Le arti secondo Isocrate, ginnastica per l’intelletto

Teatrosofia #115. Un’indagine alla ricerca della concezione di poesia, musica e teatro nel retore Isocrate, tra pregi e difetti. 

IN TEATROSOFIA, RUBRICA CURATA DA ENRICO PIERGIACOMI – collaboratore di ricerca post-doc e cultore di storia della filosofia antica presso l’Università degli Studi di Trento – CI AVVENTURIAMO ALLA SCOPERTA DEI COLLEGAMENTI TRA FILOSOFIA ANTICA E TEATRO. OGNI USCITA PRESENTA UN TEMA SPECIFICO, ATTRAVERSATO DA UN RAGIONAMENTO. Questo articolo è scritto con il sostegno della Fondazione Bogliasco (Genova)

Antigone del Living theatre, 1967, Torino. Foto di Carla Cerati

Nel libro III della sua raccolta delle Vite dei filosofi, Diogene Laerzio riferisce che Platone fu amico del retore Isocrate e aggiunge che il peripatetico Prassifane di Mitilene trascrisse un dialogo che i due intellettuali ebbero intorno ai poeti, entro il giardino dell’Accademia platonica. La perdita del testo ci impedisce, purtroppo, di conoscere il contenuto del dibattito e le posizioni in gioco. Se è sicuro che Platone avrebbe preso una posizione abbastanza ostile verso i poeti, stando alle idee che vengono presentate ad esempio nello Ione e nella Repubblica, nel caso di Isocrate il quadro è molto meno nitido. Non ci è infatti rimasta alcuna trattazione esaustiva della poesia in generale, o quella più specifica del teatro. Il proposito accennato nel discorso Panatenaico di dare una dettagliata analisi del tema – che a dire di Isocrate allora novantaquattrenne avrebbe sbaragliato quella dei concorrenti – non fu mai realizzato. Occorre allora cercare la concezione isocratea della poesia e del teatro nei cenni sparsi nei suoi discorsi.

La caratteristica positiva più spesso riconosciuta dagli scritti di Isocrate è il valore educativo dei poeti. Dai componimenti poetici si possono ricavare sentenze che ammaestrano a deliberare, a vivere bene, a governare al meglio lo Stato. I poeti conoscono poi la natura degli esseri umani, ossia sanno che essi approvano i consigli morali solo a parole, mentre nei fatti non riescono a seguirli. Isocrate riscopre la verità di questa opinione nell’apprezzamento da parte dei suoi contemporanei delle commedie, che egli considera un genere poetico volgare. A partire da tale consapevolezza, i poeti come Omero e i tragici escogitarono un modo di trattenere le masse dalla malvagità, senza ricorrere ai gravi ammaestramenti morali: le rappresentazioni drammatiche, che calmano il popolo distraendolo con il piacere. Si tratta, nondimeno, di una pratica che, agli occhi dei saggi, può anche costituire una fonte di conoscenza seria. Isocrate fa a tal riguardo l’esempio della rappresentazione omerica degli dèi che deliberano sul futuro, tramite cui il poeta insegna che prevedere l’avvenire è impossibile. Una rappresentazione poetica insegna così agli esseri umani ad affrontare i problemi della vita essendo ben coscienti dei propri limiti conoscitivi.

Un’altra funzione importante assolta dalla poesia consiste nella lode degli individui eroici e virtuosi, che diventano così oggetto di emulazione. Gli eroi omerici o i semi-dèi come Pelope ed Euristeo sono solo alcuni dei soggetti poetico-teatrali che inducono gli esseri umani a emulare le imprese del passato. O in ogni caso, la lode della poesia consente anche a persone peggiori e meno valenti di sopravvivere ai posteri, dunque a maggior ragione andrà ricercata dall’agente virtuoso e valoroso, se non intende vedere le sue imprese cadere nell’oscurità e nell’oblio. A volte, Isocrate sostiene, però, che nessun poeta sia riuscito adeguatamente a lodare individui eccezionali: Eracle per le sue qualità morali, i Greci che condussero una lotta giusta contro i barbari, Evagora che difese la grecità dall’invasione dei Persiani. La ragione è che la lode è un’attività difficile. Se riguarda persone da poco, essa non ha imprese da elogiare. Se concerne individui eccezionali, difetta di parole adeguate alla materia. La lode richiede sia grandi imprese, sia un linguaggio confacente alla grandezza.

