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HomeArticoli«Quanto perdono siete disposti a sopportare?». Conversazione con Angélica Liddell

«Quanto perdono siete disposti a sopportare?». Conversazione con Angélica Liddell

Autrice, regista e performer spagnola tra le più celebri e travolgenti della scena internazionale, Angélica Liddell arriva in esclusiva italiana il 15 e 16 aprile al Teatro Arena del Sole di Bologna con Caridad. Un’approssimazione alla pena di morte divisa in 9 capitoli, coprodotto da ERT. 

Angélica Liddell

Sono trascorsi dieci anni dal Leone d’Argento con cui la Biennale di Venezia – allora diretta da Àlex Rigola, l’aveva presentata come “promessa del teatro”. Ma il suo esordio – che risale a circa vent’anni prima – e ciascun passo compiuto da allora ci ricordano che, seppure si trattasse di mantenere una promessa, a lei non basterebbe. Angélica Liddell andrebbe oltre, ci dimostrerebbe chi è con uno schiaffo, una testimonianza di cui solo apparentemente lei e la sua compagnia Atra Bilis Teatro sono responsabili: immagini, parole e azioni germogliano come arbusti da una dolorosa semina, che spesso li fa crescere sghembi, ricurvi, affilati come rasoi. 
Come già fu per Liebestod – El olor a sangre no se me quita de los ojos – Juan Belmonte, anche Caridad è diventato un libro, il numero 36 della collana Linea, collezione di drammaturgie e materiali creativi che ERT realizza insieme a Sossella editore. Il volume contiene il testo dello spettacolo e una lunga appendice dal titolo La scuola di esperti di Cervantes, energica dichiarazione di poetica che veste i panni di un’invettiva contro chi pretenda di interpretare la sua arte, foss’anche per farle mantenere una promessa.
E allora cerchiamo di imparare la lezione. Sfogliando le pagine del volume, tradotto con perizia da Silvia Lavina, in questo scambio epistolare proviamo a metterci in ascolto e a lasciar parlare apertamente questa artista, la cui scrittura unisce un preciso studio sulla parola, sul suo significato e sul ritmo a una richiesta di essere pronunciata e agita sul palco. E cominciamo chiedendole se nasca prima il pensiero che si fa parola o prima l’immagine che li accoglierà sul palcoscenico.

In primo luogo c’è la mia nascita. Il mio lavoro è intimamente connesso al fatto di nascere. Bisogna nascere. Poi è la vita a darmi le parole. Il cantante di flamenco Manuel Agujetas diceva che le parole gliele dava la vita, ma serviva una causa. La causa. Il mio lavoro gira intorno al concetto di causa. Senza dolore non c’è opera. Ho bisogno del lamento, di dolore, odio, rabbia. Solo dopo inizia il lavoro. Molto lavoro. Moltissimo lavoro. Per trovare il ritmo ripeto i testi fino allo sfinimento. La formalizzazione dell’angoscia è il passo più importante. Poi bisogna risolvere il problema della bellezza, che è un’equazione astrofisica, impossibile venirne a capo senza frustrarsi. Quando tutto questo si organizza esteticamente, sul palcoscenico, arriva il momento della trance, di lasciarmi pervadere dai fantasmi, dai demoni, da qualcosa che supera la costruzione stessa.

Il testo appare come una riflessione sul perdono, sulla violenza, sull’aspetto estetico e catartico del dolore e della sofferenza, degli altri e di noi stessi. Da dove nasce l’esigenza di concentrarsi su questi aspetti del vivere e del sentire? E quali altri ragionamenti intende consegnare?

