Roma Fringe 2020. Cronache dalla finale

A partire dalla finale del Roma Fringe Festival 2020, una riflessione e una panoramica sui tre spettacoli selezionati.

La premiazione di Les Moustaches. Foto Ufficio Stampa

Il Roma Fringe Festival, giunto nel 2020 alla sua ottava edizione, ha abbandonato la propria consuetudine estiva di evento all’aperto, affastellato di palchi più o meno adatti e, per il secondo anno consecutivo, ha avuto sede all’interno degli spazi della Pelanda e del Teatro Vascello. Quest’ultimo è stato la sede della serata conclusiva, durante la quale abbiamo avuto modo di vedere i tre lavori concorrere per il premio come Miglior Spettacolo, che, come negli altri anni avrà accesso a un altro dei progetti internazionali Fringe paralleli e la copertura delle spese. Sempre a partire dall’anno scorso è presente un’altra novità, ovvero la creazione di un network di teatri chiamato Zona Indipendente, per garantire al progetto vincitore una seppur minima circuitazione su scala nazionale (12 date secche, viaggi e alloggi pagati ma con incassi a percentuale) nei teatri aderenti, passando dal TMO di Palermo allo Spazio Farma di Mestre (Qui l’elenco completo). Ai rispettivi direttori dunque il compito della prima scrematura, individuando i tre progetti più meritori, e quello di selezionare, tra i 24 spettacoli in concorso (dunque non solo tra i finalisti), le eccellenze, per un numero cospicuo di categorie: Miglior Regia, Miglior Drammaturgia, Speciale Off, Miglior Attrice, Miglior Attore e Spirito Fringe. A questi si aggiungono anche due riconoscimenti ripartiti nella terna finale e decretati da una selezione di critici per il premio della Stampa l’uno e dalla Fondazione Alessandro Fersen per il secondo. Si tratta di riconoscimenti formali ma che poco offrono nel concreto e sembrano quasi voler accontentare molti, sebbene poi, a conti fatti, tre dei premi siano stati consegnati allo stesso spettacolo, vincitore, tra l’altro, del premio più ambito, quest’ultimo scelto da una giuria diversa, composta da artisti del settore e alcuni docenti e presieduta da Manuela Kustermann.

Veniamo alla terna finale che abbiamo avuto modo di vedere lo scorso 24 gennaio, dunque. I tre spettacoli diversi, tuttavia, da un lato per intenzioni dall’altro per resa, potenzialmente presentano delle tracce simili. S’accabadora della compagnia cagliaritana Anfiteatro Sud e Antigone del romano Collettivo Imperfetto nascono entrambi come riscritture di classici: una riflessione “situazionista” del classico sofocleo il secondo e un intreccio tra la figura oramai nota della accabadora (colei che aiuta a dare e togliere la vita) con Le serve di Jean Genet per il primo. Un’altra questione in comune tra il lavoro sardo e quello dei bergamaschi Les Moustaches (La difficilissima storia della vita di Ciccio Speranza) riguarda i tentativi di ricerca linguistica che invece si appoggiano su un affondo dialettale o, meglio, su una rimasticazione personale del dialetto nell’individuazione di una lingua ibridata da caratteri più terragni, musicalità inusuali e parole il cui senso può a volte risiedere prima di tutto nel suono.

S’Accabadora. ph Piero Tauro

Ma a parte questi punti di partenza i lavori proseguono su binari assolutamente distanti gli uni dagli altri: Anfiteatro Sud (presente anche con un altro progetto, A quel paese, meritorio dello Spirito Fringe) costruisce uno spettacolo alla cui scena concorrono pochi elementi accessori e delle proiezioni di video mapping tratte da alcune xilografie d’inizio Novecento (del maestro Mario Delitala, raffiguranti soggetti popolari o naturali) che porterebbero avanti una narrazione parallela ma che, nella cornice del Vascello, si perdono e diventano giustapposizione decorativa. Il centro del lavoro invece si poggia sul testo, vincitore della Migliore Drammaturgia, di Susanna Mameli che ne cura anche la regia e sulle due attrici (buona la resa di Marta Proietti Orzella, con un carattere austero e sofferente). Calzano – e spesso giocano  a scalzarsi – i ruoli di serva e padrona, accomunati da riti quotidiani di svestizione, chiacchiericcio, punzecchiamenti e da un gravoso passato che entrambe tengono nascosto. Tuttavia, la morbosità estrema che apparteneva alle originarie figure di Claire e Solange nei confronti della loro Madame in questa versione si ammorbidisce al punto da smussare decisamente la ferocia che apparteneva al gesto finale genetiano per cui la morte anzi diventa sollievo da una difficile, violenta, solitaria. Rimane una certa perplessità su come sia trattata la violenza che entrambe hanno subìto, intesa ancora come macchia insanabile che isola le due donne, che stravolge e governa le loro vite, a tal punto da decretarne la fine senza alcuna possibilità di riscatto. E ci sentiamo di dire che non basta mostrare l’esempio “al negativo” per poter smuovere le acque torbide delle coscienze, ancora troppo inclini a sottovalutare un problema mai sopito.

