Socrate poeta e danzatore? Parte I: La musica in onore di Apollo ed Esopo

Teatrosofia #116. Qual era il rapporto di Socrate con la scrittura poetica e con la danza? Primo di due approfondimenti sul filosofo greco. 

IN TEATROSOFIA, RUBRICA CURATA DA ENRICO PIERGIACOMI – collaboratore di ricerca post-doc e cultore di storia della filosofia antica presso l’Università degli Studi di Trento – CI AVVENTURIAMO ALLA SCOPERTA DEI COLLEGAMENTI TRA FILOSOFIA ANTICA E TEATRO. OGNI USCITA PRESENTA UN TEMA SPECIFICO, ATTRAVERSATO DA UN RAGIONAMENTO. Questo articolo è scritto con il sostegno della Fondazione Bogliasco (Genova)

immagine https://www.moravian.edu/politicalscience/faculty/haddad

Si sente spesso dire che Socrate non scrisse nulla. Le tradizione attesta, in realtà, che egli compose qualcosa. La fonte più antica consiste nel Fedone di Platone, che rappresenta Socrate in carcere e in attesa di bere la cicuta, mentre racconta di essere stato visitato più volte in passato da un identico sogno, che gli ordinava di comporre musica. Il filosofo ammette di aver creduto di aver eseguito da sempre questo compito, ritenendo che la filosofia fosse l’arte musicale per eccellenza. Ora che la morte si avvicina, però, Socrate confessa di dubitare di aver interpretato male il comandamento del sogno, quindi che la visione onirica gli intimasse di scrivere poesie e melodie nel senso più letterale. Questo dubbio lo induce a realizzare in carcere un peana in onore di Apollo e a mettere in versi le prime favole di Esopo che gli venivano in mente.

La veridicità del ritratto biografico del Fedone è forse confermata da due dati. Da un lato, abbiamo una serie di fonti nelle quali viene registrato che Socrate coltivò la poesia e la musica prima in giovane età, con il sofista Damone, quindi da anziano con il citarista Conno. Se questo secondo individuo coincide con l’omonimo personaggio sbeffeggiato dai Cavalieri di Aristofane, possiamo specificare che si trattava di un uomo di talento che vinse molte competizioni musicali a Olimpia, ma anche molto povero e alcolista. Il discepolato di Socrate presso Conno è ricordato non solo nell’Eutidemo e nel Menesseno di Platone, ma indirettamente dalla commedia Conno del commediografo Amipsia. Qui il filosofo compare nel coro dei pensatori che, a quanto pare, ebbero a che fare con il nostro citarista. Altre fonti raccontano l’aneddoto di Socrate che si difendeva da chi lo rimproverava di studiare da vecchio quanto avrebbe dovuto apprendere da giovane. Egli avrebbe parafrasato il detto di Solone «Invecchio sempre imparando molte cose», per sostenere che è meglio imparare tardi, piuttosto che non imparare mai. Il discepolato presso Damone prima e Conno poi darebbe insomma credibilità alla testimonianza platonica. Socrate fu indotto a comporre poesia/musica in carcere da un sogno, con le conoscenze avute da due umani.

Una fonte forse ancora più rilevante per provare la veridicità del Fedone è, tuttavia, la Vita di Socrate di Diogene Laerzio. Il testo cita i presunti incipit del peana per Apollo, che in realtà loda insieme a questo dio anche la dea Artemide («Delio Apollo, salve, e tu, Artemide, inclita prole»), e di una favola esopica («Ai cittadini di Corinto Esopo disse una volta: / non giudicate la virtù col metro della sapienza dei giudici popolari»).