Caridad

Avevo bisogno di esplorare i limiti della morale per mettere in atto una difesa del mondo dell’estetica, che a mio parere non dev’essere governato da messaggi positivi o speranzosi, bensì dalla natura umana in tutta la sua crudezza. Per questo parlo di “terrorismo della bellezza”. Nell’arte, l’immorale è etico in sé e per sé, non c’è bisogno di aggiungervi moralità. Al giorno d’oggi l’arte è sottomessa al messaggio rivendicativo e motivazionale e si è dimenticata di cosa fosse la bellezza. Trattando la CARITÀ nella sua connotazione trasgressiva, metto alla prova la capacità dello spettatore di provare pietà, lo pongo dinanzi alle fondamenta dello stato moderno, che nasce nel XVIII secolo con la Rivoluzione francese, e in questo modo, in quel punto limite, segnato dalla filosofia di Bataille, egli può comprendere il significato dell’arte. Io propongo un’arte sadiana. La violenza della bellezza lotta contro la violenza reale. Come cittadini abbiamo certe responsabilità, ma come artisti e spettatori dell’arte violiamo ogni regola e proprio lì sta il paradosso, godiamo, attraverso il Male e l’immorale sperimentiamo una straordinaria commozione estetica che Kierkegaard chiamò Anfægtelse, la crisi e l’angoscia che si provano di fronte all’incomprensibile. Al cospetto dell’arte sperimentiamo la stessa angoscia che proviamo di fronte alla legge. In fondo, trattando la carità romana e la carità cristiana, sto chiedendo pietà per l’arte, che si sta marcendo e banalizzando nei mondi di ciò che è appropriato. Come dice Gao Xingjian, l’unico obiettivo dell’arte dev’essere la bellezza. E la bellezza è sempre violenta. E infine c’è un altro tema, quale parte della mia violenza interiore voglio liberare? Quale parte della mia intimità? Che segreto sottende a qualunque struttura estetica?

foto di Luca Del Pia

Il testo si regge in equilibrio su didascalie e citazioni: da un lato l’esigenza di figurare su un palco certe sensazioni e immagini; dall’altro la necessità di chiamare in causa altre voci, testimonianze e scritture oltre alla sua. Le autrici e gli autori citati che valore hanno rispetto al suo immaginario di artista?

Era fondamentale che mi esprimessi attraverso citazioni perché è un atto di ricordo. Avevo bisogno di ricordare e che il pubblico ricordasse insieme a me che cos’era l’arte, in questi tempi puritani in cui viviamo secondo i codici di ciò che è appropriato. Tutti questi autori, iniziando da Bataille, realizzano opere che, al di là dell’argomento che le attraversa, presuppongono una difesa totale del mondo dell’arte, al di sopra della legge dello stato. In quanto cittadini resistiamo alla barbarie, ma in quanto artisti possiamo amare gli assassini. Gli artisti come Pasolini o Godard continuano a ispirarci così tanto che non possiamo far altro che ritornare a loro ancora e ancora.

La scuola di esperti di Cervantes se la prende con quella postura spesso ingenua, autoritaria o riduttiva nel leggere il suo teatro. In un’epoca in cui sta pericolosamente dilagando la cancel culture e affiorano nuove forme di censura, che cosa pensa della libertà dell’artista di chiarire o meno il proprio pensiero al pubblico e di difendere scelte linguistiche e artistiche anche molto estreme?

In mezzo a questo mare di mediocrità e buone intenzioni è arrivato il momento dell’estremo, di ribellarci contro questa specie di “Codice Hays”, indipendentemente dall’origine del codice morale, del suo scopo e delle sue cause. Difendo l’artista irresponsabile. Il pazzo. Crede che oggi qualcuno oserebbe produrre le opere di Artaud? Questa è già una lotta aperta. Dovranno arrivare i manager della cultura in grado di affrontare il rischio. Ciò che sostiene la cancel culture è un conservatorismo senza precedenti.

Caridad

Il teatro di oggi (come, per certi versi, la letteratura) sta riscoprendo l’esigenza di parlare “in prima persona”. Molti testi e spettacoli sembrano concentrarsi su una visione estremamente personale e individuale del mondo e del modo di farne esperienza. Dai suoi testi e dalle sue creazioni emerge l’importanza di illustrare un preciso universo intellettuale, culturale e poetico che le appartiene. Quanto è importante, invece, la sua specifica biografia?

Non tengo in considerazione questo dibattito sulla letteratura dell’io o dell’altro. Non mi interessa. A me interessa la supremazia estetica. Dentro di me alberga anche una compulsione verso il pericolo spirituale. Ho bisogno di sentire che scrivo qualcosa di pericoloso per la mia anima, per il mio essere. Non posso fare altrimenti. Scrivo perché non mi impicco. Non mi impicco perché scrivo. Ma, al di là di tutto, la salvezza proviene dal lavoro. Lavoro per paura della morte, per prenderla in giro. Non so riposare. Difendo soprattutto l’artista irresponsabile, l’artista che non vuole cambiare il mondo ma renderlo più bello. Ciò non ha a che vedere con l’io. Anche Madame Bovary o I fratelli Karamazov sono letteratura dell’IO. L’Io è la ribellione contro la barbarie della massa.

