Fabiana Iacozzilli. Cogliere la fragilità e renderla incandescente

Nell’ambito del Progetto Incroci, tra inclusione sociale, sensibilizzazione e ricerca, l’intervista in mediapartnership alla regista Fabiana Iacozzilli.

Il progetto Incroci, il cui capofila è Teatro Magro di Mantova, in partenariato con Asinitas Onlus di Roma e Progetto Amunì-Babel di Palermo, grazie al sostegno di Fondazione Alta Mane Italia, intende attivare linee di inclusione sociale, sensibilizzazione e ricerca attraverso le arti performative. Da marzo a ottobre le attività riguarderanno tre progetti laboratoriali (condotti da Flavio Cortellazzi, Giuseppe Provinzano, Fabiana Iacozzilli), l’incontro tra i diversi gruppi in fase creativa e durante le presentazioni al pubblico, l’ideazione di tre giorni di riflessione con la Migra.Art Lab.Conferance che si terrà presso il Teatro Biblioteca Quarticciolo. Teatro e Critica, media partner del progetto Incroci, accompagnerà le realtà coinvolte in una serie di approfondimenti e interviste durante tutto il processo di ricerca, attraversando le pratiche creative degli artisti e dei gruppi coinvolti, gli incontri di scambio, le presentazioni, gli interventi.
Questa intervista è rivolta a Fabiana Iacozzilli, regista e  conduttrice del laboratorio con i ragazzi e le ragazze di Asinitas Onlus – Centri interculturali con i migranti

Foto di Valeria Tomasulo

Formazione per la regia. Perché sei diventata regista e qual è stato il tuo percorso di formazione che ti ha portato a questa scelta?

Chi ha visto lo spettacolo La classe sa che per me è stato determinante l’incontro con la suora dell’istituto che frequentavo da bambina: ho deciso di diventare regista per lei, è lei che mi ha regalata o condannata alla regia, consegnandomi la direzione di una piccola recita di fine anno. Mi chiese quale fosse il mio segreto, io risposi che la notte le bambole mi parlavano e lei mi disse di ascoltarle e metterle in scena. Da quel momento ho continuato a occuparmi delle regie degli spettacoli anche nelle altre scuole che ho frequentato, tenendo sempre presente il ricordo di questa figura fino agli inizi della mia carriera e ancora oggi. Per quanto riguarda la formazione accademica invece, mi sono diplomata in regia nel 2002 presso il Centro Internazionale La Cometa ma non ho completato il corso di laurea dell’Università La Sapienza (Arti e Scienze dello Spettacolo, ndr) e lo considero un rimpianto. Ho mosso i primi passi facendo l’assistente alla regia, poi l’aiuto regia a Pierpaolo Sepe, dopo di lui sono arrivata al Piccolo come assistente volontaria di Ronconi e parallelamente ho iniziato a seguire il lavoro pedagogico fondato sul metodo per azioni di Natalia Zvereva, che è stato centrale nella costruzione e messa a fuoco del mio linguaggio scenico, fino a condurmi alla pratica del teatro di figura. Sicuramente considero determinanti gli anni con la Compagnia Lafabbrica, passati a lavorare dodici ore al giorno all’Ex Lavanderia: è in quella fase che la formazione alla disciplina e al rigore ha contribuito all’emersione di una poetica, alla consapevolezza che questo è un mestiere fatto di sacrifici, rigore e solitudine… ma che alla fine ti piace proprio per questo.

Foto Giuseppe Galante

Migrazione e multiculturalismo come li consideri rispetto alla tua pratica teatrale? Sono per te temi “altri”? Se sì, in che modalità si stanno ora inserendo?