Non mancano tuttavia certo dei difetti nell’espressione dei poeti. Un loro limite evidente è il gusto eccessivo per il macabro e per la violenza. Soprattutto i tragediografi indulgono nel presentare sulla scena uccisioni di fratelli, storie di incesto, episodi di cannibalismo, che paradossalmente rendono insensibili il pubblico alle atrocità che si trovano invece nella vita. Isocrate deplora nel Panegirico, infatti, come aveva già fatto il retore Andocide che uomini e donne si commuovano davanti alle sventure dei personaggi del dramma, mentre non versino una lacrima per chi è costretto ad arruolarsi negli eserciti dei nemici contro la patria, per gli esuli, o più in generale per i mali che gli esseri umani hanno aggiunto a quelli ordinari organizzando le guerre. Nel Busiride, invece, egli muove la stessa critica ai poeti che troviamo anche in Senofane e Platone: quella di rappresentare gli dèi troppo antropomorfi, ossia nell’atto di commettere gli atti viziosi/osceni che accadono nella società umana. Più in generale, i poeti ricorrono di frequente alla menzogna. Essi inventano fatti mai accaduti e nascondo la loro assenza di pensiero dietro ritmi e canti avvincenti.

Proprio per questi difetti intrinseci alla poesia, Isocrate ritiene che sia doveroso e utile che i retori non solo ricorrano alle esortazioni/lodi dei poeti, ma anzi entrino in competizione con questi. Dove la poesia non sa trovare le parole per lodare un Eracle o un Evagora, la retorica interviene con successo e riesce a farli diventare modelli di emulazione sotto ogni rispetto, senza necessariamente risultare meno affascinante e suadente. Nel discorso Antidosi, infatti, Isocrate presenta il retore che si è formato alla sua scuola come una figura che sa pronunciare orazioni utili, veritiere e ispirate al rigore della filosofia, ma che in più sa anche dare colore e altezza poetica alle parole pronunciate di fronte a un pubblico. Come se non bastasse, i cultori della retorica ricevono un compenso per le loro prestazioni di gran lunga inferiore rispetto agli attori teatrali di grido, sicché risultano molto meno gravosi per le casse statali.

In realtà Isocrate ammette sempre nell’Antidosi, di avere una concezione contraddittoria di filosofia e poesia/musica. Da un lato, egli apprezza entrambe, ma in particolare il ragionamento filosofico, capace di educare e migliorare la natura di partenza, rendendo più fine ed efficiente l’intelletto. Ma dall’altro lato, Isocrate concorda anche con chi sostiene che filosofia e musica (o discipline simili) non abbiano utilità pratica. La contraddizione tra l’approvazione e la condanna delle due materie è da lui risolta con un richiamo alla misura. Filosofia e musica sono da respingere se sono approfondite troppo nel dettaglio, sottraendo tempo a occupazioni più importanti e intrappolando la mente dentro temi troppo astratti. Le due discipline sono invece da apprezzare se usate appunto con moderazione, in quanto abituano alla concentrazione e allo sforzo continuato, ossia forniscono strumenti utili per poter deliberare/ragionare su problemi politici-statali. Isocrate propone di considerare lo studio della retorica non filosofia né musica, bensì «ginnastica dell’intelletto e propedeutica della filosofia». È un percorso che prende il meglio dall’una e dall’altra, eliminando ogni nozione superflua.

La retorica è pertanto una forma di poesia intellettuale o di teatro filosofico, che è insieme dolce e utile per l’umanità, oltre che conveniente allo Stato anche sul piano economico. Se prendiamo poi sul serio la metafora che Isocrate presenta nell’Archidamo, vale a dire quella della vita come una scena dove i Greci devono recitare la parte del popolo che compie imprese eroiche e solenni, si può aggiungere che il retore interpretasse il piccolo teatro degli esseri umani come uno specchio del grande palcoscenico dell’esistenza. La poesia si rivela essere uno specchio della realtà, che il retore istruito dalla filosofia sa in più conoscere e dominare con la sua allenata intelligenza.

Non sapremmo dunque mai quello che Platone e Isocrate si dissero all’ombra dei giardini privati dell’Accademia. Possiamo però escludere che il secondo intellettuale ne avrebbe in parte preso le difese. I poeti valgono qualcosa perché sono ottimi maestri di una «ginnastica dell’intelletto». Essi non ci guideranno forse alla virtù e alla sapienza, tuttavia ci spianeranno la via verso queste.

