Teatro di Roma: «Dietro l’arte ci sono persone vere che lavorano»

Teatro di Roma: intervista ai lavoratori e alle lavoratrici aderenti a RISP, sigla intersindacale di precari, che affrontano temi urgenti non solo sul teatro nazionale e sullo sciopero che ha colpito il Teatro India ma anche sulla condizione lavorativa del settore.

Fotografia Risp. Una delle locandine affisse da Risp per far riflettere sull’attuale situazione del teatro nazionale

Per due settimane il comparto tecnico del Teatro di Roma aderente al sindacato Libersind ha bloccato l’apertura al pubblico degli spettacoli del Teatro India (qui il nostro articolo) attraverso lo sciopero quotidiano.

In attesa della prossima riunione del Cda in cui verrà presumibilmente nominata una direzione capace di affrontare la transizione da Associazione a Fondazione, dopo aver intervistato il sindacato Libersind, abbiamo ascoltato le parole di lavorat* aderenti alla sigla intersindacale RISP, che ha pubblicato un comunicato provocatorio per rivendicare ascolto. Siamo anche noi ancora in attesa che il presidente del Teatro di Roma, Emanuele Bevilacqua, risponda alla nostra richiesta di intervista.

Qual è la vostra lettura del recente sciopero al Teatro di Roma, precisamente al Teatro India, indetti dal sindacato Libersind?

Come lavoratori e lavoratrici del teatro ci è sembrato insolito che il motivo di una mobilitazione così grande, che ha portato peraltro a un blocco selettivo degli spettacoli, sia dipeso, stando ai comunicati ufficiali della sigla che lo ha promosso, da una serie di criticità relative alla sicurezza presente già da tempo e inserita in una lista di interventi firmata dal responsabile della sicurezza. Vero è che non si conoscono i tempi della realizzazione dei lavori, ma non erano delle novità.

Qual è stato dunque secondo voi il motivo che ha spinto questa sigla sindacale a spingersi fino a una mobilitazione di tale entità, proprio in questo momento?

Noi possiamo solo fare ipotesi, la motivazione e la scelta della tempistica andrebbero chieste a chi ha aderito (qui l’intervista a Libersind ndr.). Certo c’è una sequenza dei fatti: prima la dimissione di Giorgio Barberio Corsetti da direttore, l’uscita di Paola Macchi da direttrice operativa, con la conseguenza che il presidente Bevilacqua ha dovuto assumere più incarichi, infine il bilancio che non viene approvato e i vari presidi, le interrogazioni parlamentari promosse da Fratelli d’Italia, nella persona del deputato Mollicone che ha trovato una sponda in alcuni giornali per una campagna finalizzata al commissariamento del Teatro di Roma. È in questo contesto che si inserisce lo sciopero. E questo ci è sembrato almeno bizzarro. C’è poi da aggiungere che lo sciopero ha colpito esclusivamente il Teatro India – per una scelta, secondo quanto dichiarato, di tenuta dello sciopero stesso – sulla base della rotazione dei turni in quel teatro, garantendo a tutti di lavorare attraverso una scelta di mobilitazione oraria; ma ci chiediamo: perché non ruotare semplicemente i lavoratori in sciopero ed evitare di andare così a colpire uno spazio ben preciso? Peraltro in alcuni comunicati Libersind si avverte una particolare avversione per la gestione del Teatro India, quindi è lecito pensare che, al di là di quei problemi tecnici e strutturali, come detto già noti, si inserisca nella scelta dello sciopero una serie di motivazioni più politiche che non lo rende uno sciopero del tutto corretto.

Fotografia Risp. Una delle azioni dimostrative delle lavoratrici e dei lavoratori

In un vostro recente comunicato del 23 giugno 2021 scrivete appunto che questo sindacato è guidato «da interessi esterni», quindi supponete uno sciopero strumentale. Quali sono questi interessi esterni?

In vista delle prossime elezioni al Comune di Roma, si stanno ridisegnando i rapporti di forza. Dopo trenta giorni di sciopero e a fronte di una convocazione dei sindacati interessati e di CGIL-CISL-UIL, lo sciopero è finito senza una precisa comunicazione e senza che le condizioni di lavoro cambiassero; non c’è stato nessun miglioramento materiale, nessuna vittoria, nessuna concreta possibilità di dialogo per lavoratori e lavoratrici del teatro; a questo punto ci chiediamo a cosa sia servito lo sciopero. C’è da pensare che chi si è seduto al tavolo abbia ottenuto ciò che voleva: la nomina di un direttore ponte per accompagnare la trasformazione dell’Associazione in Fondazione.
Nella logica di politica culturale della città questa è un’opera che appare come una restaurazione. C’è una differenza cruciale di postura: una lotta sindacale viene fatta in strada a viso aperto; poi c’è un altro tipo di lotta molto più strisciante e ambiguo, che cerca una saldatura anomala con la politica, del tutto fuori dalle lotte sindacali frontali, come quella condotta nell’ultimo anno e mezzo sui diritti dei lavoratori, artisti e tecnici insieme, culminata con l’occupazione del Globe Theatre.

Che cosa, secondo voi, non va nel passaggio da Associazione a Fondazione?

