Teatrosofia #109. Calzava il coturno. Sul trasformismo di Teramene

Teatrosofia #109. Come interpretare il trasformismo di Teramene e di una politica che usa l’arte scenica? Un’indagine

IN TEATROSOFIA, RUBRICA CURATA DA ENRICO PIERGIACOMI – collaboratore di ricerca post-doc e cultore di storia della filosofia antica presso l’Università degli Studi di Trento – CI AVVENTURIAMO ALLA SCOPERTA DEI COLLEGAMENTI TRA FILOSOFIA ANTICA E TEATRO. OGNI USCITA PRESENTA UN TEMA SPECIFICO, ATTRAVERSATO DA UN RAGIONAMENTO.

Il Pellegrino, René Magritte,1966
Il sofista Prodico di Ceo non ha lasciato alcuna riflessione orale o scritta sul teatro. Alcune fonti ci dicono però che ebbe come discepolo Teramene di Atene: sofista che prima parteggiò per la democrazia, poi abbracciò l’oligarchia e divenne uno dei Trenta Tiranni, infine difese i democratici dalle repressioni violente attuate da Crizia e venne per questo condannato a morte dai suoi ex-colleghi oligarchici. Per questo suo trasformismo politico, egli ricevette il soprannome di Coturno. L’epiteto figura per la prima volta nel libro II delle Elleniche di Senofonte, più precisamente nel discorso di accusa a Teramene che lo storico attribuisce a Crizia, e allude allo stivaletto omonimo indossato dagli attori tragici per sembrare più alti. Tale calzatura ha la peculiarità di adattarsi indifferentemente a entrambi i piedi. Chiamandolo Coturno, dunque, Crizia intendeva denigrare la capacità trasformistica di Teramene. Egli era ora democratico, ora oligarchico, esattamente come il coturno viene ora calzato dal piede destro, ora da quello sinistro.

Gli autori antichi valutavano in modo differente la condotta politica di Teramene. Oltre a Crizia, anche Aristofane, Eschine discepolo di Socrate, Lisia e Temistio interpretano il suo trasformismo come una forma di opportunismo. Teramene restava democratico o oligarca finché gli conveniva e cambiava partito quando gli sembrava di ricavare guadagni maggiori. Benevola era invece la voce della Costituzione degli Ateniesi, attribuita ad Aristotele o alla sua scuola, che legge il suo trasformismo in chiave moralistica. Teramene obbedì ora alla democrazia, ora all’oligarchia, a seconda di quale governo rappresentasse la legge e il benessere della comunità. Non c’è dunque utilitarismo nella sua condotta, tant’è vero che smise di essere oligarchico quando Crizia assunse un regime criminale e illegale, pagando la sua scelta con la morte. Ambiguo è infine il parere di Plutarco. Se egli sposa l’interpretazione aristotelica nei Consigli ai politici, nello stesso tempo la ridimensiona nella Vita di Nicia, sostenendo che Teramene fu un trasformista anche perché non sapeva restare saldo nelle sue scelte politiche e pagarne le intere conseguenze.

Questo insieme di fonti ci dice però qualcosa sulla ricezione storica della condotta del sofista, non sulle sue idee politiche. L’unico documento che potrebbe aiutarci a ricostruire queste ultime è il discorso che Teramene sembrò pronunciare in risposta alle accuse di Crizia, riferito di nuovo dal libro II delle Elleniche di Senofonte. Esso è tanto più interessante, perché ci mostra come il sofista rovesciava in positivo l’epiteto maligno di Coturno.

Teramene sostiene di aver cambiato partito ogni volta che non riconosceva nella democrazia o nell’oligarchia il governo secondo lui ideale: uno Stato retto da cittadini liberi, onesti e benestanti. Il suo credo reale è dunque un’oligarchia senza violenza. Teramene non accetta che nella democrazia governino gli «schiavi» o i «morti di fame», che venderebbero la patria per un tozzo di pane. Ma è anche ostile all’oligarchia dalle tendenze tiranniche, ossia che impone il potere di pochi con la forza e non con il consenso. Se il sofista cambiava orientamento politico, è perché si accorgeva che la città veniva retta ora da straccioni, ora da tiranni sanguinari. Il suo trasformismo è allora presentato come una virtù, anzi come superiore alla condotta di Crizia. Questi indossò per così dire un “coturno nero”: vestiva ora i panni dell’uomo odiato dai democratici durante la democrazia, ora dell’uomo detestato dagli oligarchici (come lo stesso Teramene) in piena oligarchia.

Il discorso riferito da Senofonte va certo preso con cautela. Lo storico potrebbe aver inventato tutto o parte del suo contenuto, magari per presentare il trasformismo di Teramene sotto una buona luce, anticipando così l’interpretazione edificante di Aristotele o della sua scuola. D’altro canto, non si può nemmeno escludere in partenza che Senofonte riferisca le parole effettivamente pronunciate dal sofista. In tal caso, potremmo dedurre che Teramene guardava al coturno come un simbolo positivo dell’attività politica intelligente. Il bravo politico è come un attore tragico, perché sa interpretare le parti ora dei democratici, ora degli oligarchici, per arrivare nel lungo termine a realizzare la migliore delle forme di governo possibile dell’oligarchia non-violenta.