Enrico Piergiacomi

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Il filosofo [scil. Platone] era amico pure di Isocrate. Un loro colloquio intorno ai poeti tenuto in campagna – quando Platone ospitò Isocrate – fu trascritto da Prassifane (Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, libro III, § 8 = Prassifane di Mitilene, fr. 22 Matelli; trad. Gigante)

Quanto alla poesia di Omero, di Esiodo e degli altri, vorrei bensì parlarne (e credo che farei tacere quelli che nel Liceo recitano i loro versi e ciarlano su di loro), ma mi accorgo di andare oltre la giusta misura assegnata ai proemi. È proprio di un uomo intelligente non lasciarsi trasportare dall’abbondanza della materia, qualora si possa parlare sulle stesse cose più degli altri, ma conservare la giusta misura in tutto ciò di cui si trovi via via a discorrere. Ed è appunto così che io devo fare. Diremo, dunque, un’altra volta dei poeti, se prima non mi porterà via la vecchiaia o non dovrò trattare argomenti più seri di questi (Isocrate, Panatenaico §§ 33-34)

Se un semplice mortale deve congetturare quale sia il modo di pensare degli dèi, ritengo che essi pure abbiano mostrato, soprattutto nei riguardi dei loro parenti prossimi, da quali sentimenti siano animati verso i disonesti e verso i galantuomini. Zeus che fu padre comune di Eracle e Tantalo, come i miti narrano e tutti credono, rese l’uno immortale in premio della sua virtù, punì l’altro con i più terribili castighi a causa della sua malvagità. Ecco gli esempi a cui devi ispirarti per mirare alla perfezione spirituale, non solo restando fedele alle cose da noi dette, ma apprendendo anche le più belle massime dei poeti e leggendo quanto di utile hanno detto gli altri sapienti. Come vediamo l’ape posarsi su tutti i germogli e suggere da ognuno il meglio, così anche quelli che aspirano a un’educazione superiore non devono tralasciare nessuna esperienza, ma raccogliere da ogni parte insegnamenti utili, perché difficilmente, anche con queste cure, si possono vincere i difetti della natura (Isocrate, A Demonico, §§ 50-52)

Sono molte le cose che contribuiscono all’educazione dei privati, principalmente il non vivere nel lusso ma essere costretti a pensare ogni giorno al proprio sostentamento, poi le leggi secondo le quali ciascuno regola la sua vita civile, ancora la libertà di parola e la facoltà apertamente accordata agli amici di rimproverarsi e ai nemici di rinfacciarsi le colpe reciproche; inoltre alcuni poeti antichi hanno lasciato precetti su come si deve vivere; così, in conseguenza di tutto ciò, è naturale che essi diventino migliori (Isocrate, A Nicocle, §§ 2-3)

Non credere di dover ignorare nessuno dei poeti famosi e dei sapienti, ma degli uni diventa uditore, degli altri discepolo; e procura di essere giudice di chi ti è inferiore, emulo di chi ti è superiore (Isocrate, A Nicocle, § 12-13)

Quanto a me, so bene che è arduo opporsi alle vostre idee e che, pur essendoci un regime democratico, non c’è libertà di parola se non, qui, per i più dissennati che non si danno alcun pensiero di voi e, in teatro, per gli autori di commedie (Isocrate, Sulla pace, § 14)

E poi mi era ben chiaro che, se tutti stimano utilissimi i consigli dati dagli scritti in versi e in prosa, non li ascoltano però con molto piacere, anzi provano per essi gli stessi sentimenti che per i loro censori: li elogiano bensì, ma desiderano frequentare chi si associa ai loro errori piuttosto che chi li distoglie da essi. Si potrebbero prendere ad esempio i versi di Esiodo, di Teognide e di Focilide; questi sono stati, si dice, i migliori consiglieri per la vita umana, ma coloro che lo affermano preferiscono poi baloccarsi con le reciproche follie piuttosto che seguire i loro consigli. Inoltre se si scegliessero le cosiddette «sentenze» dei poeti più insigni, nelle quali essi più si sono impegnati, identica sarebbe la loro disposizione d’animo anche di fronte a queste: ascolterebbero più volentieri la più volgare delle commedie che opere composte con tanta arte. Ma perché dilungarmi a precisare ogni particolare? Se volessimo indagare in generale la natura umana, troveremmo che i più degli uomini non amano i cibi più sani né i costumi più belli né le azioni più nobili né le creature più utili, ma si abbandonano ai piaceri totalmente opposti al loro interesse, e chi di loro compie appena una parte del suo dovere ha fama di tenace e laborioso. (…) È dunque evidente che chi vuole scrivere in versi o in prosa qualcosa di gradito ai più deve cercare non i discorsi più utili, ma quelli più favolosi, dato che la gente si diletta di ascoltare simili storie, come di assistere a lotte e a gare. Perciò meritano la nostra ammirazione la poesia di Omero e i primi inventori della tragedia, perché dopo avere indagato la natura umana seppero adoperare per le loro composizioni entrambe queste forme d’arte. Il primo cantò favolosamente le lotte e le guerre dei semidei, i secondi trasposero il mito in lotte e azioni, in modo che noi potessimo non solo ascoltarle ma anche vederle. In presenza di esempi così significativi, è provato che chi vuole affascinare l’uditorio deve rinunziare agli ammonimenti e ai consigli, e dire ciò che la massa mostra di gradire maggiormente (Isocrate, A Demonico, §§ 42-44 e 4849)