Il cambio di ordinamento giuridico permetterà l’ingresso di capitali privati e siamo convinti che la forza del teatro pubblico stia nel fare riferimento a fondi esclusivamente pubblici, conservando così la più alta libertà di visione artistica. Inoltre un teatro pubblico è un’enorme garanzia per i lavoratori; viceversa con il capitale privato c’è spesso bisogno di guadagnare e quindi produrre di più, facendone ricadere il peso sui lavoratori più fragili. Dunque ci poniamo delle domande: che fine faranno questi lavoratori fragili dell’Associazione Teatro di Roma nella transizione alla forma Fondazione? Parliamo di stagionali su cui non vige in alcun modo obbligo di assunzione: verrà loro riconosciuta l’anzianità di questi anni? Ai lavoratori scritturati verrà garantita una continuità? Noi crediamo che un sindacato di questo dovrebbe occuparsi – abbiamo chiesto anche un incontro al presidente Bevilacqua ma non ci è stato accordato. Vogliamo discutere di garanzie per tutti, di stabilizzazione dei contratti precari, dell’internalizzazione dei lavoratori che svolgono attività quotidiana nel teatro e che ora, invece, lavorano tramite appalti, della trasparenza sui finanziamenti, per esempio quelli inutilizzati della stagione 2019-2020 e che non sono stati usati per integrare gli stipendi dei dipendenti messi in cassa integrazione. A quanto pare determinati temi si preferisce non affrontarli in sede pubblica, tanto che si fanno incontri da cui non escono comunicati, come dicevamo prima.

Una delle locandine create da Risp per far riflettere sull’attuale situazione del teatro nazionale

Come si pongono i lavoratori e le lavoratrici del comparto artistico di fronte a questa situazione?

Il nostro mondo sconta l’assenza di un posizionamento politico, certo a causa del tipo di lavoro che pone grosse difficoltà nell’organizzare le rivendicazioni; per gli artisti la relazione con il committente è cruciale per l’esito delle produzioni, quindi c’è un ricatto verso il valore del lavoro che pone il mondo artistico in uno stato a parte, diverso da tutti gli altri comparti. Se l’elaborazione politica è ancora molto indietro, c’è anche una grossa difficoltà giuridica, perché spesso il nostro impegno è a tempo, quindi la nostra presenza è legata a un progetto culturale e artistico, come quello portato dai consulenti Corsetti e Corona, capaci di parlare di pluralità e relazione con la città, rilanciando un luogo quasi abbandonato come il Teatro India.

Francesca Corona – notizia di questi giorni – è approdata a dirigere il Festival d’Automne a Parigi. Che cosa vi sentite di chiedere in termini di continuità alla nuova futura direzione, rispetto al progetto in cui siete stati coinvolti?

Anche se arrivasse il miglior direttore artistico, il problema più urgente che va affrontato a priori è capire quale investimento economico si è disposti a fare per offrire garanzie ai lavoratori. Qualunque sia il futuro bisogna tener conto che dietro l’arte ci sono persone vere che lavorano.
Inoltre crediamo che si debba mantenere una direzione al Teatro India, una governance che sappia farsi carico delle moltitudini e che sia capace di rispettare la vocazione sperimentale dello spazio, non solo attraverso una visione ma anche con una chiamata pubblica di comunità, una residenzialità che sappia offrire cura, rendere più leggibile quel luogo, come avvenuto in questo periodo.
Vorremmo che queste questioni si inseriscano in un disegno più generale, per questo stiamo cercando come RISP di produrre una lotta sindacale diversa, che non sia settoriale né corporativa; uno dei nostri obiettivi è sconfiggere la politica del corridoio e dell’amicizia, dei sindacati che difendono solo i propri iscritti. Questa è la situazione lavorativa che viviamo e che vogliamo ribaltare.

Fotografia Risp. Una delle locandine affisse da Risp per far riflettere sull’attuale situazione del teatro nazionale

In termini di stabilità del lavoro, di rispetto dei diritti, c’è un modello virtuoso – nazionale o internazionale – a cui si può guardare per immaginare il futuro di lavoratori e lavoratrici dello spettacolo?

Non abbiamo visto attività coraggiose da parte dei teatri durante la pandemia, né in termini di trasformazione delle istituzioni, né di redistribuzione delle risorse; penso invece che la riforma del settore debba essere strutturale, possibile soltanto se unita a un reddito universale, superando il precariato, che anche durante quest’ultima agitazione ha costretto alcuni lavoratori a prestare servizio ugualmente e con molti rischi per la salute, ma anche le disparità di trattamento dettate dal meccanismo competitivo nelle varie forme di lavoro, sia tecnico che artistico. Siamo favorevoli alla partecipazione dei lavoratori e delle lavoratrici alla governance, dovrebbero sedere nel Cda in un modo orizzontale e bisogna immaginare forme di sostegno al reddito in grado di liberare i lavoratori e le lavoratrici dal ricatto del lavoro a tutti i costi; il sistema francese o quello belga, ad esempio, riescono a mantenere una autonomia degli artisti e una barriera all’iper sfruttamento del comparto tecnico. I modelli esistono perché esiste la garanzia del lavoro.

Lucia Medri, Simone Nebbia, Andrea Pocosgnich, Viviana Raciti

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