Romeo Castellucci, tra visione e folgorazione: Theatron, il documentario

Approfondimento, a pochi giorni dalla messa in onda su Rai 5 di Theatron, del documentario di Giulio Boato su Romeo Castellucci, ancora presente su RaiPlay.

La capacità di inventare giochi da sé, assieme agli altri; la passione per le arti figurative; la poca adesione al teatro – di repertorio – che passava per la sua città natale, Cesena: queste alcune delle immagini più incisive dell’infanzia di Romeo Castellucci (restituite dalla voce della sorella Claudia con una risonanza incisiva per l’opera futura del regista della Socìetas Raffaello Sanzio) in apertura a Theatron, documentario che Giulio Boato dedica a questo artista, tra i più grandi, visionari e folgoranti della scena contemporanea.

E proprio tra il termine θεάομαι  –  l’azione del vedere – e θαῦμα, – la folgorazione meravigliosa e angosciante che ne consegue, cui sono legati tramite stessa radice –  si rintraccia la base della sua opera artistica totale, qui affrontata per temi e alcune tappe di percorso, con le testimonianze del regista stesso, di collaboratori, studiosi e artisti: dalla citata Claudia Castellucci (fondatrice insieme al fratello e a Chiara Guidi della compagnia nel 1980-’81, coesa fino al 2006) a Piersandra Di Matteo – dramaturg di compagnia e studiosa – a Willem Dafoe, che fu interprete del Minister’s black veil, dal sound designer Scott Gibbons al collega regista Pascal Rambert, e poi ancora la performer Silvia Costa, gli studiosi Enrico Pitozzi, Nicholas Rodout, Joe Kelleher, e la coreografa Cindy Van Acker.

Romeo Castellucci. Screenshot di Theatron

In poco meno di un’ora prendono vita, tra stralci di interviste e brevi immagini del suo repertorio (con una sorta di intermezzo dimostrativo degli ultimi ingaggi dell’artista in giro per l’Europa), intense suggestioni legate alla capacità sia filosofica che artistica di una «problematizzazione profonda della dimensione umana del linguaggio» (Di Matteo) considerando che quello teatrale contemporaneo è composto dalla pluralità dei linguaggi registici, interpretativi, scenografici, luministici, sonori (il più delle volte pensati dallo stesso Castellucci), in grado di strutturare la scena – «il palcoscenico prende vita e diventa un’entità» (Gibbons) – secondo una modalità «intensamente strana, mai vista» (Ridout), davvero libera di creare immagini potentissime, stranianti e riconoscibili, mai tranquillizzanti, conciliatorie, ma sempre volte alla creazione di un teatro che  istilli «veleno», che sia «una forma di presa di coscienza che poi diventa piacere» (Castellucci).

Inferno (2008). Screenshot di Theatron

Chiaramente, a emergere con forza fin dai primi spettacoli ricordati è il profondo legame con la tragedia e i classici, che Castellucci reinterpreta profondamente e altrettanto profondamente ne rispetta le linee di forza, le fondamenta, interrogando ogni testo e trovando delle chiavi che sappiano dialogare con il contemporaneo. Così, per esempio, la lettura del Giulio Cesare, interpretato da un laringectomizzato e che dunque dà voce viscerale alla sua orazione funebre; o la visione dell’Agamennone eschileo da parte di un ragazzo mongoloide, che, nella versione dell’Orestea della Socìetas è simbolo di potere regale eppure di vittima innocente. Ancora, tra i tanti esempi: l’Orphée et Eurydice di Gluck, a testimonianza dell’impegno anche nell’opera lirica, che mostra in video le reazioni di una donna in un raro stato di semi coma, in grado di muovere soltanto gli occhi in contrasto con quella tragedia che si consuma per uno sguardo proibito; il Sacre stravinskiano danzato dalla “cenere d’ossa” (ovvero da idrossido di calcio pari al peso di 75 bovini, si legge in didascalia) gettata a ritmo di musica da diversi macchinari sospesi e in movimento, in una stilizzazione massima del corpo, unica modalità, a detta del regista, per poter rendere la potenza di quei suoni senza esserne schiacciati.

Orphée et Eurydice (2014). Screenshot da Theatron

Già solo da quanto accennato, si intravedono i temi legati al potere, alle riflessioni estreme (da sempre «un impegno sopra le righe, assoluto» racconta Claudia Castellucci) che legano l’uomo a questioni come il potere, la tecnologia, la bellezza radicale, la solitudine, la pietà, mai trattate come mero materiale letterario ma come innesco scenico, la cui scintilla può avvenire dagli elementi più vari, approdando a una sintesi artistica che arriva ogni volta a coinvolgere tutti i livelli segnici e interpretativi possibili.

Ma tra le grandi questioni estetiche che riguardano la modalità compositiva di Romeo Castellucci, non si può non fare accenno all’attenzione alla varietà di corpi (quali che siano, umani, animali o tecnologici, bambini, anziani, “mostruosi” – come hanno recitato spesso i titoli sensazionalistici di alcune testate – professionisti e non), intesi come sistemi di simboli scelti mai per morbosità ma sempre per «precise scelte drammaturgiche», verso una ricerca della purezza della voce e dell’azione che fa il passo anche con la volontà – controcorrente – di non avere lunghi tempi di prove, per preservare quella genuinità della creazione.

Tragedia Endogonidia (2002-2004). Screenshot da Theatron

Accennate anche alcune delle controversie scaturite dai suoi spettacoli, specie in area francese, legate alla ricezione da parte di alcuni gruppi cattolici per Sul concetto del volto nel figlio di Dio (qui la lettera aperta del regista in risposta), o ancora il quasi profetico La metope del Partenone, performance che inscenava un incidente con tanto di feriti, sangue e ambulanze, andata in scena a pochissimi giorni dagli attacchi terroristici parigini del 2015. Sebbene pensati mesi prima, i fatti erano talmente scottanti da richiedere una dichiarazione dal regista che, nonostante la «massa enorme di dolore» rimarcava la necessità «di essere presenti e vivi davanti ai morti».

Senza la pretesa di essere un documento esaustivo, Theatron, prodotto nel 2018 dalla francese La compagnie des Indes, passato su Rai 5 pochi giorni fa e disponibile sulla piattaforma RAI Play, è il trampolino di lancio per chiunque voglia iniziare a conoscere il lavoro di Romeo Castellucci. Boato, che ha già all’attivo un documentario su un altro grande artista internazionale quale Jan Fabre (nonché regista televisivo della ripresa titanica delle 24 ore del suo Mount Olympus), sceglie un approccio discreto, a servizio dell’oggetto, offrendo come guida delle immagini parole evocative e sapienti che hanno il pregio di istillare approfondimenti ulteriori. Sull’opera di Romeo Castellucci c’è davvero molto da dire, aspettiamo la sua collaborazione con la Triennale di Milano, appena iniziata, in qualità di artista residente, per poter continuare a osservare e a farci affascinare dalla sua arte, assistendo alla funzione del teatro che per la sua società deve volgere alla «creazione di un problema, lì dove non c’era».

Viviana Raciti

 

Vai al link video di Theatron su RAI Play

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