggi fittizi. L’inserzione, in questo processo, di una dimensione estremamente particolare (l’autobiografia) è certo un punto delicato; in un momento in cui il ricorso alla prima persona singolare ha raggiunto le dimensioni di una preoccupante piaga sociologica, il rischio è quello di elevare il proprio vissuto a modello paradigmatico soverchiante. Ormai, troppo spesso, sembra che la scena venga percepita dai teatranti come attività sostitutiva di un percorso psicoterapico: di queste discutibili sessioni il pubblico si trova, suo malgrado, a essere voyeur involontario, costretto all’osservazione passiva di discutibili catarsi egotiche. Il teatro, insomma, diviene cassa di risonanza di un individualismo strutturale.

Foto di Rosellina Garbo

Eppure, Il tempo attorno non è soltanto la storia privata di una famiglia effettiva. Quello che emerge, in onestà, non è l’esigenza di un racconto rivolto esclusivamente a un vissuto individuale, quanto piuttosto il tentativo di creare un luogo di incontro col pubblico, suscitandone una memoria storica comune.  Nonostante la presenza della persona del regista sia concretamente percepibile, come una cappa, sull’intero svolgimento dell’azione, il dramma rievoca i fatti fuori la casa con una lucidità chirurgica, con una coscienza critica che sarebbe auspicabile se venisse adottata anche dagli organi di informazione. E se pure Scarpinato rifiuta, giustamente, il ruolo dello storiografico, la sua ricostruzione affettiva degli eventi riesce a calibrare storia e Storia offrendo, sul piano simbolico, uno spaccato onesto, credibile, verosimile. È in questo traslare dal pubblico al privato che insomma si scopre la possibilità di una prassi civicamente consapevole. Oltre la fine dei grands récits, delle grandi narrazioni, le piccole narrazioni sono l’inevitabile residuo delle prime, e bisogna prenderne atto. Queste possono ancora, e anzi devono rivendicare il proprio legame con il più ampio orizzonte al quale appartengono, se vogliono salvarsi dalla miseria di ripiegamenti autoriferiti. A questo proposito, Scarpinato si è detto soddisfatto dell’accoglienza da parte degli spettatori: «la commistione di pubblico e privato si è rivelata vincente perché l’aspetto sentimentale delle vicende aiuta a veicolare la storia grande senza un approccio retorico, didattico, scolastico. Io sono sempre convinto del fatto che una narrazione in cui le emozioni siano raccontate in modo autentico, sincero, sia una narrazione capace di veicolare qualsiasi cosa».

Foto di Rosellina Garbo

Insomma rimane l’esigenza di immedesimarsi nelle altrui vicende, in ciò che gli altri provano, per meglio comprendere il proprio tempo e il proprio ruolo in esso. E se pure per Brecht «un simile procedimento» non può che definirsi “barbaro”, per Adorno l’essere umano è realmente tale quando può manifestarsi nelle proprie debolezze ai suoi simili, senza temerne le conseguenze, se rassicurato dalla possibilità di una comprensione empatica. In effetti, su Il tempo attorno il senso dell’affezione si tinge in più punti di patetismo, stemperato comunque dal ritmo dell’inchiesta che intanto si svolge e che rimanda a un presente ancora vivissimo. All’osservatore di oggi, a pochi mesi dall’autoassoluzione dello Stato al termine del processo sulla trattativa Stato-mafia, Il tempo attorno presenta gli eventi come una questione di politica nazionale – con tutto il suo apparato di spettacolari finzioni – e non come una questione di colore locale al sapore di cocaina e tritolo. Chi osserva è parte integrante dell’indagine: «Volevo un’inchiesta partecipata dal pubblico, che ponesse delle domande. Per esempio l’Edipo parte dalla cronaca cittadina, ma poi questa si riversa nel mondo interiore del protagonista, per ritornare infine nella cronaca. Mi interessa questo rifluire delle cose tra il dentro e il fuori. Siamo abituati a pensarci come delle monadi che consumano, quando in realtà facciamo parte di un quadro generale: e questa cosa non facciamo altro che scordarcela». Bene quando il teatro ne rispolvera la memoria.

Tiziana Bonsignore

Palermo, Teatro Biondo, dicembre 2023

Il tempo attorno

ideazione, drammaturgia e regia Giuliano Scarpinato
supervisione del testo Lucia Calamaro
con Roberta Caronia, Giandomenico Cupaiuolo, Emanuele Del Castillo,
Alessio Barone, Gaetano Migliaccio
scene Diana Ciufo
costumi Dora Argento
suono e luci Giacomo Agnifili
assistente alla regia Adele di Bella
produzione Teatro Biondo di Palermo

durata 1 ora e 20

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