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Il femminile come atto creativo. La danza di Conformazioni

Abbiamo seguito a Palermo la settima edizione di Conformazioni, Festival internazionale di danza e linguaggi contemporanei, per la direzione artistica di Giuseppe Muscarello.

Foto di Salvo Messina

Anche quest’anno si è tenuto a Palermo il Festival Conformazioni, diretto da Giuseppe Muscarello. Di questa settima edizione ha colpito la particolare sensibilità nei confronti di poetiche giovani, supportate con una significativa attenzione nei confronti del femminile. Tra i vari spettacoli ospitati, molte coreografie sono il risultato di ricerche condotte da giovani donne, spesso di origini siciliane o attive in Sicilia. Il Festival ha così rappresentato un momento per fare il punto su visioni emergenti agite da donne o da uomini e donne insieme, nelle quali il femminile e il rapporto tra i sessi ha presentato imprevisti spunti di riflessione.

Foto di Matteo Abati

Il festival è stato inaugurato allo Spazio Franco da una coppia di lavori in realtà abbastanza longevi: La marionetta e Clown, di Giovanna Velardi. Il primo è un solo della sola Velardi. Qui il corpo della danzatrice, burattino senza fili e libero da controlli etero-imposti, indaga e misura la propria gestualità come fatto autonomo e indipendente. I suoi movimenti spezzati frammentano il discorso coreutico in un fraseggio sincopato, espresso a terra, in piedi, in sviluppi lungo le direttrici dello spazio scenico. La libertà del personaggio non è una conquista lineare: prevede la frattura, l’interruzione, la ripetizione di parole minime, sfrontate come un motto dialettale. Tutto ciò fino a quando la marionetta non diventa un clown: a questo punto si trova, quasi suo malgrado, in dialogo con un’alterità maschile. Muscarello esce fuori dalle sedute della platea, tra le quali era stato accovacciato per tutto il tempo. Facendosi buffamente spazio tra i partecipanti, raggiunge Velardi sul palco. Tra i due si instaura un rapporto esilarante, fatto di rincorse, cadute, rifiuti, echi e variazioni nelle quali, fuori dalla giocosa metafora, si celano ben più problematici conflitti. È un piccolo circo, un carillon di pagliacci, una giostrina di coppie in crisi; i numeri da clownerie non risparmiano neppure il pubblico, trascinato in una guerra di palline. La rottura della quarta parete incanta, ma conduce in un gioco abbastanza pericoloso – e proprio per questo certo ridiamo, ma pure ci ripariamo da possibili colpi.

Foto di Giovanna Mangiù

In Clown la tenuta del rapporto tra i sessi è affatto scontata: «Non sai fare niente, non sai baciare, non sai fare niente», si dispera la danzatrice nel corso della performance, salvo poi cadere in un buffo stato di catalessi alla di lui dimostrazione del contrario. Il lavoro ha appena festeggiato i suoi quindici anni di vita quali altri sguardi offre il presente più immediato? Sinopia, del duo Marco Pergallini e Maria Stella Pitarresi, visto al Biondo, è ricerca a ritroso verso un principio, un inizio ideale, nel quale danzatore e danzatrice sono risaliti alla cacciata del primo uomo e della prima donna dall’Eden. I due intrattengono un rapporto fatto di movenze parallele che fendono aria e terra. I pesi delle differenti fisicità si neutralizzano nel ricorso alla leva, attraverso la quale Pitarresi riesce a sostenere e slanciare Pergallini. Nel gioco del reciproco trattenersi, tenersi e sbilanciarsi, è il corpo della danzatrice a divenire più volte fulcro e puntello della relazione. In Amelia, di e con Priscilla Pizziol ed Edoardo Sgambato, visto invece allo Spazio Franco, la vita dei protagonisti si svolge attorno una sedia e all’assenza legata ad essa. I movimenti si sciolgono fluidi intorno all’oggetto, in direttrici circolari, come lungo le traiettorie di satelliti rispetto a un centro comune. Il contatto è quasi ininterrotto e unisce le due solitudini del danzatore e della danzatrice in uno sfioramento continuo, delicato. Sinopia e Amelia, lavori di artiste e artisti ora attive a Palermo pongono i sessi su un piano di parità artistica; traguardo ben più distante in altri, ben più problematici contesti.

Foto di Ilaria Scarpa

Altre coreografie, viste sempre tra i due teatri citati, sono soli femminili. Re_play, di e con Giselda Ranieri, è il re-enactment di memorie reali, desunte dall’archivio digitale della coreografa, e virtuali (create per la scena). Attraverso differenti monitor e uno schermo, di Ranieri vediamo anzitutto il volto e le espressive smorfie facciali. Disgregato tra visioni parziali e virtuali, il corpo è un sussulto di movimenti e pose che si offrono allo sguardo dell’altro: il ricorso al mezzo multimediale consente alla performer di porre questioni sul rapporto tra reale e virtuale, tra l’individuo e il gruppo, mai rinunciando a una persistente ironia. Negabsence, di Arianna Berton, è una misurazione del vuoto attraverso la parte superiore del corpo: in piedi, busto e braccia della danzatrice si stendono e si richiudono nel tentativo di avanzare nel buio, che esercita una forza di senso opposto, respingente. Il flusso si allarga alla restante parte del corpo, compreso nel limite dello spotlight che lo chiude e include. La performance B_or der, dell’iraniana Masoumeh Jalalieh, tenuta all’Arci Tavola Tonda nel corso di un 25 aprile interamente dedicato all’Iran e all’attuale condizione delle donne in questa nazione, è la storia di un corpo costretto in una prigione di stoffa. Come in un bozzolo, esso è visibile solo in filigrana, grazie alla flebile torcia impugnata da Jalalieh all’interno. Questo interno è poi visibile nella sua proiezione su un monitor: sembra tessuto epiteliale, e come una pelle circonda la performer mentre si muove lenta, celata dalla cortina di tessuto.

Foto Ufficio Stampa

Al di là delle evidenti differenze, i lavori di queste artiste hanno restituito visioni incentrate sul rapporto tra l’individuo e l’ambiente circostante, inserendo il performativo in un discorso in cui il femminile non è tanto rivendicazione di qualcosa, ma soprattutto atto creativo, espressivo di un sentire più ampio. Bello che Conformazioni abbia deciso di darvi spazio a Palermo – consideriamo che in Sicilia l’occupazione femminile resta sotto il 60%. Ci piace credere che le qualità estetiche delle forme artistiche, e così gli indirizzi programmatici che le sostengono, non devono essere avulsi dal contesto cui si riferiscono: è bene che operatori e operatrici culturali dialoghino con le realtà cui la loro proposta cultura è destinata, avanzando visioni in grado di metterla in discussione.

Tiziana Bonsignore

Festival Conformazioni, Palermo – aprile/maggio 2023

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