Dossier Napoli: città, teatro e identità. Dialogo con Alessandro Toppi

Abbiamo intavolato un dialogo con il critico Alessandro Toppi (Il Pickwick, La Repubblica) così da approfondire le dinamiche istituzionali e di politica culturale, e inquadrare la funzione, i linguaggi, la tradizione e l’evoluzione artistica di una città che – ieri come oggi – si configura quale specifico e decisivo polo per il teatro nazionale e non solo. Intervista, terza parte.

Leggi la prima e la seconda parte.

Foto Andrea Falasconi

Napoli è città storicamente afflitta da una serie di stereotipi la cui enunciazione rischia di apparire uno stereotipo essa stessa. Principio simile può valere per i cardini che hanno connotato l’evoluzione storica, diacronica e sincronica, della drammaturgia, dell’attorialità e degli spazi partenopei.  Sovente si esaspera o al contrario si manca di approfondire un’analisi scevra da assunti indiscutibili e/o superficiali dati per scontato. Come si potrebbe provare a definire oggi la funzione del teatro rispetto all’offerta culturale e alla città più in generale? Come la città dialoga con il suo teatro e viceversa?

Nella premessa ai primi testi pubblicati con l’Ubu Moscato scrive del «rovinar-decrepitar inarrestabile del Tutto» non riferendosi «allo sconquasso del terremoto dell’80», che a Napoli produce macerie – le macerie che il teatro abita facendone la propria scenografia (Scannasurice dello stesso Moscato; Uscita di emergenza di Santanelli; la periferia rasoterra di Ruccello ma anche la baracca con scritto “Teatro Nuovo” in cui fanno poesia Carpentieri, Taiuti e Silvio Orlando) –, bensì all’altro tremuoto che cambia Napoli, «la lebbra capitalistica», che trasforma «ciò che per secoli ha costituito l’anima genuina della città», omogenizza le forme viventi e muta (quasi) tutto in un commercio. E d’altronde guarda oggi via Roma, taglio orizzontale del centro storico: un’infilata di negozi identica a quella che trovi a Milano, Parigi o Barcellona, con la sola interferenza di chi vende, con ritmi da catena di montaggio, dolci, pizza “a portafoglio” e pizza fritta. Forse è il tempo di smetterla di consolarci (rassicurazione sul nostro DNA bastardo) coi ragazzi che giocano a pallone in strada o con l’umidore dei Quartieri: anch’essi, infatti, sono oggetto di tour organizzati in cui il disagio e la scugnizzeria diventano una finzione; anch’essi sono un brand da sfruttare tanto quanto il misura-spaghetti, la lattina con l’aria di Napoli, i luoghi in cui hanno girato Gomorra o i cassonetti che i turisti vorrebbero di nuovo pieni (come in tempo di crisi) per scattare una foto-ricordo del degrado. Napoli, insomma, non mi sembra stia diventando meno omologata di altre metropoli: non vi si consumano meno apericene né vi si mangia meno sushi, la sua borghesia non è meno colpevole delle borghesie che hanno governato altrove e chi l’abita non desidera meno intrattenimento e meno distrazione: anche quando siede in un teatro. Cosa la distingue ancora? Direi la prossimità sottocutanea tra la città assuefatta al Capitale e certi suoi nuclei creativi: non si esprimono infatti altrove (nell’extra-moenia in cui i teatranti sono stati relegati nei secoli) ma la pungolano dall’interno, talora scuotendola. È la conseguenza di una coabitazione che addossa il Nazionale, il TRIC, i Centri di Produzione, la sala posseduta dal Circuito, le grandi scatole del commerciale e le stanze interrate dell’off, i teatri di famiglia, le camere in cui si succedono opere immature. Stanno assieme, in pochi chilometri quadrati. Una tale vicinanza rende possibile che la teatralità minoritaria interferisca nel racconto della teatralità maggioritaria smentendola per cui mentre Ranieri urla Se bruciasse la città, Gleijess fa il pieno con Così parlò Bellavista e Lara Sansone ripropone il Cafè chantant, Renato Carpentieri invece recita il silenzio; Enzo Moscato strappa all’oblio le sue anime ritornanti; un giovane rapper (Damiano Rossi) fa cronaca teatrale della Terra dei Fuochi, Borrelli nell’ipogeo di una chiesa ci mette in contatto con la Morte, le donne di Forcella fanno laboratorio di vita e di teatro in una sala dedicata a una ragazza uccisa da una stesa mentre in un dormitorio pubblico Davide Iodice infila perle di ricordi a un esile filo drammaturgico facendoci conoscere le storie degli ultimi: di coloro che hanno perso tutto (lavoro, casa, famiglia, la donna che amavano) e adesso mangiano a una mensa della carità, trascorrono il giorno ubriachi e la sera trovano riparo sotto un portone. Tentativi di cui si accorge qualche centinaio di spettatori, talvolta poche decine, in alcuni casi quasi nessuno: capita, d’altronde, al teatro che consideriamo “teatro”.

Davide Iodice

Quale la principale discrasia culturale tra identità interna e identificazione esterna della città o della realtà locale?

