Ruggero Cappuccio: “Il festival è lo spazio di resistenza”

Al via il Napoli Teatro Festival 2020. Abbiamo intervistato il direttore Ruggero Cappuccio che ci parla di distanze e sicurezza ma anche, finalmente, di arte.

La locandina dell’edizione 2020

Ogni tanto passa una macchina, si sente il rumore di un motore che si avvicina e poi con la stessa velocità si allontana. Forse da una finestra, forse da un finestrino. Me lo immagino in movimento per Napoli, Ruggero Cappuccio, mentre mi racconta di un festival ideato per tre volte ma che finalmente partirà il primo luglio, tra le piazze e i cortili regali di una tra le città più belle del mondo. Torna il teatro, senza perdere consapevolezza di una frattura tra l’arte e la società, mai come in questo momento urgente e decisiva. 

Come si ripensa un festival con simili difficoltà oggettive? Quali sono i punti imprescindibili?

Abbiamo lavorato come dei marinai omerici, a seconda del vento tiravamo giù o su le vele: avevamo immaginato il festival a giugno, l’emergenza del Covid-19 ci ha indotto a un ripensamento verso settembre, poi abbiamo cominciato a capire che la curva del contagio sarebbe stata più bassa a luglio e agosto, così l’abbiamo riprogrammato di nuovo, mantenendo intatta l’offerta che avevamo pensato in origine. Guardare il vento ha significato fare attenzione a ciò che avveniva progressivamente in Italia e nel mondo, ma senza mai mollare l’idea, anche se questo avesse richiesto un ridimensionamento che, comunque, nei fatti non c’è stato. Ci tengo però a sottolineare che si è trattato di una propulsione energetica non solo costituita dal dovere culturale, ma anche dal dovere verso i lavoratori.

Un frame dalla conferenza stampa 2020

L’Italia è un paese che ha un pauroso vuoto culturale sulla percezione dei lavoratori dello spettacolo: per l’italiano medio si tratta di persone che firmano autografi, che vivono bene, felici a famosi; queste persone costituiscono il 3% dei lavoratori del settore, il restante 97% è formato da persone – attori o tecnici, macchinisti, elettricisti e altri – che fanno sacrifici enormi, che entrano in teatro alle due del pomeriggio ed escono alle due di notte, che vanno in scena in presenza di drammi familiari, anche ammalati o con infortuni, lavorano – gli attori – nella più rosea delle ipotesi per due mesi all’anno e negli altri dieci mesi sono dei disoccupati quasi perenni, con alcuni “incontri ravvicinati” o “infarti” occupazionali. In questo festival di 130 eventi – possibile solo grazie alla forte sensibilità della Regione Campania che fa l’investimento più alto d’Italia su un festival, ma anche al sostegno del MiBACT e dei siti degli eventi – ci sono 1500 lavoratori, di questi 994 sono campani e io sapevo che, se non si fosse fatto il festival, tutte queste persone che da un anno si preparavano non avrebbero lavorato.

Come hanno provato le compagnie per essere pronte ad andare in scena dopo un periodo di isolamento?

La nostra fortuna è che, iniziando il primo luglio e avendo un programma immutato rispetto al progetto iniziale, molti avevano già fatto le prime letture in presenza o a distanza ma, dalla riapertura delle “frontiere” psicologiche e fisiche di inizio giugno, tutti avranno avuto almeno un mese di tempo per provare. Alcuni di questi artisti hanno peraltro dovuto operare dei ripensamenti stilistici per rispettare la distanza sanitaria, laddove c’erano delle scene estremamente ravvicinate; ma questo non mi preoccupa particolarmente perché, se in un Romeo e Giulietta non avremo il bacio, il linguaggio di Shakespeare vale mille baci.

ANAGOOR_Mephistopheles_NTFI 2020

Come siete riusciti a garantire le misure di sicurezza?

Se in questo momento in Italia è possibile entrare in metropolitana o in una chiesa, dove il distanziamento non è previsto alla fonte ma è affidato al senso di responsabilità dell’individuo, noi con la vendita online dei biglietti possiamo prevederlo già a priori, quindi paradossalmente il teatro è la forma meno complicata per garantire la sicurezza sanitaria. Peraltro noi lavoriamo interamente all’aperto, abbiamo una sola eccezione che sarà il concerto di Roberto De Simone al Teatro San Carlo: la Sonata in si bemolle minore di Chopin, reinterpretata per orchestra e dedicata a tutti i morti senza funerale di questa pandemia. Avremo platee distanziate, certo con numeri ridotti rispetto alle sale teatrali, ma sempre con spazi molto grandi, come la Reggia di Capodimonte o la Reggia Borbonica. Ma alcuni eventi, per venire incontro alle grandi richieste che verranno, saranno anche trasmessi in streaming o dal nostro partner Radio 3 Suite.