Enrico Piergiacomi                                                                                                         ———————–

Teramene di Atene, un retore, allievo di Prodico di Ceo, che fu soprannominato “Coturno”. Scrisse degli Esercizi di retorica e qualche altra opera

Teramene di Ceo, sofista, scrisse gli Esercizi (in tre libri), Sulla somiglianza del discorso, Sulle immagini o Paragoni e Sulle figure (Suda, Lessico, lettera Σ, voci 342-343 = Teramene, T1 Radermacher; trad. mia)

E perché vi rendiate conto che costui [Teramene] non sta facendo niente di nuovo, ma che è per natura un traditore, vi ricorderò le sue imprese. Pur essendo stato inizialmente stimato dal popolo in considerazione di suo padre Agnone, fu poi dispostissimo a trasformare la democrazia in governo dei Quattrocento, tra i quali fu uno dei più in vista. Ma appena capì che si stava organizzando una opposizione all’oligarchia, fu di nuovo il primo a porsi alla testa del popolo contro di essa: ecco perché fu soprannominato Coturno, il calzare che si adatta, pare, a entrambi i piedi […]. Ma l’uomo che ha dignità, Teramene, non deve solo saper guidare i compagni nelle situazioni difficili e cambiar subito partito appena sorgono ostacoli, ma come su una nave deve impegnare tutto se stesso finché non si trovi il vento favorevole. Come si arriverebbe a destinazione, altrimenti, invertendo la rotta a ogni ostacolo? (Crizia in Senofonte, Elleniche, libro II, cap. 3, §§ 30-31)

Così agisce un uomo intelligente, assennato e molto navigato: si sposta sempre verso il lato più sicuro della nave, invece di starsene nella stessa, unica posizione, come in un quadro. Girarsi dalla parte più comoda si addice a un uomo abile, a un Teramene nato (Aristofane, Rane, vv. 534-540 = Teramene, T8 Radermacher)

EURIPIDE: Puoi rendertene conto mettendo a confronto i nostri allievi, i suoi [scil. di Eschilo] e i miei: suoi sono Formisio e Megeneto, detto Manete, gente con tromba, lancia e barba, squartatori che piegano i pini; miei sono invece Clitofonte e Teramene, l’astuto

DIONISO: Teramene? È un uomo intelligente e capace di tutto, che, se per caso si trova in una situazione difficile o ci sta solo vicino, si tira fuori dai guai con un colpo di fortuna: si vede che non è di Chio, ma di… Ceo (Aristofane, Rane, vv. 964-970 = Teramene, T6 Radermacher)

Il suo scritto Callia tratta del dissidio di Callia con suo padre e della derisione dei sofisti Prodico e Anassagora. Afferma infatti che Prodico fece di Teramene un suo discepolo e che l’altro invece ebbe come allievi Filosseno figlio di Erisside e Arifrade, il fratello del citaredo Arignoto, volendo con ciò mostrare, attraverso la meschinità dei personaggi presentati e la loro spregevole avidità, la natura dell’insegnamento di coloro che li hanno educati (Ateneo di Naucrati, I sofisti al banchetto, libro V, § 62 = Eschine, T116; ed. e trad. Pentassuglio)

E oseranno dunque dichiararsi amici di un uomo [scil. Teramene] che è stato il responsabile di tali sciagure e anche di altre, sia in passato che di recente, grandi e piccole? Di un uomo che è morto non per difendere voi, ma per la sua malvagità? Che giustamente ha pagato il fio delle sue azioni sotto l’oligarchia (già una volta infatti l’aveva abbattuta), ma giustamente l’avrebbe pagato anche in regime democratico? Due volte infatti vi ha reso schiavi, sempre scontento del presente e desideroso di novità, e si è fatto maestro delle azioni più orribili coprendosi con il nome più bello! (Lisia, Contro Eratostene, § 78)

Così veniamo accusati – cosa davvero assurda – di venerare non Dio ma le porpore imperiali, e di essere più mutevoli dell’Euripo nella celebrazione dei nostri culti. Un tempo esisteva un solo Teramene, ora tutti quanti sono “coturni”: poco manca che, dopo essere stati fra i dieci ambasciatori, oggi siano fra i trenta tiranni, sempre gli stessi dinanzi agli altari o ai sacrifici, dinanzi alle statue o alle mense (Temistio, Orazione 5, § 7)

Riguardo a Nicia e a Tucidide affermano quasi tutti concordemente che non furono solo uomini eccellenti, ma anche esperti politici e trattarono la città tutta con cura veramente paterna: riguardo a Teramene, invece, a causa degli sconvolgimenti che la vita politica subì ai suoi tempi, c’è incertezza di giudizio. In ogni caso a chi non giudica superficialmente, pare ch’egli non cercasse di abbattere tutte le forme di governo, come lo accusano, ma di sostenerle tutte finché non uscissero dalla legalità, convinto di saper vivere sotto ogni costituzione, come deve ogni buon cittadino, senza fare nessuna concessione, anzi contrastandole, quando trasgredissero la legalità (Aristotele, Costituzione degli Ateniesi, cap. 28, § 5)

