L’autore e il suo doppio,la vittima. History of Violence

Recensione dello spettacolo di Thomas Ostermeier visto al Festival dei Due Mondi di Spoleto. Per la prima volta in Italia History of Violence, dall’omonimo romanzo francese di Édouard Louis.

Foto Arno Declair

«La mia guarigione viene dalla possibilità di negare la realtà». Così parla di sé Édouard Louis nel romanzo autobiografico Histoire de la Violence, caso letterario in Francia. L’elaborazione di un trauma è dunque un atto di finzione: raccontare la propria storia senza identificarvisi, senza sentirsene vittime. Per farlo, occorre uscire da sé e ispezionare le ferite aperte, rendere oggettivi gli altalenanti stati d’animo, spingendoli fuori per guardarli con distanza. Vista in quest’ottica, la trasposizione del romanzo autobiografico in pièce teatrale è un processo naturale, l’extrema ratio del percorso di distacco. Louis, trentenne autore e protagonista di questa “storia-di-violenza” realmente accaduta, partecipa all’adattamento drammaturgico al fianco del regista tedesco Thomas Ostermeier e del drammaturgo Florian Borchmeyer

Il racconto affidato alla letteratura compie così un balzo di carnalità trasferendosi sul palcoscenico asettico diretto da Ostermeier. Due ore dense per la chirurgica ricostruzione di un’escalation di violenza, durante le quali il pensiero che l’autore sia al contempo la vittima, spettatore di sé stesso, ritorna intermittente, almeno nella mente di chi abbia letto il programma di sala. Ancor di più per chi si sia spinto a cercare un’immagine di Édouard Louis: Laurenz Laufenberg, colui che ne veste i panni sul palcoscenico, gli somiglia moltissimo.

Siamo da subito sulla scena del crimine. Lente figure avvolte in tute protettive ispezionano il luogo e raccolgono prove. La vittima è in proscenio: prende la parola al microfono, maglietta rosa, corporatura esile, urgenza di raccontarsi. Due grandi rettangoli bianchi disposti perpendicolarmente, fondale e palco, sormontati da un rettangolo di luce anch’essa bianca, costituiranno il tavolo anatomico di questa autopsia della violenza. Ai confini di questo spazio, ordinati e pronti all’uso come ferri chirurgici, sono già in scena tutti gli altri elementi che, evocati o inattesi, interverranno a corredare di dettagli la narrazione in prima persona. È il racconto di una notte, ma al tempo stesso di un’esistenza scossa alle radici, di un mondo in cui la violenza permea ogni anfratto della realtà, di una società nei cui difetti Édouard cerca una risposta a quanto gli è capitato. La successione degli eventi è scomposta, disseminata in una frammentazione di episodi non cronologici, voci, corpi e immagini che convergono in quella del protagonista.

Foto Arno Declair

Tutto inizia la notte di Natale del 2012, siamo a Parigi. Il ventenne Édouard incontra sulla strada di casa Reda (Renato Schuch), giovane di origine algerina. I due si piacciono, flirtano, e finiscono per salire a casa di Édouard. Trascorrono ore di complice piacere fino a quando, prima di andar via, Reda tenta di rubare il tablet del suo ospite. Quanto succede da questo momento in poi, dal momento in cui Reda si vede smascherato, quando l’intimità diventa estraneità e la tenerezza si trasforma in violenza fuori controllo, è ciò che tormenta Édouard. Non cosa sia successo, ma perché. Costante è la compenetrazione dei due piani narrativi: quello intimo e quello politico. Forse per quel medesimo processo di estraniamento, Édouard Louis sceglie un approccio sociologico per analizzare gli eventi, ripudiando la superficialità preconcetta dei suoi interlocutori (la polizia, i medici che lo visitano), i quali liquidano quei perché in una generica responsabilità razziale, sottilmente colpevolizzando la vittima, accusandola di ingenuità, di essersela cercata. La dura storia personale di Reda, immigrato di seconda generazione, è lui stesso a raccontarla a Édouard nell’intimità di un letto sfatto. Figlio di un uomo di etnia cabila, alle difficoltà della sua condizione di migrante ha visto sommarsi quelle legate a pregiudizi anche interni alla sua stessa comunità. Quando questa bolla di empatia e complicità viene rotta dall’inganno del furto, Édouard si fa carico della sua posizione sociale, privilegiato maschio bianco, ma ogni suo tentativo di dialogo risulta paternalista, aumentando soltanto la distanza tra i due ed il grado di violenza. Qui il nodo cruciale: Édouard, il maschio bianco privilegiato, è un omosessuale, vive a Parigi perché scappa dalla provincia ottusa e bigotta dalla quale proviene, sta cercando il proprio riscatto sociale nella scrittura e nel mondo accademico.