Il primo dei due componimenti fu ritenuto non autentico dal grammatico Dionisodoro, come dice lo stesso Diogene Laerzio. Ignoriamo quali argomenti fossero alla sua base. Sappiamo però che questo studioso si occupò del Fedone, nello specifico cercò di decifrare il passo in cui Socrate dice che per spiegare la sua opinione sulla vera forma del pianeta terra non ci vuole l’arte di Glauco. Dionisodoro interpreta l’allusione come un riferimento a Glauco di Chio (VII secolo a.C.), che pare fu l’inventore dell’arte della saldatura e il creatore di alcuni complessi manufatti in ferro, come ci è confermato dal Contro Marcello di Eusebio di Cesarea. Il passo platonico significherebbe così che dare una spiegazione personale della forma della terra è facile, non difficile come l’arte di Glauco. A partire dal documentato interesse per il Fedone, non si può escludere che la tesi di Dionisodoro fosse che il presunto inno ad Apollo è un falso, perché l’attività poetica di Socrate trova riscontro solo in Platone tra gli scrittori più antichi – infatti, né Senofonte, né altri Socratici la menzionano mai. L’assenza di documentazione probante dell’autenticità o dell’inautenticità del componimento deve purtroppo indurre a sospendere il giudizio sulla questione.

Quanto all’incipit della favola esopica messa in versi da Socrate, che secondo Diogene Laerzio fu scritta «con poca arte», possiamo solo dire che essa riguardasse un episodio meno noto della vita di Esopo stesso. Il favolista rivolgeva un ammonimento ai Corinzi a non decretare se una persona sia virtuosa o no applicando il metro del giudizio popolare. Esopo andò effettivamente a Corinto, visto che Plutarco nell’opuscolo Il simposio dei Sette Sapienti allude a una sua trasferta presso Periandro, tiranno di questa città. Per il resto, Socrate non ci dice perché il favolista pronunciò tali parole – il massimo che possiamo dedurre è che i Corinzi dovevano aver giudicato in tribunale (o essere pronti a giudicare) qualcuno. Mantenendo la debita cautela, dato che è un’ipotesi che trova sostegno solo in una libera interpretazione del retore Libanio del IV secolo d.C., possiamo supporre che il filosofo alluda con ironia, attraverso Esopo, al suo caso. Anche Socrate si rivolse al tribunale degli Ateniesi per convincerli a non ascoltare il popolo fomentato da Aristofane e altri personaggi, che lo accusavano di empietà e corruzione dei giovani. Esopo fu a sua volta, peraltro, un grande perseguitato della storia. La tradizione biografica narra, infatti, che questi fu condannato a morte dagli abitanti di Delfi, che lo accusarono ingiustamente di furto di oggetti sacri dal santuario della città, e cercò – come nella favola socratica – di difendersi raccontando loro delle favole. Esopo è dunque un “doppio” di Socrate. Traducendo la vita del primo in una favola in versi, il secondo rifletteva sulla sua personale e tragica vicenda.

Diogene riporta tuttavia anche che la favola di Esopo presso i Corinzi fu l’unica storia esopica trasposta in poesia. Questa affermazione sembra però smentita di nuovo dal Fedone di Platone. Il personaggio di Socrate accenna più volte al fatto di aver scritto molte favole in versi. Poco prima di narrare il sogno che gli comandava di comporre musica, anzi, egli dà un saggio di storia esopica, sia pure in prosa. Slacciatosi dalla catena che gli bloccava dolorosamente il piede e sentendo ora piacere, Socrate commenta che Esopo avrebbe potuto narrare che fu Zeus stesso a obbligare che le due sensazioni si succedano o mescolino l’un l’altra. Poiché non poté impedire che la gioia lottasse con la sofferenza per il predominio, il dio decise di fondere le loro due teste in unico punto, sicché accade che, quando si gode, si soffre anche, e viceversa. Il pensiero di Socrate sarà realizzato secoli dopo da Fedro, che appunto racconterà la mescolanza di bene e di male con una favola ripresa da Esopo: quella del timoniere di una nave che commenta, dopo aver visto l’equipaggio passare dal terrore di trovarsi dentro una tempesta alla gioia di scoprirsi di nuovo al sicuro nel bel tempo, che le esperienze piacevoli e dolorose sono intrecciate.