È manifesto a tutti, penso, che prevedere il futuro non è concesso alla nostra natura, anzi siamo cosi lontani da questa capacità intellettiva che Omero, il poeta più famoso per sapienza, ha rappresentato talvolta anche gli dèi intenti a deliberare sul futuro [cfr. e.g. Iliade libro 16, vv. 431-434 e 644-651; libro XXII, vv. 168-173]: non perché conoscesse il loro pensiero, ma perché volle mostrarci che ,questa è una cosa impossibile agli uomini’ (Isocrate, Contro i sofisti, § 2)

A mio avviso, se la poesia di Omero riscosse maggior fama, è perché fece un nobile elogio degli eroi che avevano combattuto contro i barbari; e lo scopo per cui i nostri antenati vollero onorare la sua arte nei concorsi poetici e nell’educazione dei giovani, è che ascoltando spesso i suoi versi ci imprimiamo nell’animo l’odio esistente fra noi e loro e ammirando il valore di chi partecipò a quella spedizione aspiriamo a ripeterne le imprese (Isocrate, Panegirico, § 159)

Considera (per ricordare anche qualche esempio antico) che la ricchezza di Tantalo, il dominio di Pelope e la potenza di Euristeo non sarebbero lodati da nessun prosatore o poeta, ma tutti esalterebbero, oltre i meriti eccezionali di Eracle e la virtù di Teseo, gli eroi che parteciparono alla spedizione contro Troia e quelli che ad essi furono somiglianti. Certo sappiamo che i più illustri e i più valorosi di loro esercitarono il proprio potere su modeste cittadine ed isolette. Pur tuttavia lasciarono dopo di sé una gloria pari a quella degli dèi e celebrata dovunque, perché tutti amano non quanti hanno acquistato per sé stessi un vastissimo dominio, ma quanti sono stati per gli Elleni autori di moltissimi benefici (Isocrate, Filippo, §§ 144-145)

Ora, chi non si disanimerebbe, quando vede che i contemporanei della guerra di Troia e i loro predecessori’ sono celebrati nei canti e nelle tragedie, mentre di se stesso sa in anticipo che, neppure se supererà le loro valorose imprese, non sarà mai ritenuto degno di simili lodi? (Isocrate, Evagora, § 6)

Perciò se certi poeti hanno usato iperboli per celebrare qualcuno fra i personaggi del passato, dicendo che era un dio fra gli uomini o una divinità mortale, tutte le espressioni del genere si accorderebbero perfettamente con le nobili qualità di quest’uomo (Isocrate, Evagora, § 73)

Quanti nelle generazioni passate sono rimasti oscuri, pur essendo stati migliori e più valenti degli eroi celebrati nei poemi e nelle tragedie! Ma gli uni, penso, trovarono poeti e storici, gli altri non ebbero nessuno che li celebrasse. Se mi darai retta e avrai senno, non disprezzerai questi uomini di cui la moltitudine è solita fidarsi non solo riguardo a ogni singolo cittadino ma anche riguardo al complesso degli affari pubblici, e mostrerai per loro un po’ di attenzione e di ossequio, per godere buona fama sia per le tue azioni che per le loro parole (Isocrate, Antidosi, §§ 136-137)

Animati da tali sentimenti e educando i giovani secondo questi costumi resero così valorosi coloro che guerreggiarono contro le orde dell’Asia che nessuno dei poeti né degli oratori ha mai potuto celebrarli in modo adeguato alle loro gesta. E d’altronde io li scuso pienamente. È del pari difficile lodare chi ha sorpassato gli altri nelle virtù come chi non ha fatto nulla di buono; per questi ultimi non si dispone di imprese, per i primi non ci sono parole adatte (Isocrate, Panegirico, § 82)