Foto Arno Declair

L’incontro traumatico con Reda riporta a galla i suoi fantasmi, che prendono corpo nella voce di Clara (Jenny König), la sorella dalla quale egli si reca dopo anni di distanza in cerca di conforto. Ne deriva una moltiplicazione di punti di vista: il protagonista non solo racconta la propria storia, ma ascolta come sua sorella la riporta a suo cognato (Christoph Gawenda, il più eclettico tra gli interpreti al servizio di molti personaggi). Dagli interventi di Clara nel flusso ininterrotto della narrazione scopriamo che anche Édouard da ragazzo è stato violento, anche lui ha rubato, ha subito discriminazioni in quanto omosessuale, ha reagito con rabbia ed è scappato altrove a inventarsi una nuova identità, è diventato un Bobo, bourgeois-bohèmien, scrittore borghese ed emancipato. La regia di Ostermeier costruisce una polifonia di voci narranti, grazie soprattutto all’utilizzo meticoloso di riprese in live streaming. Il fondale diviene schermo in cui il dettaglio microscopico si staglia alle spalle dell’azione macroscopica: allo sguardo dello spettatore è affidato il montaggio delle scene, nel passaggio fluido dal piano totale del palcoscenico al primissimo piano o al dettaglio sullo schermo. L’immagine riprodotta non teme di essere didascalica, ma diventa occhio interiore del protagonista, memoria visiva che si somma a quella razionale nello sforzo di non tralasciare neanche uno dei frammenti del trauma. Il commento sonoro è affidato alle esecuzioni live di Thomas Witte, batteria e tastiere dal lato destro del palcoscenico; egli è spettatore partecipe e contrappunta la vicenda con suoni che soltanto in alcuni momenti salienti si stagliano melodici, mentre per la maggior parte del tempo sono assorbiti dalla storia, la compenetrano, come l’ombra discreta che segue la figura donandole tridimensionalità. 

Foto Arno Declair

Solo durante gli ultimi minuti assistiamo al nucleo centrale della vicenda, lo stupro, il tentato omicidio. Si tratta di un momento concitato, disordinato, persino impacciato e perciò molto potente, se messo vicino alla nitidezza certosina con la quale Ostermeier muove i propri attori e oggetti durante tutto lo spettacolo. Solo alla fine scopriamo cosa, come. Fino a quel momento, Édouard (l’autore, non la vittima) ha voluto dirci il perché. C’è forse un grammo di ingenuità, di giovanile presunzione, nel voler affidare ad una pur terribile vicenda personale la sintesi di un’ingiustizia sociale collettiva e stratificata, e assurgere il proprio episodio di violenza subita a emblema della violenza che permea il nostro mondo. Forse proprio per questo ciò che più nettamente rimane nello scioglimento finale, con più emozione, è la ricetta per la sopravvivenza del protagonista, al di là della volontà di postura politica. Nelle ultime battute è la vittima e non l’autore a parlare. Mentire e agire hanno in comune l’immaginazione: citando Hannah Arendt, egli ci consegna non la ricetta contro la violenza che affligge l’umanità, ma la propria formula di sopravvivenza, immaginarsi estraneo a quanto vissuto. Immaginarsi sano, inviolato. Immaginarsi vivo per vivere ancora, corpo vivo sulla scena del crimine del mondo.

Sabrina Fasanella

Visto al Festival dei due Mondi di Spoleto – Luglio 2022

HISTORY OF VIOLENCE

TRATTO DAL LIBRO DI ÉDOUARD LOUIS

NELLA VERSIONE DI THOMAS OSTERMEIER, FLORIAN BORCHMEYER, ÉDOUARD LOUIS

REGIA Thomas Ostermeier

COLLABORATORE ALLA REGIA David Stöhr

SCENE E COSTUMI Nina Wetzel

MUSICA Nils Ostendorf

VIDEO Sébastien Dupouey

DRAMMATURGIA Florian Borchmeyer

LUCI Michael Wetzel

COLLABORATORE ALLA COREOGRAFIA Johanna Lemke

CON Christoph Gawenda, Laurenz Laufenberg, Renato Schuch, Jenny König

MUSICISTA Thomas Witte

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