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Krystian Lupa. In corsa sul precipizio d’Europa

Al Campania Teatro Festival Krystian Lupa racconta l’umanità in guerra nel suo Capri – the island of fugitives, e i suoi riferimenti, Kaputt e La Pelle di Curzio Malaparte, sono una violenta contraddizione.

Foto Salvatore Pastore

Checché gli strenui sostenitori del Postmoderno affermino, forse col Novecento non abbiamo ancora finito; sembra di avere a che fare con un terribile patrigno dickensiano, le cui temute frustate riverberano nella vita futura come un monito. Abbiamo perso la capacità di raccontare i tempi come movimenti dell’umanità a causa di una parcellizzazione della percezione degli eventi: un’effettiva discontinuità rispetto al secolo scorso, dovuta alla più che teorizzata eccedenza dei social (un’eccedenza della tecnica, si direbbe, la cui teorizzazione ha però, per paradosso, origine novecentesca). Invece, nel momento in cui Krystian Lupa, al principio del suo Capri-the island of fugitives, lascia arrampicare tra le poltroncine della platea illuminata i nudi e confusi Progenitori, per poi vederli correre furtivi sul palco a raccogliere la mela, manifesta di voler trattare specificamente e solo di umanità. Lo sguardo sul tempo primitivo è un richiamo universale affinché, per la durata di sei ore, il pubblico si faccia umanità. Chi scrive chiede scusa per l’impossibilità di mantenere uno sguardo lineare sulle narrazioni in scena, e confessa fin da subito la perplessità sulle poetiche dello spettacolo.

Foto Salvatore Pastore

Il regista polacco, per il suo racconto d’umanità, sceglie come spinta emotiva la visione letteraria di Curzio Malaparte, e costruisce il mondo traendo pedantemente le immagini dai suoi romanzi più noti, Kaputt e La Pelle. Ma Malaparte è un problema, e non esclusivamente per le posizioni politiche: la sua è la penna elegantissima di un intellettuale torturato dagli stravolgimenti della Storia, e alla perenne ricerca di un Potere che possa corrispondergli, e che possa corrispondere alla sua visione dell’ordine del mondo; Malaparte è il cortigiano che rimpiange le figure aggraziate e dolcemente infantili dei monarchi europei, a cui spesso rivolge le sue parole più malinconiche, o, ancora, è l’aristocratico che osserva con fatalismo e paternalismo le classi popolari, vittime della loro indole ingenua, violenta e carnale. Su questi presupposti, la visione si frantuma. In scena, egli invade lo spazio solo col suo spirito, ed è l’idea di Lupa a rianimarne l’essenza. Sullo schermo vengono proiettate le ultime scene de Le Mépris di Godard, quelle in cui Brigitte Bardot muore miseramente in un incidente stradale, mentre Michel Piccoli, ignaro di tutto, interroga il vecchio Fritz Lang sulla sua ultima pellicola: Lang sta girando un film sul ritorno a Itaca di Odisseo, all’oscuro anch’egli del fatto che in macchina con la donna ci fosse il suo produttore americano. Da esule, il tedesco immagina il suo eroe sporto sul mare con gli occhi fissi su un azzurro in cui non si intravede terra.

Foto Salvatore Pastore

La villa a Capri di Malaparte è l’attracco per le anime in pena alla ricerca di un mondo che non esiste più. Dal cinema al teatro, l’interno della villa è immaginato come una fortezza – bunker in cui gli stessi Godard e Lang si interrogano senza sosta sull’esterno rovinoso e distopico (ma di una distopia verosimile) intravisto da due finestre; le prime anime appaiono confuse nella stanza e parlano in maniera discontinua di ciò che è stato. Fuori è guerra. Fuori è la figura di un anziano Malaparte a guidare la visione in interni grigi e scialbi, immensi eppure asfissianti, animati da figure decadenti e abiette, volgari nell’esprimersi in maniera scomposta e confusa, senza il minimo senso del pudore: la kultur germanica è diventata un abominio. La figura dell’intellettuale si scinde, e il vecchio stanco, fuori dal palco, guarda afflitto il sé giovane, forte, inviato di guerra tra le barbarie dell’occupazione nazista in Polonia. Le figure politiche e militari di spicco tedesche sono uomini e donne ben vestiti e non privi di fascino, ma appesantiti dal gozzovigliare e dall’assecondare qualunque depravazione.