Il pescivendolo si sbraccia e, sbracciandosi, assume una posa uguale a quella che hanno i suoi colleghi sul presepio. E senti questa lingua, che pure quando grida e si fa sporca ed offensiva pare un respiro cavo, una voce fonda, meglio ancora un canto e dunque una ritmica, un andirivieni circolare a cui manca solo la musica perché sia un’opera. E la mimica dei volti, che dice già accennandosi: neanche un interprete con vent’anni di mestiere saprebbe così, solo mostrandosi. E la gestualità, ostentata come stessero sul palco, e questo sole che brucia come un faro diretto in un punto dell’assito e questi scorci che paiono un fondale fatto a misura per la trama. E tutta questa vita – quanta vita qui – che anche quando è solitaria e intima trabocca, si espone, esagera volgendosi come a una platea diventando realtà e forma assieme, in un continuo slittamento tra verismo e straniamento. E l’eccesso degli abiti, che sembrano costumi, e certe piaghe al volto che diresti disegnate con la matita e guarda l’espressione di quella donna: c’è dentro tutta la fame di Totò o cosi mi pare. Osservali quando camminano, quando prendono il caffè, quando si fermano a parlare con un amico, guardali quando si guardano, scruta il loro pianto, senti come suona la risata e fatti raccontare una cosa qualunque: lo fanno come nessuno. I napoletani sono attori, tutti, e le strade sono tutte scene: Napoli è la città teatrale per eccellenza, teatrale quando spara dentro a un film, teatrale anche quando sta scritta dentro a un libro, fissa dentro un quadro, di sbieco dentro a un selfie. Come faceva quella poesia di Eduardo? Il panorama «è ‘na scenografia», il popolo «’na bella cumpagnia» e la «truccatura, l’intercalare, a camminatura»: tutto «pe se fa guarda’». Già Napoli è «‘nu paese curioso, è ‘nu teatro antico, sempre apierto». «Napoli è la citta del teatro» d’altronde dice spesso il sindaco, lo ripete l’assessore, lo ridice il presidente della Regione riducendo in una frase decenni di studi di antropologia (da De Martino a De Matteis), ripetendo con la sicurezza dello slogan il vuoto di un cliché. Che fa comodo, mi pare, perché questa teatralità avviene in strada, è recitata da dilettanti e la sua visione non costa nulla: basta passeggiarvi affianco. E se Napoli invece non fosse la città del teatro? Per me non lo è, infatti, e potrà diventarlo solo se.

Foto www.needpix.com

Se le amministrazioni locali saranno in grado di far nascere un sistema integrato, che sia frutto di una visione coerente, pluriennale e non precaria, che stabilisca funzioni e relazioni tra i teatri mettendoli in filiera. Se leggi e delibere supporteranno la messa a norma delle strutture, a partire da quelle minori; se i soldi della Regione non sosterranno le perdite ma l’investimento, equilibrando il contributo dato a grandi e piccoli; se i fondi europei smetteranno di essere dirottati solo alle fabbriche di eventi e se muterà la disparità oggi esistente tra finanziamento dell’effimero e manutenzione dell’ordinario; se la pluralità di spazi comunali che giace in abbandono sarà censita, messa in sicurezza e offerta come luoghi di prova, stanze per laboratori e residenze; se nascerà la biblioteca di settore di cui si parla da decenni. Napoli sarà «la città del teatro» se ai teatranti non sarà più chiesto di lavorare in nero, gratis (anche per rassegne del Comune o della Regione) o secondo accordi che sviliscono la dignità umana e professionale (anche in un teatro pubblico o finanziato da contributi istituzionali). Se il decentramento diverrà un progetto organizzato e non un’ostinazione volontaria, a macchia, basata sulle forze di chi ci prova; se i teatri di quartiere, elogiati in quanto presidio di legalità e cultura, verranno posti in condizione di stabilità perché il lavoro fatto nel presente non sia sprecato nel futuro; se il Nazionale farà il Nazionale, se il Circuito farà finalmente il Circuito. Napoli sarà «la città del teatro» se la programmazione sarà più internazionale, se offrirà opportunità davvero formative, se sarà in grado di supportare la generazione di operatori, tecnici ed artisti trenta/quarantenni che già s’adopera da anni, mettendone a frutto potenzialità ed energie, capacità e conoscenze ormai acquisite. Se gli Atelier Teatrali in ogni municipalità, se il Centro Studi sul Teatro Napoletano, se il database online sul sito del Comune che funga da centro informativo per i lavoratori dello spettacolo; se il Comune e la Regione pagheranno con puntualità (e non con due o tre anni di ritardo) il comparto intero. Se il teatro sarà considerato una professione e non sarà più confuso con la nota di colore, il vocio che viene da un vicolo, l’inciucio detto in un bar con gesti eccessivi.

Allora sì che Napoli sarà «la città del teatro». Non prima, non adesso.

Marianna Masselli

Leggi la prima parte: Dossier Napoli: politica e teatro

Leggi la seconda parte: Dossier Napoli: tradizione, innovazione e formazione

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