Chi scriverà, adesso, il Maradona?

E se Diego Armando Maradona fosse stato già in sé stesso un personaggio di una tragedia ancora da scrivere? Una suggestione, una riflessione su ciò che muore e l’immortalità dell’arte.

“Todo lo que puedas imaginar es real”

È Pablo Picasso, artista che ha scavato il possibile nell’impossibile, la forma nell’informe, è lui che ha le parole adatte: “tutto quello che posso immaginare è reale”. Tutto quello che nella mia testa è pensabile ha un confine definito da una geometria di cui solo io sono autore, attinge al mio pensare, quindi a me come realtà e per questo è – non può non essere – reale. Chi non ha mai brandito una spada o una corona a farsi guerriero oppure re? Chi non ha mai dato un calcio ad un pallone immaginando di essere un campione? Chi non ha mai sognato di essere, per un momento, un vento, un’occasione, Diego Armando Maradona? L’arte è una misura che si trae dalla relazione tra tempo e genio, tra apparizione e stasi; e l’arte, quella teatrale, è forse la più genuina e limpida affermazione di verità, proprio avendo come strumenti la realtà in quanto tale e l’immaginazione che ne produce un’altra. Pertanto, se al posto di un campo di calcio avessimo un palcoscenico, a chi altri si penserebbe se non a lui come al più grande che l’abbia attraversato? Ma c’è, forse, un errore: Maradona è stato non l’artista, come si vorrebbe a un primo sguardo, bensì l’arte, la sua realizzazione nelle carni di un personaggio eternamente all’arte dedicato, che ne rappresenta i concetti impliciti, quel concreto effetto di vocazione ed evocazione riunite nella figura che è solo un calco, niente più che un modello, di uomo.

Per questo, per l’irriducibilità del genio al solo esercizio dell’essere umani, la sua morte è inaccettabile, ognuno in sé rifiuta l’idea che se ne possa essere orfani. Perché Maradona non è stato solo il più grande sportivo che il gioco del calcio abbia mai riconosciuto, non solo un simbolo di rivalsa per gli invisibili del sud del mondo costretto ad inchinarsi alla divinità del capitalismo, non solo una guida per il popolo degli ultimi che da ogni latitudine annega nell’abuso di sola speranza. Maradona è il protagonista di una drammaturgia scolpita nella storia di fine Novecento, su di lui grava il peso dell’esser diventato leggenda prima d’aver smesso il corpo, prima di aver superato il confine con l’umanità; non c’è indulgenza per chi sfida il cielo più alto, non altro che martirio per chi sfugge alla sovranità terrena. Il mito asseconda la virtù dell’uomo fin tanto che lo stesso non si inebria della sfida oltre il possibile, lo stesso accade agli eroi della tragedia greca che osano sfidare la fortuna e la benevolenza degli dei, lo stesso accade a un Amleto che conosce troppo più di quanto un uomo possa conoscere, pertanto soccombe, pertanto sfugge continuamente alla definizione dell’opera che porta il suo nome.

Il teatro soccorre a convocare i simboli in una sfera significante, profezia allo stesso tempo del passato e già dell’avvenire. Perché in queste ore, questi giorni, si è compiuto non il lutto per il decesso di un campione simbolo dello sport che è tra i più alti esempi di indagine sociale, non l’ultimo atto di una vita vissuta sempre in equilibrio sopra il limite, ma ciò che spinge a fluire per le strade uomini e donne che riconoscono nel campione uno stralcio del proprio stare al mondo è la consapevolezza segreta, non detta, che questo avvenimento certifica una volta per tutte la caratura leggendaria del personaggio: è proprio morendo, all’ultimo atto scena quinta, che Amleto diventa per tutti l’Amleto, paradigma di sé stesso, il personaggio si fa l’opera che per sempre sarà ricordata con questo nome. È dunque la morte già inscritta nella perfetta drammaturgia della tragedia “Maradona” che uno Shakespeare, magari nato in un basso di Napoli o una baracca di Lanús a Buenos Aires, un giorno saprà tradurre in parole eterne. Ma tutti sanno già fin da questo momento la parola da cui l’opera avrà inizio, perché tutti hanno capito che solo ora, con la morte, è compiuta l’immortalità, il percorso inverso di chi nel corpo non sapeva stare: nell’Olimpo va solo chi ha saputo restare uomo, pur essendo stato Dio.

Simone Nebbia

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