Non è dato invece sapere quante e quali altre favole esopiche Socrate tentò di mettere in versi. Le fonti antiche che mostrano il filosofo nell’atto di narrare una favola e/o di ricordare il nome di Esopo consentono di supporre che gli avrebbe potuto versificare: 1) la favola delle pecore che si lamentano del cane che apparentemente non fa nulla ed è apprezzato dal padrone, quando invece le protegge, che è raccontata dal Socrate dei Memorabili di Senofonte; 2) la favola del leone che attira gli animali per divorarli, fingendosi malato, e della volpe che non è attirata nella trappola perché nota le orme delle bestie ingannate che entrano ma non escono dalla grotta, narrata dal Socrate dell’Alcibiade primo di Platone.

Il caso volle, in ogni caso, che il filosofo finisse per fungere da protagonista in due favole di Fedro. In una, lo vediamo mentre si costruisce una casa piccola e dichiara a un passante che difficilmente la potrà riempire di veri amici, perché essi sono rari. In un’altra, assistiamo a un suo scambio con un servo che gli sedusse la moglie, che così facendo si auto-danneggia: egli piace a chi non dovrebbe piacere, ossia alla moglie di un altro, mentre è detestato da chi dovrebbe essere apprezzato, ossia dagli uomini onesti. Nessuna di queste favole ha valore storico, ma sono una curiosa testimonianza di come la storia della ricezione possa ribaltare i termini di una questione. Da versificatore delle favole di Esopo, Socrate divenne col tempo il personaggio di favole esopiche in versi.

Enrico Piergiacomi

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————————— NOTE

E allora Cebète, interrompendo: «Appunto», disse, «o Socrate, hai fatto bene a ricordarmelo, perché, a proposito delle poesie che tu hai fatto mettendo in versi e in musica le favole di Esopo e il proemio ad Apollo, altri già mi domandarono, e l’altro ieri anche Eveno, con quale intendimento tu, subito che venisti qui, ti mettesti a fare di codeste cose, tu che non ne avevi mai fatte prima. Se dunque ti fa piacere che io abbia da rispondere a Evèno quando ancora me ne domanderà – e so bene che me ne domanderà – dimmi che cosa gli debbo dire». «E tu digli, o Cebète», rispose, «la verità: e cioè che, non per voglia di entrare in gara con lui e nemmeno con le sue poesie – sapevo del resto che non era facile – io mi misi a poetare in codesto modo; ma solo per sperimentare certi miei sogni che cosa volessero dire, e per togliermi dal cuore ogni scrupolo nel caso che proprio questa fosse la musica che mi ordinavano di fare. Perché mi capitava questo: più volte nella vita passata veniva a visitarmi lo stesso sogno, apparendomi ora in uno ora in altro aspetto; e sempre mi ripeteva la stessa cosa: “O Socrate”, diceva, “componi ed esercita musica”. E io, allora, quello che facevo, codesto appunto credevo che il sogno mi esortasse e mi incitasse a fare; e, alla maniera di coloro che incitano i corridori già in corsa, cosi anche me il sogno incitasse a fare quello che già facevo, cioè a comporre musica, reputando che la filosofia fosse musica altissima e non altro che musica io esercitassi. Ma ora, dopo che ci fu il giudizio, e la festa del dio impediva che io morissi; dato che fosse questa, nel significato ordinario della parola, la musica che il sogno mi comandava di fare; mi parve non dover disobbedire al sogno, ma appunto fare di questa; e fosse più sicuro e tranquillo non partirmi di qui se non prima di essermi tolto ogni scrupolo componendo poesie è obbedendo al sogno. E cosi, prima di tutto, feci un inno. al dio di cui era allora la festa; e dopo l’inno al dio, pensando che il poeta, se vuol esser poeta, ha da comporre favole e non ragionamenti, e io non ero favoleggiatore, ecco perché quelle favole che avevo più alla mano e che sapevo a memoria, quelle di Esopo, mi misi a poetare di codeste, le prime che mi vennero in mente» (Platone, Fedone, passo 60a9c-61b7 = T1 Gentili-Prato; trad. Manara Valgimigli in Giannantoni, Platone)

