Teatro e disabilità. Verso nuove narrazioni

Quinta di copertina. Con Lost in Translation (Bulzoni Editore) Flavia Dalila D’Amico interroga la nostra «partizione del sensibile», guardando alle disabilità in scena.

lost in translation
foto di Sergio Lo Gatto

Spesso, per comprendere, interpretare e valutare a fondo l’ontologia e la funzione di un archivio, si deve guardare non tanto a quel che esso contiene, ma a quel che esso non include. La latenza dei concetti, la mancanza di certi pezzi del mosaico, l’omissione o la contrazione di specifici termini del discorso fanno infatti parte di una – non sempre consapevole, ma invero oculata – impostazione critica, responsabile della trasmissione di un qualsivoglia immaginario.

E allora, «in un sistema di narrazioni e rappresentazioni edificato a somiglianza di persone normalmente abili, come ci si accorge di ciò che manca?».
È forse questa la domanda fondante di Lost in Translation, volume stampato da Bulzoni Editore e firmato da Flavia Dalila D’Amico. Subito colta è la lezione di Jacques Rancière sui rischi vivi della «partizione del sensibile», strumento per fissare nella coscienza culturale di una società «un comune condiviso e delle parti esclusive». La studiosa e curatrice, formatasi alla Sapienza Università di Roma, si propone qui di costruire un apparato di osservazione della presenza delle disabilità nella scena delle arti performative, mettendo a punto una metodologia peculiare.
Innanzitutto una ricognizione storica, incaricata di riflettere su «lessico, prospettive e voci» per osservarne il cambiamento, l’evoluzione o l’involuzione; una sezione dedicata alle pratiche e alle storie, che dalla «spettacolarizzazione» delle disabilità giunge all’emergere di una loro «drammatizzazione»; il punto d’approdo è un’indagine delle «disabilità come principio drammaturgico», che guarda a una selezione di spettacoli mostrando la molteplicità di approcci a quello che è un concetto sempre «dinamico, […] culturalmente costruito, e dunque variabile a seconda dei diversi contesti storici e sociopolitici».

A completare la ricerca è un terzetto di conversazioni con due artiste e un artista (Chiara Bersani, Tanja Erhart e Aristide Rontini). La vicinanza (anche fisica) con i corpi e con i discorsi creativi vicini a questo tema funge, diremmo, da “certificato di garanzia antropologica” in grado, come recita il titolo, di non disperdere il linguaggio sotto l’attacco di una postura troppo estranea alle pratiche e alle mitologie, aperte entrambe a un continuo ripensamento.
Dai freak show di epoca vittoriana, che affrontano l’esibizione del corpo chiudendo questo in una wunderkammer di alterità, attraverso le fotografie di Charles Eisenmann responsabili di quel relegare al reame dell’eccentricità il corpo portatore di «devianza», si giunge ai tentativi di ristrutturazione dell’immaginario, con una metodica attenzione ai fattori di rischio che informano ogni prospettiva unilaterale sul tema.

In un arco cronologico molto ampio che copre duecento anni, quell’archivio ideale di cui che qui si postulava restituisce un corpus frammentario, in cui «le persone con disabilità puntellano solo qualche breve momento». E allora risulta necessaria l’attenta osservazione dei processi e dei metodi di lavoro, più ancora quella dei costrutti di narrazione, per correggere l’ontologia di questo archivio, della cui potenza identitaria come oggetto culturale dovremmo diventare tutte e tutti responsabili.

L’elaborazione dei discorsi sulla cittadinanza del corpo in qualsivoglia contesto dovrebbe sempre includere (parola fondamentale, qui) un’assunzione di coscienza politica, per riposizionare il mutato assetto delle abilità di un essere umano all’interno di un immaginario di relazione consapevole. Ché se sperimentare una condizione di permanente o temporanea disabilità consegna il peso di una necessaria consapevolezza di se stessi e degli altri, la sua osservazione dovrebbe sempre ispirare una corretta prospettiva, dalla quale guardare alle arti performative – regno del corpo, della rappresentazione e della presentazione dell’io e dell’altro – come a un campo non neutro, certo non “neutralizzato”, piuttosto come a una radura di senso in cui muoversi, da spettatori e spettatrici, quali fondamentali generatori di senso e di linguaggio. E della loro nutriente riconfigurazione.

Sergio Lo Gatto

LOST IN TRANSLATION. LE DISABILITÀ IN SCENA
di Flavia Dalila D’Amico
editore Bulzoni Editore, Roma
anno 2021
pp. 216
prezzo € 19
ISBN 978-88-6897-249-3

Sergio Lo Gatto è giornalista, critico teatrale e ricercatore. Attualmente collabora come consulente alla direzione artistica per ERT / Teatro Nazionale. È dottore di ricerca in Spettacolo, con una ricerca su critica teatrale e filosofie digitali. È docente a contratto alla Sapienza Università di Roma e al Master di Critica giornalistica dell'Accademia Nazionale d'Arte Drammatica "Silvio d'Amico" di Roma. Si occupa di arti performative su Teatro e Critica. Ha fatto parte della redazione del mensile Quaderni del Teatro di Roma, ha scritto per Il Fatto Quotidiano e Pubblico Giornale, ha collaborato con Hystrio (IT), Critical Stages (Internazionale), Tanz (DE), collabora con il settimanale Left, con Plays International & Europe (UK) e Exeunt Magazine (UK). Ha collaborato nelle attività culturali e di formazione del Teatro di Roma, partecipato a diversi progetti europei di networking e mobilità sulla critica delle arti performative, è co-fondatore del progetto transnazionale di scrittura collettiva WritingShop. Ha partecipato al progetto triennale Conflict Zones promosso dall'Union des Théâtres de l'Europe, dove cura la rivista online Conflict Zones Reviews. Tra le pubblicazioni, ha firmato Abitare la battaglia. Critica teatrale e comunità virtuali (Bulzoni Editore, 2022); con Matteo Antonaci ha curato il volume Iperscene 3 (Editoria&Spettacolo, 2018), con Graziano Graziani La scena contemporanea a Roma (Provincia di Roma, 2013). [photo credit: Jennifer Ressel]

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