In uno dei libretti editi da Asinitas Onlus vi è un passaggio che spiega come questo sia un luogo di «disorientamento e orientamento, dove il disorientamento non è solo comune ai/alle migranti della scuola di Asinitas, ma a tutti noi». Ed è per questo che “migrazione” e “multiculturalismo” non li considero dei temi, quanto un’occasione per rivedermi e riscoprirmi nella pratica teatrale. A me non interessa lavorare con i/le migranti per parlare di migrazione, tant’è che quando ho accettato di far parte di questo progetto mi sono interrogata innanzitutto su quale fosse per me la definizione di teatro sociale, per comprendere in quale ambito mi stessi muovendo e se fosse pertinente considerarlo un campo specifico. Ritengo infatti che io e i miei due colleghi (Giuseppe Provinzano e Flavio Cortellazzi, ndr) facciamo o cerchiamo di fare teatro. Teatro e basta. Detto ciò, mi sono chiesta però cosa può e cosa non deve fare il teatro in un simile contesto, perché sento la responsabilità della mia azione relazionata alle altre persone, al laboratorio e al Progetto Incroci nella sua complessità. Il teatro in alcuni casi può essere molto pericoloso, soprattutto quando incontri non professionisti che non possedendo una cultura teatrale sono mossi da una totale fiducia nei confronti del ruolo guida del/la regista, e quando capisci che hai di fronte un’estrema fragilità devi ricordarti di averne la massima cura e attenzione. Insieme ad Antonia D’Amore che mi coadiuva nel percorso (manovratrice ne La classe, ndr), ci siamo messe in ascolto della prassi di Asinitas provando a creare un incontro con le loro pratiche di narrazione e auto-narrazione. Stiamo così entrando in contatto con quel luogo plurimo cui si faceva riferimento nel libretto, che è fatto di teatro, certo, ma anche di scambi, azione sociale, bricolage e costruzione di oggetti scenici, per il quale il tema non è un fine ma un passaggio.

Foto Giuseppe Galante

Qual è, se ce n’è uno, il tuo metodo di trasmissione?

Sono un po’ scettica quando si parla di metodo. Penso che se possiedi un metodo, che sia il tuo metodo, rischi di diventare “abile”, facendoti schiacciare dal metodo come applicazione di una gabbia al linguaggio. Prediligo lavorare su delle visioni che provengono da me stessa e per dare loro vita devo starci dentro: respiro la visione ed è nel momento in cui trovo quel respiro che trovo anche l’esito laboratoriale o spettacolare che ne conseguirà. Se smetto di respirare insieme ai/le partecipanti al mio progetto, o agli/le interpreti del mio spettacolo, smetto di fare teatro. Ti direi quindi che non ho una risposta definita,  ma ogni volta cerco di partire da quello che c’è per poi chiedermi, in base a questo, quanto serve e operare in tal senso. In fondo, confido sempre nella possibilità che qualcosa possa succedere a prescindere da me.

Guardandoti indietro, riconosceresti delle figure nel tuo percorso che sono state/i dei/delle maestri/e per te, e lo sono tuttora? Parlo anche di personalità non facenti necessariamente parte dell’ambito teatrale.

«Chiudi gli occhi, fai silenzio e pensa alla meraviglia»: è ciò che mi disse la suora a scuola e io pensai al vento. Torno sempre a questo insegnamento per ricordarmi della meraviglia, e quando mi meraviglio significa che c’è qualcosa di buono. Altra figura fondamentale è stato il preside del mio liceo linguistico, il professore Fabrizi dell’Istituto San Giuseppe, mio maestro perché, dopo un episodio avvenuto durante una gita, prima mi sospese, ma poi mi fece capire che aveva accettato e compreso la mia debolezza. Adesso penso spesso a quell’episodio perché molto del mio lavoro consiste nel cogliere e illuminare la fragilità di colui o colei che ho di fronte rendendola incandescente. Maestro è per me Ronconi, che monta in un solo pomeriggio un atto de Il professor Bernhardi, è Nekrosius per la scena dell’Ivanov nella quale i vetri si infrangono e la loro eco si propaga imperitura, è Paolo Conte negli inizi delle sue canzoni, e sono miei maestri i Monty Python.

Foto Giuseppe Galante

Il Progetto Incroci come ti sta mettendo alla prova?