Secondo alcuni fu uditore di Anassagora, ma anche di Damone come afferma Alessandro nelle Successioni dei filosofi (Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, libro II, cap. 19)

È vecchio e va in giro, come un Conno qualsiasi: con una corona secca in testa, morto di sete. Lui che, per le vittorie di un tempo, dovrebbe… bere nel pritaneo e non fare vaniloqui, ma, florido, starsene a teatro, seduto presso la statua di Dioniso (Aristofane, Cavalieri, vv. 533-536)

«Conno»: un flautista ubriacone. C’è anche un proverbio: “Conno indossa la corona, ma muore di sete”. [Pare che esso significhi che Conno] andava sempre ai simposi indossando una ghirlanda. Oppure, egli era povero e non aveva altro che un olivo selvatico, benché fosse un vincitore olimpico. O ancora, egli fu un flautista eccellente, ma povero e incoronato più volte (Suda, Lessico, lettera K, voce 2027)

Di una cosa solo ho paura, di far fare una brutta figura a questi due stranieri, come a Conno di Metrobio, il citarista, che ancora oggi m’insegna a suonare la cetra; a tale spettacolo, i ragazzi, miei condiscepoli, si ridono di me e chiamano Conno maestro dei vecchi.

Mi resi conto che si sarebbe arrabbiato con me, se avessi seguitato a distinguere quel che diceva, poiché voleva prendermi attorniandomi con le sue parole, e mi tornò alla mente Conno 111 che si arrabbia con me ogni qual volta non gli cedo, e che poi non mi cura più essendo io incapace di apprendere (Platone, Eutidemo, passi 271c1-5 e 295d1-5)

Di lei, e anche di Conno figlio di Metrobio; questi sono infatti i miei due maestri, l’uno di musica, l’altra di retorica (Platone, Menesseno, passo 235e9-236a1)

Amipsia, presentandolo avvolto in un logoro mantello, dice cosi: O Socrate, il migliore tra pochi, il più stolto tra molti, vieni anche tu a noi. Sei forte, almeno. Come ti si potrebbe fare un buon mantello? B. Questo malanno è un insulto ai cittadini. A. Costui, pur cosi affamato, mai ebbe la forza di adulare. Il suo spirito disdegnoso e altero è indicato anche da Aristofane, che dice cosi 42 : Ché tu procedi a testa alta per la via e volgi in giro gli occhi e senza calzari molte sofferenze tu sopporti, anche se a noi ti mostri con lo sguardo altero (Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, libro II, cap. 28 = Amipsia, Conno, fr. 9 Kassell-Austin; trad. Gigante)

Sulla scena, infatti, Eupoli rappresenta Protagora in città, laddove Amipisa nel Conno fatto rappresentare due anni prima non lo annovera nel “coro dei Pensatori” (Athen. V 59 = Amipsia, fr. 11 Kassell-Austin)

E imparò a suonare la cetra da Conno, ormai in età avanzata. Poiché per questo era deriso, pronunciò quel famoso detto di Solone: «È meglio imparare tardi, piuttosto che non imparare mai» (Suda, Lessico, lettera Σ, voce 839; trad. mia)

Invecchio sempre imparando molte cose (Solone, fr. 28 Gentili-Prato; trad. Fantuzzi)

Secondo alcuni [Socrate] compose anche un peana, il cui inizio è: «Delio Apollo, salve, e tu, Artemide, inclita prole». Dionisodoro dice che il peana non è suo. Compose anche una favola esopica, con poca arte, invero, che comincia così: «Ai cittadini di Corinto Esopo disse una volta: / non giudicate la virtù col metro della sapienza dei giudici popolari» (Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, libro II, cap. 42 = Socrate, fr. 1 Gentili-Prato; Dionisodoro grammatico, T2 Pagani; Favole esopiche, n. 424 Perry; trad. Gigante)

Ma sì, o Simmia; né credo ci voglia arte di Glauco a esporti le cose come io me le figuro. Piuttosto, dimostrare che sono vere, questo mi pare più difficile che se avessi l’arte di Glauco; oltre che, forse, nemmeno sarei capace; e, anche se fossi, la vita che mi rimane, caro Simmia, non credo basterebbe alla lunghezza della dimostrazione (Platone, Fedone, passo 108d4-e2; trad. Manara Valgimigli in Giannantoni, Platone)