Venendo ora a Eracle, gli altri continuano a celebrare il suo coraggio e ad enumerare le sue fatiche, ma non si troverà nessun poeta o prosatore che abbia mai fatto menzione delle altre sue qualità morali. lo vedo qui un campo particolare e completamente vergine, non piccolo né sterile, anzi colmo di azioni lodevoli e di belle imprese, che richiede uno capace di trattarne degnamente (Isocrate, Filippo, § 109)

Se dunque si fosse distinto in cose di poca importanza, già avrebbe diritto a tali elogi; ma tutti riconosceranno che il potere assoluto è il più grande, il più augusto e il più conteso dei beni divini e umani. Colui che per l’appunto ha acquistato il più nobile dei possessi nel più nobile dei modi da quale poeta o prosatore può essere lodato in maniera adeguata alle sue imprese? (Isocrate, Evagora, § 40)

E varrebbe la pena effettuare la spedizione durante l’odierna generazione, perché coloro che hanno avuto parte nelle sventure godano anche dei vantaggi, e non continuino per tutta la vita a essere infelici. Basta il passato, in cui quale disastro non è accaduto? Benché molti siano i mali inerenti alla natura umana, ne abbiamo noi stessi escogitati più di quelli inevitabili, provocando guerre e discordie fra noi, con la conseguenza che alcuni sono uccisi nelle loro città contro ogni legge, altri vagano in terra straniera con le mogli e i figli, e molti per mancanza del sostentamento quotidiano sono costretti ad arruolarsi come mercenari e a morire combattendo per i nemici contro gli amici. Ma di ciò nessuno s’è mai indignato; si ritiene di dover piangere sulle sventure immaginate dai poeti, mentre nel vedere calamità reali, che la guerra apporta tremende e in gran numero, si è cosi lungi dal provarne pietà che addirittura ci si compiace maggiormente dei mali vicendevoli che dei propri beni (Isocrate, Panegirico, §§ 167-168)

Bisogna descrivere ancor più chiaramente la spregiudicatezza di Alcibiade. Ha fatto un figlio con questa donna che da libera rese schiava, le uccise il padre e i parenti, le distrusse la città, col risultato di rendere il figlio nemico implacabile a sé e ad Atene: tutto lo condanna fatalmente all’odio. Ma voi considerate raccapriccianti situazioni del genere quando le vedete rappresentate nelle tragedie, mentre non ve ne preoccupate affatto allorché le osservate verificarsi nella città. Eppure a teatro voi non sapete se sono reali o prodotte dalla fantasia dei poeti; qui invece, ben coscienti che si tratta di crimini reali, restate del tutto indifferenti (Andocide, Contro Alcibiade, § 23; trad. Pietro Cobetto Ghiggia)

Ma tu non ti sei curato per nulla della verità, e hai seguito le maldicenze dei poeti. Questi raccontano che i discendenti degli immortali hanno fatto o subìto azioni più atroci che i discendenti degli uomini più scellerati, e hanno tenuto sugli dèi stessi discorsi tali quali nessuno oserebbe tenere sui suoi nemici; infatti non solo rinfacciarono loro furti, adulteri e servizi mercenari presso uomini, ma anche inventarono a loro onta che divoravano i figli, eviravano i padri, incatenavano le madri e molte altre nefandezze (Isocrate, Busiride, § 38)

I poeti dispongono di molti ornamenti; possono rappresentare gli dèi avvicinarsi agli uomini, conversare con loro e aiutare in battaglia chiunque vogliano, ed esporre tali fatti non solo con le espressioni ordinarie ma ora con esotismi ora con neologismi ora con metafore, non trascurando nessun mezzo, ma adornando la loro poesia con tutti gli artifici stilistici. Agli oratori invece non è lecito ricorrere a tali espedienti, ma sono obbligati a usare solo i vocaboli comuni in senso stretto e le idee che si riferiscono alla vita pratica. Inoltre i primi scrivono tutte le loro opere con metri e ritmi, i secondi non si avvalgono di nessuno di questi sussidi; sussidi dotati di tanto fascino che i poeti, anche se sono manchevoli nell’espressione e nelle idee, pure seducono gli ascoltatori solo con l’armonia e la simmetria. Si può riconoscere la loro potenza da ciò: se si lasceranno immutati i vocaboli e i pensieri dei poemi celebri e se ne scioglierà il metro, essi appariranno molto inferiori alla reputazione che ora ne abbiamo (Isocrate, Evagora, §§ 9-11)