Mi sta mettendo a dura prova. Era dall’esperienza della Compagnia Lafabbrica che non lavoravo più in gruppo, mentre in questa occasione sono parte di una comunità più ampia con cui confrontarmi continuamente. Quindi di sicuro mi sta riavvicinando al confronto, non come obbligo ma come possibilità di lavoro. Il gruppo di Asinitas è composto da dieci uomini e donne stranieri e sei italiani/e – ed è per me un’occasione di profonda messa in discussione, tanto dal punto di vista della creazione e del tempo che ad essa deve essere dedicato, quanto nelle modalità di relazione coi ragazzi e le ragazze che partecipano al laboratorio. Non è solamente la mia parola di regista a far accadere un’azione, a mettermi in relazione con loro, anzi a volte è più forte il silenzio, lo sguardo, la precisione nella richiesta, l’osservazione e la sua messa in discussione.

Qual è il tuo rapporto con gli altri due registi? Con quali pensieri hai accettato questo lavoro di scambio e come stanno mutando man mano che sta procedendo la pratica?

Stiamo tutti e tre sul “come” del progetto e non sul “cosa”: sono attratta dalla determinazione di Giuseppe (Provinzano, ndr) e stimo la grazia di Flavio (Cortellazzi, ndr). La tappa romana (la seconda del Progetto Incroci dopo quella di Palermo, ndr) è stata molto utile perché l’approccio di Flavio ha offerto ai ragazzi e alle ragazze del mio gruppo la sfida di mettersi alla prova concentrandosi su un lavoro diverso dal mio. Un po’ come se si fossero presi una vacanza dalla mia pratica e dalla mia necessità di montaggio. Gli incroci fatti, prima a Palermo e lo scorso weekend a Roma, hanno un grande valore per i ragazzi e le ragazze dei tre gruppi. Li considero delle occasioni di pura esplorazione. Qui a Roma ho visto come la pratica di Flavio abbia dato loro un altro respiro e li ha fatti interrogare anche rispetto alla mia. Alla fine di ogni sessione di scambio, di ogni incrocio, viene rivolta ai partecipanti, ai conduttori e agli operatori una domanda “cosa hai scoperto?”, una ragazza ha risposto “non ho notato niente di nuovo, è stata un’esperienza importante e sono stata molto bene, grazie”. Mi interessa questa sincerità, ecco; trovo pazzesco che improvvisamente si possa allora dire la verità, senza filtri. Altro spunto interessante è la dinamica della lettera che i partecipanti invieranno agli altri componenti dei tre gruppi, proposta da Luca Lotano, e che mette in relazione tutti i ragazzi e le ragazze, coloro che non possono prendere parte agli scambi possono invece venire a conoscenza dei processi attuati tramite la testimonianza delle lettere scritte dai loro compagni e compagne.

Foto redazione

Il lavoro fatto finora coi ragazzi e le ragazze cosa sta facendo emergere tanto del Progetto Incroci quanto anche della tua poetica relativa al teatro di figura?

Per far succedere le cose e far incrociare le sinergie servirebbe più tempo. Sarebbe dunque interessante riuscire in futuro a dare più spazio e risorse a un momento così prezioso come quello dello scambio. Per questo progetto sono tornata a usare dei puppets, dei giganti ispirati ad alcune creazioni del National Theatre, ma lavoreremo anche con degli oggetti. Ho scelto i pupazzi e gli oggetti per un approdo naturale della pratica, anche per La classe la marionetta era arrivata al momento giusto. Per il Progetto Incroci, ogni ragazzo/a ha creato prima il proprio gigante e ha poi risposto alla domanda “chi è il gigante buono della tua vita?”. A partire dalla risposta è nata un’intimità profonda tra il manovratore e la manovatrice e il pupazzo – per alcuni/e quella creatura è la nonna, per altri/e un nonno ormai morto – e loro attraverso il pupazzo fanno respirare nuovamente un pezzo della loro vita. Ho scoperto quindi che accade qualcosa di diverso nel momento in cui il performer manovratore è anche il costruttore, aspetto che non avevo considerato durante la creazione de La classe. Rispettando le pratiche di lavoro di Asinitas, ho approfondito inoltre quelle relative alla costruzione della casa, costruendo la propria abitazione di origine, ciascuno/a dei partecipanti al laboratorio compresi/e i conduttori e le conduttrici sceglie come raccontarsi, una pratica virtuosa che da un lato nutre la drammaturgia del lavoro e dall’altro ci mette nella condizione di condividere e far emergere ciò che vogliamo e ci rende tutte e tutti parte di una nuova comunità.

Redazione

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