«Arte di Glauco». Un proverbio a proposito delle cose che sono realizzate facilmente. Dionisodoro dice che l’allusione riguarda la saldatura in ferro. Infatti, Glauco di Chio inventò la saldatura in ferro (Esichio, Collezione alfabetica di tutte le parole, lettera Γ, voce 616 = Dionisodoro grammatico, T3 Pagani; trad. mia)

Un altro dice [che il Glauco dell’espressione “arte di Glauco”] sia un riferimento alle offerte votive di Aliatte, qualcosa di realizzato da Glauco di Chio: una ciotola presentata insieme a uno stupendo altare. Un altro sostiene che fu quello stesso Glauco che dedicò a Delfi un tripode di bronzo, che egli realizzò da questo materiale in modo che, una volta che viene colpito forza, accade che risuonino con lo stesso suono di una lira il piede su cui poggia [il manufatto], l’involucro superiore, la corona nell’estremità più alta e le aste che si estendono nel mezzo (Eusebio, Contro Marcello, libro I, cap. 3, § 6; trad. mia, ma basata su quella inglese di Spoerl-Vinzent)

Esopo era presente perché era stato inviato da poco da Creso presso Periandro e mentre era da quelle parti dal dio di Delfi… (Plutarco, Il simposio dei Sette Sapienti, passo 150A3-5; trad. Giuliana Besso)

Un giorno questo stesso dio, essendo sdegnato a motivo di Esopo, copri di mali i propri ministri. E certamente chi in una discussione non paragonerebbe il frigio Esopo al nostro Socrate? Come dunque bisogna ritenere che sopporterà placidamente la sua morte lui che mal sopportò quello che era successo al primo? (Libanio, Apologia di Socrate, § 181 = Esopo, T29 Perry)

I Delfi entrarono da Esopo e gli dissero: «Oggi devi essere gettato giù dal precipizio: abbiamo infatti votato di ucciderti così, perché ne sei degno in quanto ladro di oggetti sacri e blasfemo, tanto da non meritare neppure sepoltura. Preparati!». Esopo, fronte alle loro minacce, provò a dire: «Ascoltate una storia». Gli permisero di narrarla, ed Esopo raccontò: «Al tempo in cui gli animali usavano lo stesso linguaggio, un topo che era divenuto amico di una rana la invitò a pranzo e la portò in un magazzino, davvero ricco, in cui si trovavano pane, carne, formaggio, olive, fichi, e le disse: “Mangia!”. Ricevuta in modo così ospitale, la rana gli disse: “Vieni anche tu a pranzare da me, perché io possa accoglierti bene”. Lo condusse a uno stagno e lo esortò: “Tuffati!”. Il topo: “Non ne sono capace”. La rana: “E io te l’insegnerò!”, e legata la zampa del topo con una cordicella alla propria, saltò nello stagno e se lo trascinò dietro. Mentre ormai affogava, il topo mormorò: “‘Da morto mi vendicherò di te ancor viva”. Dopo queste parole del topo, la rana si immerse e finì di affogarlo. Poi, mentre galleggiava a pelo d’acqua, un corvo afferrò il topo ancora legato alla rana, lo divorò e quindi ghermì anche la rana. Fu così che il topo si vendicò della rana. Allo stesso modo anch’io, signori, da morto segnerò la vostra sorte, dal momento che Lidi, Babilonesi e quasi tutta I’Ellade godranno i frutti della mia morte». Nonostante queste parole, i Delfi non si lasciarono convincere neppure così, ma lo trascinarono verso il precipizio (Romanzo di Esopo, capp. 132-134)