Inoltre fra i ritorni dall’esilio dei tempi antichi i più celebri sono quelli che apprendiamo dai poeti; non solo essi ci riferiscono i più belli fra quelli realmente avvenuti, ma ne creano di nuovi con la loro fantasia. Pur tuttavia nessuno di loro ha favoleggiato di un eroe che sia tornato in patria dopo aver corso pericoli così terribili e paurosi; al contrario hanno rappresentato i più conquistare il regno per caso, ed altri prevalere sui nemici con frode e astuzia (Isocrate, Evagora, § 36)

Ora, come si potrebbe mostrare il coraggio, il senno o l’insieme delle virtù di Evagora più chiaramente che col ricordo di tali imprese e pericoli? Risulterà che egli superò con le sue gesta non solo le altre guerre, ma anche la guerra degli eroi, che è celebrata in tutto il mondo. Questi infatti con l’aiuto di tutta l’Ellade presero una sola città, egli alla testa di una sola città mosse guerra a tutta l’Asia. Perciò se avessero voluto lodarlo tanti poeti quanti appunto lodarono quegli eroi, avrebbe conseguito una gloria ancora più grande della loro. Chi troveremo fra gli uomini di quell’epoca, se tralasciassimo le favole per guardare la realtà, che abbia compiuto tali imprese e sia stato autore di tanti mutamenti nella vita politica? (Isocrate, Evagora, §§ 65-66)

Questa mia esposizione ha lo scopo di farti capire che con il mio discorso ti esorto a imprese che i tuoi antenati, con le loro opere, scelsero manifestamente come le più belle. Dunque se tutte le persone intelligenti devono prendere a modello l’eroe più grande e cercar di diventare pari a lui, ciò conviene soprattutto a te. Non dovendo ricorrere ad esempi estranei ma avendone uno in famiglia, come non è naturale che tu ne sia spronato e gareggi per renderti simile al tuo progenitore? Non dico che tu potrai imitare tutte le imprese di Eracle – neppure alcuni degli dèi lo potrebbero – ma per quanto riguarda le caratteristiche spirituali, l’amore per gli uomini e la benevolenza verso gli Elleni, potresti ben conformarti ai suoi propositi (Isocrate, Filippo, §§ 113-114)

Tuttavia, sebbene la poesia possieda tanti vantaggi, non si deve esitare, ma bisogna sperimentare se la prosa oratoria potrà anche questo: elogiare i grandi uomini non meno bene di chi li celebra nei canti e nei versi (Isocrate, Evagora, §§ 11)

In primo luogo dovete sapere che i generi della prosa non sono meno numerosi di quelli della poesia. Alcuni prosatori hanno trascorso la vita a indagare sulla genealogia dei semidei, altri hanno studiato i poeti, altri ancora hanno voluto raccogliere le imprese di guerra e altri ancora si sono dedicati a ragionare per domande e per risposte, e sono detti dialettici. Sarebbe fatica non lieve tentar di elencare tutti i generi di prosa; ricorderò, dunque, quello che m’importa e tralascerò gli altri. Vi sono alcuni oratori che, sebbene non siano inesperti nei generi suddetti, hanno preferito scrivere discorsi non relativi ai vostri rapporti d’interesse, ma di carattere panellenico, politico e panegirico, discorsi che, per consenso generale, sono più simili alle composizioni musicali e metriche che ai discorsi giudiziari. Essi presentano i fatti in uno stile più poetico e ornato, cercano di esprimere pensieri più solenni e originali e inoltre corredano l’intero discorso con figure più brillanti e varie. E tutti quanti nell’ascoltarli provano non minor piacere che nell’ascoltare le composizioni poetiche, e molti vogliono diventarne discepoli, ritenendo che i primi in quest’arte siano molto più abili, più virtuosi e più utili di coloro che parlano bene nei processi. Essi presentano i fatti in uno stile più poetico e ornato, cercano di esprimere pensieri più solenni e originali e inoltre corredano l’intero discorso con figure più brillanti e varie. E tutti quanti nell’ascoltarli provano non minor piacere che nell’ascoltare le composizioni poetiche, e molti vogliono diventarne discepoli, ritenendo che i primi in quest’arte siano molto più abili, più virtuosi e più utili di coloro che parlano bene nei processi. Si rendono conto infatti che questi ultimi sono diventati esperti nei dibattimenti giudiziari grazie al loro spirito d’intrigo, mentre i primi hanno derivato quella capacità oratoria, di cui precedentemente ho parlato, dalla filosofia; che quelli che passano per oratori forensi sono sopportabili solo per il giorno in cui discutono le cause, mentre gli altri in qualsiasi ambiente e in ogni tempo riscuotono onore e buona fama; inoltre che gli uni, quando siano stati visti due o tre volte nei tribunali, sono odiati e screditati, mentre gli altri, quante più persone frequentano e quanto più spesso, tanto più sono ammirati; e che infine i primi, pur abili nei processi, sono estranei a quell’altro genere di discorsi, mentre i secondi, se volessero, potrebbero in breve tempo padroneggiare anche l’oratoria forense. Riflettendo su ciò e giudicando questa scelta di gran lunga migliore, i giovani vogliono fruire di questa formazione culturale, dalla quale, come è manifesto, io sono tutt’altro che escluso, anzi vi ho conseguito una fama molto più lusinghiera di altri. Dunque sulla mia capacità o filosofia o attività o come altro vi piaccia chiamarla, avete udito l’intera verità (Isocrate, Antidosi, §§ 45-50)