Se scoppia una sedizione non bisogna dunque restarsene da parte, insensibili e indifferenti, intonando inni alla propria imperturbabilità e alla vita ritirata e felice, e compiacendosi dell’altrui follia; è soprattutto in questi momenti, invece, che si deve calzare il coturno di Teramene e dialogare con le due parti, senza peraltro aderire a nessuna, perché se eviterai di associarti alle ingiustizie darai solo un’impressione di estraneità, mentre se porgerai il tuo aiuto sarai visto come amico di tutti, e non susciterà invidia il fatto che tu non condivida le sventure degli altri, se mostrerai di condividere nello stesso modo il dolore di tutti (Plutarco, Consigli ai politici, passo 824B2-11)

Su Nicia dunque è possibile dire, in primo luogo, quello che asserì Aristotele, e cioè che tre furono i migliori cittadini che nutrivano affetto e benevolenza paterna verso il popolo: Nicia figlio di Nicerato, Tucidide di Melesia e Teramene di Agnone, ma quest’ultimo meno degli altri; gli è infatti rinfacciata la nascita non nobile, perché era straniero, di Ceo, e poi fu soprannominato «coturno» perché non era coerente nella sua scelta politica, ma saltava da un campo all’altro (Plutarco, Vita di Nicia, cap. 2, § 1)

[Crizia] mi dà poi del “coturno” perché cerco di adattarmi agli uni e agli altri [scil. ai democratici e agli oligarchi]. Ma chi non va bene né a una parte né all’altra, come mai dovremmo chiamarlo, per gli dèi? Perché sotto la democrazia tu eri considerato il peggior nemico del popolo, mentre sotto il regime oligarchico sei diventato il peggior nemico degli aristocratici. Quanto a me, Crizia, mi sono sempre opposto a coloro che pensano non vi possa essere una buona democrazia finché non siano resi partecipi del potere gli schiavi e i morti di fame che venderebbero la loro città per una dracma; ma sono sempre stato anche nemico di chi pensa che non si possa dar vita a un buon regime oligarchico finché non si sia ridotta la città a subire la tirannide di pochi. Governare lo stato con i cittadini in grado di difenderlo tanto con un cavallo quanto con uno scudo: ecco il programma che ho sempre considerato migliore e che non intendo modificare adesso. E se tu, Crizia, puoi citare qualche caso in cui, con i democratici o con gli oligarchici, io abbia tentato di privare della cittadinanza dei galantuomini, parla: se mi si troverà colpevole d’averlo fatto ora o in passato, ammetterò di meritare una giusta morte fra i più atroci tormenti (Teramene in Senofonte, Elleniche, libro II, cap. 3, §§ 47-49)

[Queste le traduzioni e le raccolte citate:

  1. Domenico Magnino (a cura di), Plutarco: Vite. Volume secondo, Torino, UTET, 1992;

  2. Emanuele Lelli, Giuliano Pisani (a cura di), Plutarco: Tutti i moralia, Milano, Bompiani, 2017;

  3. Enrico Medda (a cura di), Lisia: Orazioni I-XV, Milano, Rizzoli, 1997;

  4. Francesca Pentassuglio (a cura di), Eschine di Sfetto: tutte le testimonianze, Turnhout, Brepols, 2017;

  5. Gabriele Giannantoni (a cura di), Aristotele: Opere. Vol. 11, Roma-Bari, Laterza, 1993;

  6. Giuseppe Mastromarco, Piero Totaro (a cura di), Commedie di Aristofane. Volume secondo, Torino, UTET, 2006;

  7. Ludwig Radermacher, Artium scriptores. Reste der voraristotelischen Rhetorik, Wien, Rohrer, 1951;

  8. Maristella Ceva (a cura di), Senofonte: Elleniche, Milano, Mondadori, 1996;

  9. Riccardo Maisano (a cura di), Temistio: Discorsi, Torino, UTET, 1995]

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Enrico Piergiacomi
Enrico Piergiacomi è collaboratore di ricerca presso l’Università degli Studi di Trento. Studioso di filosofia antica e di teatro, è specialista del pensiero teologico antico e delle sue ricadute morali, dei Presocratici, dei filosofi ellenistici. Attualmente, lavora all’edizione italiana degli scritti di Phillip Mitsis sull’Epicureismo, supervisiona il Laboratorio Teatrale dell’Università degli Studi di Trento e cura la rubrica Teatrosofia (https://www.teatroecritica.net/tag/teatrosofia/) con Teatro e Critica. Dal 2016, frequenta il Libero Gruppo di Studio d’Arti Sceniche, coordinato da Claudio Morganti. È co-autore con la prof.ssa Sandra Pietrini di Büchner, artista politico (Università degli Studi di Trento, Trento 2015) e autore di una Storia delle antiche teologie atomiste (Sapienza Università Editrice, Roma 2017; di prossima pubblicazione). Un suo profilo completo è consultabile sul portale: https://unitn.academia.edu/EnricoPiergiacomi

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