Che strana cosa…, o amici, sembra essere questo che gli uomini chiamano piacere! e che meravigliosa natura è la sua in relazione a quello che sembra essere il suo contrario, il dolore! Ché tutti due non vogliono trovarsi insieme nell’uomo, ma poi, se taluno insegua l’un d’essi e lo prenda, ecco che costui in certo modo si trova costretto sempre a prendere anche l’altro, come se fossero attaccati a un unico capo, pur essendo due. E a me sembra, disse, che, se a questo caso avesse posto mente Esopo, ne avrebbe composto una favola: come, cioè, volendo il dio riconciliare codesti due esseri in guerra tra loro e non vi riuscendo, legò loro le teste a un medesimo punto; e così, a quello cui càpiti vicino l’uno dei due, ecco che sùbito dopo gli vien dietro anche l’altro. Come appunto sembra che sia seguito anche a me: ché mentre prima, sotto il peso della catena, c’era nella mia gamba il dolore, ecco che già sento a quello venir dietro il piacere (Platone, Fedone, passo 60b3-c7 = Favole esopiche, T72 e n. 445 Perry; Manara Valgimigli in Giannantoni, Platone)

Un tale si lamentava della sua sorte; allora Esopo, per consolarlo, inventò questa storia. Una nave era sballottata da una furiosa tempesta; fra i passeggeri lacrime, terrore di morire; all’improvviso, il tempo cambia e si rasserena; la nave, ormai sicura, si mette a navigare sospinta da venti favorevoli; i marinai si lasciano trasportare da esultanza sfrenata. Allora il timoniere, reso saggio dai pericoli, disse: «Bisogna gioire con misura e piangere con moderazione; tutta la vita è un miscuglio di gioia e dolore» (Fedro, Favole, libro IV, favola 18; trad. Solimano)

Perché non racconti ad esse la storiella del cane? Si narra che, quando gli animali parlavano, la pecora abbia detto al padrone: «Strano davvero il tuo modo di agire! A noi che ti procuriamo lana, agnelli, cacio, non dài se non cibo che prendiamo dalla terra, col cane, invece, che non ti dà niente di questo, dividi il tuo cibo». Ma il cane che le aveva ascoltate disse: «Certo, per Zeus, perché sono io che vi custodisco sì che non siate rubate dagli uomini né rapite dai lupi. Se non vi custodissi io, voi non potreste neppure pascolare, per il timore di morire». Allora, a quanto si racconta, le pecore convennero di lasciare al cane il primo posto. Tu, dunque, dì loro che, come il cane, le custodisci e le curi, non le fai offendere da nessuno, sì che possono, con sicurezza e piacere, vivere del loro lavoro (Senofonte, Memorabili, libro II, cap. 7, §§ 13-14 = Favole esopiche, n. 356a Perry; trad. Laurenti)

Ma anche a prescindere da tutti questi beni, in tutta la Grecia non v’è tanto oro ed argento quanto ne possiedono i privati spartani, perché durante molte generazioni i tesori sono venuti a loro da ogni parte della Grecia, e spesso anche dai barbari, senza uscirne mai, e, proprio come nella favola di Esopo la volpe dice al leone, anche qui le tracce del denaro che entra a Sparta, in una direzione sola, le vedono tutti, ma le tracce di denaro che ne esce non le vede nessuno; cosicché si deve essere perfettamente sicuri che d’oro e d’argento gli Spartani sono i più ricchi dei Greci e fra di essi il loro re è il più ricco (Platone, Alcibiade primo, passo 122e3-123a6 = Favole esopiche, T71 Perry; trad. Piero Pucci in Giannantoni, Platone)

Amico è parola usuale, ma raro è un amico fedele. / Socrate (di cui non fuggirei la morte, pur di raggiungere una gloria come la sua, / e accetterei la malevolenza, pur di essere assolto quando sarò polvere), / Socrate si stava costruendo una casetta, / quando un popolano, non so chi, come suole avvenire, gli chiese: / «Ma scusa, perché, grande come sei, ti fai una casa così piccola?». / E lui rispose: «Potessi riempirla di veri amici!» (Fedro, Favole, libro III, favola 9; trad. Solimano)