Foto Salvatore Pastore

Esattamente come in Kaputt, dove il centro di ogni evento è l’occhio dell’intellettuale e le sue idee, non esiste alcun tipo di ulteriore approfondimento che rifugga qualsiasi manicheismo, ed è tutto un orrore stantio e assoluto che non può davvero coinvolgere lo spettatore. Quanto sarebbe stato più sconvolgente il terrore se alle parole del governatore occupante Hans Frank in merito al sentimento cattolico, quasi superstizioso, dei polacchi e al terrore del socialismo russo, fosse seguita una flebile voce addolorata che avesse confessato l’antisemitismo che ha generato da parte del popolo un’indifferenza collaborazionista, e da parte delle istituzioni la formazione di gruppi armati. Quanto avrebbe detto della Polonia, e dell’Europa, di oggi. Col Novecento, evidentemente, non facciamo ancora i conti, e probabilmente non riusciamo ancora a raccontarne le profondità spesso inaccettabili. La riscrittura del regista polacco collima col pensiero dell’italiano sulle letture della Storia, e il primo poco corregge dell’eccedenza estetica del secondo: per Malaparte, ogni cosa è questione di bellezza, persino un corpo morto.

Foto Salvatore Pastore

Viene rappresentata, da La Pelle, il rito sacro – profano della Figliata dei femminielli; i colori sono quelli rossi e oro di una latinità erotica ed esoterica, i corpi, cantilenando, seguono sguaiatamente i ritmi del travaglio fino alla nascita del pupo con l’enorme fallo. I toni grotteschi e ridicoli con cui si stigmatizza la distanza (che è di incomprensione) tra chi osserva e l’osservato infastidisce gli occhi e risignifica l’evento che muta in uno sfogo perverso. Ma finalmente il vecchio Malaparte, più prossimo nel corpo e nel tempo al regista, inveisce contro il giovane sé quando questi osserva che la crudeltà e la laidezza sono categorie proprie del povero. Un misero afflato, troppo flebile per avere davvero peso; per di più, il pubblico ride. La Storia ha la sua conclusione miserabile, e il vecchio, ora sul palco pronto a farsi racconto tra i racconti, memoria tra le memorie, interroga la Storia, e interroga chi la Storia l’ha fatta. Ma l’intonazione della voce si fa di una pietas impropria e irresponsabile; col rammarico di chi si avvicina alla fine, Malaparte guarda ai colpevoli ormai morti: il corpo nudo di Mussolini, immerso nella formaldeide, viene compatito per la mortificazione dall’esecuzione, e diventa il pietoso simbolo di un’umanità meschina irriconoscibile. Precipita qui l’alto proposito di raccontare gli uomini, precipita il Novecento, precipita la Storia e la sua materialità incontrovertibile, precipita la possibilità di prendere responsabilità passate e future, precipita la comprensione di un presente terribile e prossimo a un futuro disastroso, in nome di un umanesimo pacificatore e bugiardo.

Valentina V. Mancini

Teatro Politeama, Napoli – Luglio 2023

CAPRI – THE ISLAND OF FUGITIVES

Regia, sceneggiatura e drammaturgia Krystian Lupa
Tratto da Kaputt e La Pelle di Curzio Malaparte
Musica Bogumił Misala
Costumi Piotr SkibaCOSTUMI PIOTR SKIBA
Video Nata Berkowicz, Adam Suzin
Direttore di scena Iza Stolaeska
Con Karolina Adamczyk, Grzegorz Artman, Michał Czachor, Michalina Dement Zemła, Anna Ilczuk Michał Jarmicki, Andrej Kłak , Mateusz Łasowski, Vova Makovskyi, Monika Niemczyk, Filip Orlinski, Halina Rasiakòwna, Maria Robaszkiewicz, Nikodem Rozbicki, Karolina Rzepa, Karina Seweryn, Piotr Skiba, Ewa Kibinska, Julian Swiezewski, Paweł Tomaszewski, Mateusz Więcławek, Wojciech Wòicik, Michał Zielinski, Woiciech Ziemianski, Piotr Choma, Kacper Dykban, Karol Helewski, Maciej Kobiela, Ignacy Martusewicz, Tomasz Mechowicki, Olaf Staszkiewicz, Mariusz Urbaniec, Filip Warot, Patryk Wereszczynski
Foto di scena Natalia Kabanov
Traduzione testo Marzenna Maria Smoleska

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