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La fine come inizio: Jacopo Godani a Roma

Il lavoro di congedo di Jacopo Godani dalla direzione della Dresden Frankfurt Dance Company ha aperto il programma del festival romano Fuori Programma. L’inedita cornice dell’arena dell’India ha sollecitato un’altrettanto esclusivo formato coreografico.

Foto Andrea Caramelli e Giuseppe Follacchio

La fine è spesso solo un nuovo inizio ancora incapace di farsi riconoscere. È un peccato perché il sentimento del tempo che porta con sé, sembra scivolare via senza pazienza. Invece saper aspettare è una virtù, forse minore, che richiede accortezza, perché a volte quel futuro che si spera con forza sta già venendo incontro. È stata infatti una serata carica di futuro quella che ha congedato Jacopo Godani e la compagnia di cui è stato direttore artistico, e per la quale ha creato coreografie per otto straordinari anni, la Dresden Frankfurt Dance Company. Symptoms of Development ha aperto l’VIII edizione del festival Fuori Programma nell’outdoor del Teatro India a Roma. Già il titolo di questa ultima coreografia di Godani non ammette ambiguità: i corpi che raccolgono in un intenso mix coreografico tanta eredità non sono altro che il presagio del loro sviluppo. Non una sintesi di tale eredità, dunque, ma una sua più emancipata intensificazione. L’arena che ha accolto il pubblico consegnato a tutti e quattro i lati del palco per gran tempo alla luce del giorno, per forza consapevoli e solidali a tanto suggello, sembra il luogo ideale per accogliere tanta invenzione. Aperto, naturale, archeologico.

Foto Andrea Caramelli e Giuseppe Follacchio

Lo spazio a cui Godani si adatta qui perfettamente, è quello dello spettatore prima che del coreografo: la performance si fa evento. E infatti tutto funziona da tutti i punti di visione. Ma è soprattutto il mood di questi dodici straordinari interpreti che colpisce (e aggredisce) tutto il tempo: un umore per niente dimesso o scontento o deluso ma invece festivo, complice e anche beffardo, negli sguardi di intesa, negli ingressi calcolatissimi, negli abbarbicati duetti o nei determinatissimi intervallati gruppi, e più in generale nella partecipazione a un congedo che mai protesta, ma che invece pretende (foss’anche l’ultima) attenzione.

Foto Andrea Caramelli e Giuseppe Follacchio

I volti sono sempre espressivi, sempre in cerca di un gancio con l’altro, mai annullati né sottratti alle priorità del movimento; la richiesta di linee allungate e contorsioni impervie dei corpi sempre partecipa della dimensione corale che predomina il continuo alternarsi sul palco. Una coralità in cui ogni singolarità è preservata attraverso le forze della presenza, e che si completa nel tenersi ognun* sempre in gioco addirittura assistendo chi è di scena da una tenda nera di ricovero, montata in un angolo dell’arena, dietro al pubblico. Non ci potrebbe essere miglior conferma dell’etica dello stare-insieme di questo ensemble, dunque delle capacità di Godani di alimentare un gruppo. Una delle critiche maggiori a lui rivolte in questi anni, ossia di spersonalizzare gli interpreti nascondendone le singolarità, ha qui la sua più formidabile smentita.

Foto Andrea Caramelli e Giuseppe Follacchio

Il lavoro è presentato come «una sorta di laboratorio scientifico» che indaga il movimento e i saperi del corpo, e sappiamo che è vero: è la storia intera di Jacopo Godani, prima come mirabile ballerino (tutti sanno per chi), poi come inesausto creatore (tutti sanno come). Ma in realtà questa alternanza di numeri che celebrano (assemblandola) una tale ricchezza compositiva, produce il canone di una ben precisa identità artistica. E sarebbe un vero peccato non riconoscere in essa tutta la forza del futuro che ancora contiene. Inutile dire che dovremmo essere noi capaci di garantire ora, in Italia, un presente a tanta speranza. Le sorprese non sono mancate. Come per esempio un intenso e ‘sonoro’ duetto alternato a un ancorato assolo sul brano dei Bauhaus, Bela Lugosi’s Dead; o come la presenza del fisarmonicista Sergey Sadovoy, sedutosi al centro del palco e attorno al quale il gruppo ha dialogato aprendo intense traiettorie, giocando con la poliritmia del sonoro e la temporalità istantanea della musica dal vivo.

Foto Andrea Caramelli e Giuseppe Follacchio

I prolungati applausi al termine della performance sono risuonati anche come una strategia per fermare, non lasciare andare tanta ricchezza: sono essi già i primi sviluppi di questi sintomi in forme di corpi. L’applauso è il senso più vero di ogni congedo: quello di riportare nell’agenda della vita l’esperienza della liberazione.

Stefano Tomassini

Roma, giugno 2023, Arena Teatro India, Fuori Programma Festival

Symptoms of Development

Coreografie: Jacopo Godani
Luci, costumi e set design: Jacopo Godani

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Stefano Tomassini
Stefano Tomassini
Insegna studi di danza e coreografici presso l’Università Iuav di Venezia. Nel 2008-2009 è stato Fulbright-Schuman Research Scholar (NYC); nel 2010 Scholar-in-Residence presso l’Archivio del Jacob’s Pillow Dance Festival (Lee, Mass.) e nel 2011, Associate Research Scholar presso l’Italian Academy for Advanced Studies in America, Columbia University (NYC). Dal 2021 è membro onorario dell’Associazione Danzare Cecchetti ANCEC Italia. Nel 2018 ha pubblicato la monografia Tempo fermo. Danza e performance alla prova dell’impossibile (Scalpendi) e, più di recente, con lo stesso editore, Tempo perso. Danza e coreografia dello stare fermi.

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