Uno schiavo dissoluto, che aveva sedotto la moglie del proprio padrone, / insultava Socrate; questi, poiché sapeva che / il fatto era noto alla cerchia dei presenti, disse: / «Tu ti piaci perché piaci a chi non dovresti; / ma non senza tuo danno, perché non piaci a chi dovresti» (Fedro, Favole, appendice, favola 27; trad. Solimano)

[I frammenti sull’attività poetica di Socrate e quello di Solone sono raccolti da Bruno Gentili, Carlo Prato (ed.), Poetae Elegiaci. Testimonia et fragmenta, Leipzig, Teubner, 1985. Le altre raccolte di fonti e le traduzioni italiane usate sono le seguenti:

  • Ben Edwin Perry (ed.), Aesopica, University of Illinois Press, Urbana-Chicago, 2007;

  • Gabriele Giannantoni (a cura di), Platone: Opere. Volume primo, Roma-Bari, Laterza, 1974;

  • Giannina Solimano (a cura di), Favole di Fedro e Aviano, Torino, UTET, 2005;

  • Giuliana Besso (a cura di), Plutarco: Il simposio dei Sette Sapienti, in Emanuele Lelli, Giuliano Pisani (a cura di), Plutarco: Tutti i moralia, Milano, Bompiani, 2017;

  • Kelley McCarthy Spoerl, Markus Vinzent (eds.), Eusebius of Caesarea: Against Marcellus and On Ecclesiastical Theology, The Catholic University of America Press, Washington, 2017;

  • Lara Pagani (a cura di), Dionysodoros, in AA.VV., Lexicon of Greek Grammarians of Antiquity, 20/02/2006, http://dx.doi.org/10.1163/2451-9278_Dionysodorus_it;

  • Marcello Gigante (a cura di), Diogene Laerzio: Vite dei filosofi, Roma-Bari, Laterza, 1962;

  • Marco Fantuzzi (a cura di), Solone: Frammenti dell’opera poetica, premessa di Herwig Maehler, introduzione e commento di Maria Noussia, Milano, Rizzoli, 2001;

  • Renato Laurenti, Le opere socratiche di Senofonte, in Gabriele Giannantoni (a cura di), Socrate: tutte le testimonianze da Aristofane e Senofonte ai Padri della Chiesa, Roma-Bari, Laterza, 1971, pp. 75-269;

  • Rudolf Kassell, Colin Austin (eds.), Poetae Comici Graeci. Vol. 2: Agathenor-Aristonymus, Berlin, De Gruyter, 1991]

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Enrico Piergiacomi
Enrico Piergiacomi è cultore di storia della filosofia antica presso l’Università degli Studi di Trento e ricercatore presso il Centro per le Scienze Religiose della Fondazione Bruno Kessler di Trento. Studioso di filosofia antica, della sua ricezione nel pensiero della prima età moderna e di teatro, è specialista del pensiero teologico e delle sue ricadute morali. Supervisiona il "Laboratorio Teatrale" dell’Università degli Studi di Trento e cura la rubrica "Teatrosofia" (https://www.teatroecritica.net/tag/teatrosofia/) con "Teatro e Critica". Dal 2016, frequenta il Libero Gruppo di Studio d’Arti Sceniche, coordinato da Claudio Morganti. È co-autore con la prof.ssa Sandra Pietrini di "Büchner, artista politico" (Università degli Studi di Trento, Trento 2015), autore di una "Storia delle antiche teologie atomiste" (Sapienza Università Editrice, Roma 2017), traduttore ed editor degli scritti epicurei del professor Phillip Mitsis dell'Università di New York-Abu Dhabi ("La libertà, il piacere, la morte. Studi sull'Epicureismo e la sua influenza", Roma, Carocci, 2018: "La teoria etica di Epicuro. I piaceri dell'invulnerabilità", Roma, L'Erma di Bretschneider, 2019). Dal 4 gennaio al 4 febbraio 2021, è borsista in residenza presso la Fondazione Bogliasco di Genova. Un suo profilo completo è consultabile sul portale: https://unitn.academia.edu/EnricoPiergiacomi

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