Perciò, a proposito della rispettiva sostanza, non bisogna prestar fede alle accuse lanciate alla leggera, né credere che i guadagni dei sofisti siano uguali a quelli degli attori, ma bisogna confrontare tra loro quelli che esercitano la stessa professione e credere che chi ha la stessa abilità in ciascuna abbia press’a poco anche la stessa sostanza (Isocrate, Antidosi, § 157)

Non solo per questi motivi, ma per molti altri ancora tutti a ragione si stupirebbero dell’ignoranza di coloro che così avventatamente osano disprezzare la filosofia, in primo luogo perché, pur sapendo che ogni attività e ogni disciplina si conquistano con l’esercizio e l’applicazione, ritengono che questi mezzi non abbiano alcuna influenza sullo sviluppo dell’intelletto; poi perché, pur ammettendo che non c’è alcun corpo così difettoso da non poter migliorare con l’allenamento e la fatica, pensano che l’anima, tanto superiore per natura al corpo, non possa diventare affatto più valente se educata e curata nel modo dovuto; inoltre perché, pur vedendo che, riguardo ai cavalli, ai cani e alla maggior parte degli animali, certuni hanno dei metodi con i quali riescono a renderli più coraggiosi, più docili, più intelligenti; riguardo alla natura umana invece credono che non sia stato trovato nessun sistema educativo tale da poter far compiere agli uomini quei progressi che si fanno compiere anche ai bruti, ma condannano tutti noi a così grande infelicità che, mentre ammetterebbero che con la nostra intelligenza rendiamo migliori e più utili tutti gli esseri viventi, osano affermare che solo noi, dotati di questa intelligenza con la quale diamo maggior valore agli altri animali, non possiamo beneficarci reciprocamente per arrivare all’eccellenza. Ma la cosa più strana di tutte è che, pur vedendo ogni anno negli spettacoli i leoni mostrarsi più miti verso i domatori che certi uomini verso i loro benefattori, e gli orsi danzare, lottare e imitare la nostra abilità, neppure da questi esempi riescono a comprendere quanto grande sia l’importanza dell’educazione e dell’applicazione, né come questi mezzi molto più gioverebbero alla nostra natura che a quella degli animali. Perciò non so se sarebbe più giusto meravigliarsi della mansuetudine che viene infusa negli animali più feroci o della brutalità insita nell’animo di questi uomini (Isocrate, Antidosi, § 209-214)

