#MolloTutto e apro un teatro. A Manfredonia, Teatro Bottega degli Apocrifi

#MolloTutto e apro un teatro: una rubrica per raccontare di resistenza teatrale. Nel #1 appuntamento Stefania Marrone ci racconta di Teatro Bottega degli Apocrifi di Manfredonia, in provincia di Foggia. Intervista

Aprire un teatro in luoghi periferici, in zone in cui le politiche territoriali non siano necessariamente abituate a gestire le attività culturali pensando al palcoscenico come uno dei primi luoghi deputati alla costruzione di un senso di comunità, in cui la comunità stessa non sia solita inserire il teatro nel novero delle possibilità di offerta, per consuetudine o per necessità. In un momento in cui i concetti di resistenza e resilienza culturale ritornano frequentemente abbiamo deciso di provare a indagare e raccontare, attraverso le parole dei protagonisti, delle piccole e grandi storie di coraggio, piccoli e grandi progetti che trovano casa per volontà fuori dai grandi centri e dai grandi giri di circuitazione nazionale.

Perché hai aperto un teatro in un territorio simile?

Nel 2004 gli Apocrifi si sono trasferiti da Bologna a Manfredonia con l’obiettivo politico di “coltivare il deserto”. Partendo ci siamo detti “vediamo che succede”… Succede che siamo qui da 15 anni, succede che abbiamo scoperto sulla nostra pelle che ogni posto può essere quello giusto. Siamo arrivati in un momento in cui stava sbocciando la Primavera Pugliese di Nichi Vendola, negli anni in cui Guglielmo Minervini gridava alla forza generatrice delle periferie, diversi anni prima che ci arrivasse il Ministero. Ci siamo accorti subito che questa periferia geografica ci avrebbe messo alle strette, facendoci ricominciare da capo, ogni giorno, costringendoci a fare dei nostri spettacoli e di ogni progetto artistico uno strumento di dialogo con la comunità di riferimento, la quale tra l’altro all’inizio non sentiva affatto il bisogno di dialogare con noi! Ed era esattamente quello di cui avevamo bisogno perché il fuoco che ci aveva fatti incontrare – Cosimo Severo, Fabio Trimigno e me – rimanesse acceso. È come quando impasti il pane col lievito madre e ogni volta ne lasci un po’ da parte per continuare a celebrare il rito la prossima volta: affinché resti attivo non puoi lasciarlo fermo lì per troppo tempo, ti tocca impastare (e re-impastarti) pochi giorni dopo. Nei laboratori diciamo ai ragazzi che fare teatro vuol dire tenersi pronti e per tenersi pronti non si può stare troppo comodi. Manfredonia non è sicuramente un posto comodo per dedicarsi al teatro, ma è probabilmente uno dei posti migliori.

Come hai fatto? Quali sono le difficoltà che incontri?

Prima che nel 2008 arrivasse il Bando per la gestione del Teatro Comunale, abbiamo preso in affitto un pianterreno dall’unica persona che si è fidata ad affittare a dei teatranti. Avevamo lì ufficio e sala laboratori. Per non morire di solitudine come prima cosa siamo andati nelle Scuole e nelle strade a cercare i ragazzi… Erano quelli con meno pregiudizi su cosa dovesse e potesse essere il teatro; forse è per questo che il lavoro con gli adolescenti un pezzo alla volta è diventato parte integrante della nostra attività produttiva. I primi che abbiamo incontrato oggi hanno 30 anni, e meno del 10% vive a Manfredonia o nei paraggi. Lo spopolamento è sicuramente una delle difficoltà maggiori con cui facciamo i conti quotidianamente: la maggior parte di quelli che partono non mette in conto di tornare e fatichiamo a trovare competenze sul territorio. Per lo più gli attori e i tecnici che lavorano con noi arrivano da fuori e il passo da contratto di assunzione a contratto di adozione è breve. Difficilmente un attore, scritturato anche dalla più piccola compagnia milanese, si preoccuperebbe di dire a chi lo assume che non ha da dormire; ma qui – anche a parità di paga – l’alloggio è un problema, perché chi arriva è nel foggiano evidentemente solo per noi e non ha possibilità di fare altro nel raggio di cento chilometri. Il dato che l’intera provincia di Foggia (la seconda più grande d’Italia per estensione) non sia contemplata dal FUS completa il quadro d’isolamento del Territorio.

Quali sono gli obiettivi?

  • Formare competenze artistiche, tecniche e organizzative che abbiano il coraggio e motivo di restare.
  • Lavorare per l’accesso ad un’offerta teatrale parificata al resto del Paese.
  • Resistere il tempo necessario perché si riconosca che la qualità artistica generata nelle periferie è pari, quando non superiore, a quella generata nei grandi centri attraversati dalle principali direttrici culturali. E – visto il tempo che ci vorrà – ci stiamo augurando l’immortalità.

Marianna Masselli

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