Edipo_Societas_ph ©Eva Castellucci_Ntfi 2020

Non c’è il rischio, con platee ridotte e certo con un numero di spazi già previsti per operatori e giornalisti del settore, di fare un teatro elitario?

Mi sento di escluderlo, perché abbiamo anzitutto prezzi di biglietti molto popolari: dagli 8 euro si scende a 4 euro con la tessera Feltrinelli e una copia di la Repubblica, a 5 euro per gli Under 30 e Over 65, per i pensionati con la pensione al minimo ho preteso che l’ingresso fosse gratuito. Inoltre gli spazi che abbiamo scelto garantiranno comunque platee di 200/250 persone, quindi c’è spazio per molti spettatori in ogni modo. Se la domanda è posta più in generale, io penso che ora conti una volontà di partecipazione, perché se viviamo un periodo speciale, non possiamo fare altro che viverlo escogitando angolazioni speciali: è stata fatta musica anche nei campi di concentramento, forse la più sublime, la più straziante. Questa apertura fisica e psichica è la possibilità per lo spettatore di tornare, che poi sia presente o meno, dov’è lo spazio di resistenza attraverso il quale il teatro può dire: non vogliamo morire.

Napoli è stata spesso, anche in questi ultimi anni, un grande laboratorio dal basso: verrà integrata e come questa vocazione della città all’interno del festival?

Verrà integrata con grande attenzione. Noi abbiamo due sezioni del festival: questa di luglio e quella che facciamo d’inverno, in cui diamo spazio agli immigrati, ai rifugiati politici, ai detenuti del carcere minorile di Nisida, a coloro che sono affetti da disagi psichici, con i teatri come il Nuovo Teatro Sanità o il Nest di San Giovanni a Teduccio che lavorano con le fasce deboli e fanno un teatro applicato al sociale. Dall’altro lato, tra le compagnie che faranno spettacoli al festival c’è una grande rappresentanza del territorio napoletano e campano, con una percentuale totale del 65%. Ciò accade non per campanilismo, di certo, ma perché la città è molto propulsiva e diventerebbe provincialismo non ammetterlo. E c’è inoltre da tener presente un dato invece nazionale: l’85% degli spettacoli del festival mette in scena autori contemporanei, questo non perché la contemporaneità sia un dato anagrafico, riguarda anzi il pensiero e lo spirito, ma perché è fondamentale rischiare anche di fallire pur di fare esperimenti sui nuovi autori.

La conferenza stampa 2020

Sono queste le settimane di un movimento di protesta da parte dei lavoratori dello spettacolo che sta animando le piazze di tutta Italia. Come si relaziona il festival con le loro richieste? È stato previsto di integrare in qualche modo la protesta tra gli appuntamenti?

Hanno ragione! Già in conferenza stampa ho ospitato un comunicato di quattro associazioni di categoria di cui fanno parte sia attori che tecnici, ora bisogna far capire una cosa fondamentale: si tratta di lavoratori al pari degli altri; il mondo dello spettacolo stava malissimo già prima del Covid-19, questo gli ha però fornito una lente d’ingrandimento per rivendicare tutte le attenzioni che richiede e che devono diventare di interesse del Ministero del Lavoro, così da spingere verso l’apertura di un confronto che porti a una riforma radicale del sistema. Io incontrerò di nuovo, per ricevere e interpretare le loro proposte, anche chissà in una successiva forma pubblica, una delegazione delle associazioni napoletane in Fondazione, così da ipotizzare anche un protocollo etico e sensibilizzare le istituzioni rispetto a queste necessità della continuità salariale. È fondamentale inquadrare la figura del lavoratore dello spettacolo, del teatro che ha curato l’Italia anche nel tempo della pandemia. D’altra parte, io di mestiere non faccio il direttore, sono uno scrittore, un artista di teatro e ho sofferto delle stesse difficoltà che oggi affliggono la categoria.

Simone Nebbia

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