La difficilissima storia della vita di Ciccio Speranza. Foto Piero Tauro

Un’altra storia di riscatto mancato è il progetto vincitore del Miglior Spettacolo, del Premio della Stampa e del Premio Alessandro Fersen. La difficilissima storia della vita di Ciccio Speranza (scritto da Alberto Fumagalli che lo dirige assieme a Ludovica D’Auria) presenta un personaggio in contrasto con la propria famiglia; ci si trova in una dimensione che si risolve per poli opposti, un po’ troppo binari perché siano effettivamente tutti sviscerati: la campagna che è sacrificio ma che dà da mangiare contro la città e i suoi fasti lussuriosi ma ingannevoli; il lavoro che dà solidità contro il sogno, irraggiungibile e quindi da dimenticare. Un padre e due figli abitano la scena, abitano stagioni diverse e spazi resi da una tavolaccio e alcune cassette (forse un po’ miseri i quattro ortaggi messi a guisa esplicativa): Sebastiano è duro e arrabbiato, l’uomo tutto d’un pezzo a cui finisce per mancare la moglie morta e sfoga il ricordo schiacciando col palmo di mano un pomodorino; Dennis è totalmente proiettato ad emulare il padre e a faticare meno possibile; infine Ciccio, nel suo essere sformato e dolcemente naïve, veste un tutù rosa da ballerina e sogna la techno, balla sensualmente invocando un’attenzione che rimane solo nello sguardo di chi, dall’altro lato del palco, lo guarda. Come si accennava prima, il pregio maggiore di questo spettacolo è nella ricerca originale di una lingua impastata, sonorità vagamente note, prestiti da altre lingue che conferiscono alla recitazione dei tre attori (Giacomo Bottoni, Francesco Giordano, Antonio Orlando) il ritmo e l’intenzione che sostengono l’intero lavoro, altrimenti costretto dentro una drammaturgia poco incisiva che, pur lasciando sottendere, non arriva ad esplicitare il portato tragico del protagonista, girando attorno alle questioni.

Antigone. Foto Piero Tauro

Arriviamo all’ultimo spettacolo, a nostro avviso l’esperimento più interessante ancorché parzialmente riuscito e che, probabilmente avrebbe potuto trovare anche un riconoscimento per la ricerca scenica. Collettivo Imperfetto, in questa scrittura e regia di Alessandro Anil, presenta un’idea forte, sia sul piano scenico (per lo meno all’inizio) sia dal punto di vista della messa in discussione del classico, domandandosi come e se ancora la tragedia di Antigone possa avere senso oggi. Cinque attori sono seduti a un lungo tavolo, imbandito quasi fosse una riunione tra amici: bottiglie di vino e birra, patatine, formaggi, fette di pane; una cena, di quelle tossiche e conviviali attorno le quali imbastire un argomento di conversazione, per la quale scornarsi o invece far partire un progetto. La divisione platea-palco cade, non solo per l’ingresso in sala in media res, non solo perché il pubblico è invitato a servirsi, bere e mangiare insieme, ma perché soprattutto durante la prima e più efficace parte, gli attori continuamente entrano ed escono dal gioco scenico. C’è qualcuno che «ci prova a raccontare una storia» anche se «c’è chi mi ascolta e chi no», continuamente in bilico, tra il dare voce, anche se mantenendosi a distanza, per ipotesi, e il crederci; tra presentare i presupposti e provare a interpretarli. Un’unica eccezione, quella di Antigone, che rimane sempre estranea al gioco, sempre in parte, mentre agli altri è dato il difficile compito di rimanere sempre sul chi va là, sempre potenzialmente in tensione, sempre potenzialmente in grado di creare l’inaspettato. Purtroppo, il rischio di trovare un pubblico forse poco incline al gioco dialogico ha fatto sì che, da un certo momento in poi, quell’energia incontrollabile si sedesse su una dimensione più tradizionale, scontando un po’ il peso di una drammaturgia non sempre realmente approfondita, a volte in sordina, e su una recitazione ancora immatura, proprio perché, da progetto, prestata ad altro che non all’interpretazione di un personaggio. Effettivamente, quella domanda iniziale con la quale il tragico veniva interrogato per sapere se ancora in grado di essere messo in scena oggi, sfugge via, come sfugge Antigone, come sfugge la situazione di mano senza che, in quel caos architettato, se ne scorga la struttura.

Viviana Raciti

Visti al Teatro Vascello, Roma – gennaio 2020

La difficilissima storia della vita di Ciccio Speranza
drammaturgia Alberto Fumagalli
regia Ludovica D’Auria e Alberto Fumagalli
con Giacomo Bottoni, Francesco Giordano, Antonio Orlando
costumi Giulio Morini
produzione Les moustaches

S’accabadora
liberamente ispirato a Le Serve di J. Genet
regia e drammaturgia Susanna Mameli
con Annagaia Marchioro e Marta Proietti Orzella
musiche Paolo Fresu
soggetto e regia video Susanna Mameli
produzione videomapping e realtà aumentata Michele Pusceddu e Francesca Diana
scene Susanna Mameli
produzione Anfiteatro Sud

Antigone
regia e drammaturgia Alessandro Anil
con Sofia Taglioni, Giovanni Serratore, Francesco Lamantia, Piero Cardano, Angelica Prezioso
luci e tecnica Roberto Di Maio
Produzione Colettivo Imperfetto

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