Caridad

I corpi (e, tra questi, il corpo di Angélica) hanno sempre avuto una fondamentale importanza nel suo lavoro, anche nell’evidenza di difformità, specificità e sofferenze. Che ruolo può ancora avere il corpo vivo in un’epoca in cui le relazioni virtuali sono così dominanti?

L’importanza del corpo vivo proviene dalla possibilità continua della morte. Non concepisco i corpi senza la morte. Credo che il virtuale renda più sopportabile questa sensazione. Ma ormai è inarrestabile. Penso che, in un futuro piuttosto lontano, il corpo inizierà ad atrofizzarsi, tutti gli organi, cuore, fegato e stomaco si ordineranno intorno al cervello, saremo una sfera praticamente immobile e la nostra attività sarà unicamente affettiva e intellettuale, senza bisogno del corpo, così come lo concepiamo oggi. L’affetto sarà puro, l’intelligenza sarà pura, senza l’interferenza del corpo. Bisognerà risolvere la questione dell’assassinio. Come faremo per uccidere i nostri simili? Il mondo cambierà, ma la natura umana non cambierà mai.

Sergio Lo Gatto

La traduzione dell’intervista è a cura di Silvia Lavina, che ringraziamo.

CARIDAD. UN’APPROSSIMAZIONE ALLA PENA DI MORTE DIVISA IN 9 CAPITOLI

testo, scene, costumi e regia Angélica Liddell
con David Abad, Yuri Ananiev, Federico Benvenuto, Nicolas Chevallier, Guillaume Costanza, Angélica Liddell, Borja López, Sindo Puche
coro di laringectomizzati SHOUT AT CANCER Guy Vandaele, Frank Meeus e Andrew Pett
scherma paralimpica Alex Prior (Campione di Spagna in modalità sciabola) e Ayem Oskoz
luci La Cía de la Luz (Pablo R. Seoane)
paesaggio sonoro Antonio Navarro
realizzazione scene Readest Montajes, S.L.
realizzazione oggetti di scena Francisco García-Calvo Rodríguez
direttore di produzione Gumersindo Puche
traduzione sovratitoli in italiano Silvia Lavina
produzione Iaquinandi S.L, Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale, Festival Temporada Alta Girona, CDN Orleans Centre Val de Loire, Teatros del Canal Madrid
in collaborazione con Aldo Miguel Grompone, Roma
si ringraziano Pentamodena scherma, Eurocolumbus S.p.A., Virtus Scherma Bologna
Angélica Liddell è artista associata del CDN Orleans Centro Val de Loire

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Sergio Lo Gatto
Sergio Lo Gatto
Sergio Lo Gatto è giornalista, critico teatrale e ricercatore. È stato consulente alla direzione artistica per Emilia Romagna Teatro ERT Teatro Nazionale dal 2019 al 2022. Attualmente è ricercatore presso l'Università degli Studi Link di Roma. Insegna anche all'Alma Mater Studiorum Università di Bologna, alla Sapienza Università di Roma e al Master di Critica giornalistica dell'Accademia Nazionale d'Arte Drammatica "Silvio d'Amico" di Roma. Collabora alle attività culturali del Teatro di Roma Teatro Nazionale. Si occupa di arti performative su Teatro e Critica e collabora con La Falena. Ha fatto parte della redazione del mensile Quaderni del Teatro di Roma, ha scritto per Il Fatto Quotidiano e Pubblico Giornale, ha collaborato con Hystrio (IT), Critical Stages (Internazionale), Tanz (DE), collabora con il settimanale Left, con Plays International & Europe (UK) e Exeunt Magazine (UK). Ha collaborato nelle attività culturali e di formazione del Teatro di Roma, partecipato a diversi progetti europei di networking e mobilità sulla critica delle arti performative, è co-fondatore del progetto transnazionale di scrittura collettiva WritingShop. Ha partecipato al progetto triennale Conflict Zones promosso dall'Union des Théâtres de l'Europe, dove cura la rivista online Conflict Zones Reviews. Insieme a Debora Pietrobono, è curatore della collana LINEA per Luca Sossella Editore e ERT. Tra le pubblicazioni, ha firmato Abitare la battaglia. Critica teatrale e comunità virtuali (Bulzoni Editore, 2022); con Matteo Antonaci ha curato il volume Iperscene 3 (Editoria&Spettacolo, 2018), con Graziano Graziani La scena contemporanea a Roma (Provincia di Roma, 2013). [photo credit: Jennifer Ressel]

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