La maggior parte degli uomini è dell’idea che tali discipline non siano che ciarle e futilità, che nessuna di esse sia utile per gli affari privati o pubblici e che non restino neppure un po’ nella memoria di chi le apprende, perché non ci accompagnano nel corso della vita né ci assistono nell’azione, ma sono completamente avulse dalle necessità pratiche. Io, in proposito, non sono di quest’avviso né me ne scosto troppo: chi ritiene questi studi privi di ogni utilità pratica mi pare che giudichi rettamente, e d’altra parte chi li approva mi pare che dica la verità. Se mi sono espresso in forma contradditoria è perché queste discipline hanno natura assolutamente diversa dalle altre che ci vengono insegnate. Le altre, per loro natura, ci giovano quando ne abbiamo acquistato conoscenza, queste invece non possono essere di alcun beneficio a chi le ha approfondite a meno che non abbia scelto di cavarne da vivere, ma tornano utili nel momento in cui si apprendono; perché, se si passa il tempo nelle sottigliezze e nella precisione dell’astrologia e della geometria, se si è costretti a concentrare l’attenzione su materie difficili da apprendere e se inoltre ci si abitua ad uno sforzo continuo sugli enunciati e sulle dimostrazioni senza lasciare che la mente si distragga, una volta allenato e aguzzato così l’ingegno, più facilmente e rapidamente si possono afferrare e imparare gli argomenti più seri e importanti. Non penso, dunque, che si debba dare il nome di .filosofia a un esercizio che non giova, al presente, né al parlare né all’agire, tuttavia definisco ginnastica dell’intelletto e propedeutica della filosofia questo studio, più adatto a un adulto di quello che i fanciulli seguono nelle scuole, ma, per moltissimi lati, simile. Infatti anche i fanciulli che hanno faticato sulla grammatica, la musica e le altre discipline non fanno ancora nessun progresso nel parlare e nel deliberare meglio sui casi reali, ma accrescono la loro capacità di affrontare le cognizioni più importanti e serie. Perciò consiglierei i giovani di dedicare un po’ di tempo a queste discipline, ma non lasciare che il loro spirito vi si inaridisca sopra, né si areni nelle astratte teorie degli antichi sofisti (Isocrate, Antidosi, §§ 262-268)

Onori e splendori nascono di solito non dalla tranquillità ma dalle lotte. Ad essi noi dobbiamo tendere senza risparmiare né il corpo né l’animo né alcun altro dei beni che possediamo. Infatti se avremo successo e se sapremo riportare la città a quel medesimo livello dal quale è scaduta, saremo ammirati più dei nostri predecessori e non lasceremo ai nostri posteri alcuna possibilità di superarci in valore, anzi faremo in modo che chi voglia lodarci non sappia trovare parole degne delle nostre imprese. E non dovete neppure ignorare che tutti hanno gli occhi rivolti a questa assemblea e alle decisioni che saranno prese da noi. Dunque, ciascuno di voi regoli i suoi pensieri come se dovesse dar prova della sua natura in un teatro comune a tutta l’Ellade (Isocrate, Archidamo, §§ 104-106)

[Le citazioni dalle orazioni di Isocrate sono tratte da Mario Marzi (a cura di), Isocrate: Opere, 2 voll., Torino, UTET, 1996. Le altre traduzioni o raccolte citate sono le seguenti:

  1. Elisabetta Matelli (a cura di), Prassifane: testimonianze e frammenti. Filosofia e grammatica in età ellenistica, Milano, Vita & Pensiero, 2012;
  2. Marcello Gigante (a cura di), Diogene Laerzio: Vite dei filosofi, Roma-Bari, Laterza, 1962;
  3. Pietro Cobetto Ghiggia (a cura di), Andocide: Contro Alcibiade, con prefazione e note critiche di Silvio Cataldi, Pisa, ETS, 1995]
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Enrico Piergiacomi
Enrico Piergiacomi è cultore di storia della filosofia antica presso l’Università degli Studi di Trento e ricercatore presso il Centro per le Scienze Religiose della Fondazione Bruno Kessler di Trento. Studioso di filosofia antica, della sua ricezione nel pensiero della prima età moderna e di teatro, è specialista del pensiero teologico e delle sue ricadute morali. Supervisiona il "Laboratorio Teatrale" dell’Università degli Studi di Trento e cura la rubrica "Teatrosofia" (https://www.teatroecritica.net/tag/teatrosofia/) con "Teatro e Critica". Dal 2016, frequenta il Libero Gruppo di Studio d’Arti Sceniche, coordinato da Claudio Morganti. È co-autore con la prof.ssa Sandra Pietrini di "Büchner, artista politico" (Università degli Studi di Trento, Trento 2015), autore di una "Storia delle antiche teologie atomiste" (Sapienza Università Editrice, Roma 2017), traduttore ed editor degli scritti epicurei del professor Phillip Mitsis dell'Università di New York-Abu Dhabi ("La libertà, il piacere, la morte. Studi sull'Epicureismo e la sua influenza", Roma, Carocci, 2018: "La teoria etica di Epicuro. I piaceri dell'invulnerabilità", Roma, L'Erma di Bretschneider, 2019). Dal 4 gennaio al 4 febbraio 2021, è borsista in residenza presso la Fondazione Bogliasco di Genova. Un suo profilo completo è consultabile sul portale: https://unitn.academia.edu/EnricoPiergiacomi

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