L’attore homeless ritrova il suo pubblico in strada

Abbiamo intervistato Ippolito Chiarello per riflettere su questi dieci anni di barbonaggio teatrale, tra spettacoli fatti a pezzi in giro per il mondo, e la residenza Ti racconto a Capo. Intervista

Foto Ufficio Stampa

Nel 2008 smonti un pezzo alla volta lo spettacolo Fanculopensiero stanza 510, prima togli le luci, poi la scenografia, poi restate solo tu e il mixer. Alla fine promuovi lo spettacolo per strada e dividi il testo in 11 pezzi che vanno a comporre il listino con prezzario che distribuisci al pubblico che ti incontra. Cosa cercavi che in teatro non riuscivi a trovare?

Cercavo un pubblico. Volevo capire dov’era. “L’uomo che ha fatto a pezzi il teatro”, così intitolerei e intitolerò il libro che racconterà di questa magnifica utopia. Ero effettivamente a pezzi e non riuscivo a trovare il perché fare questo mestiere e per chi. Nulla di esistenziale. Tutto molto concreto. Volevo fare l’attore tutti i giorni, vivere di questo lavoro, girare e fare tournée. Principalmente volevo capire se c’era la possibilità di avere nuovo pubblico o ancora meglio, avere pubblico anche senza avere un nome. Fare un lavoro tutti i giorni. Allora ho provato a cercare un modo per raggiungere l’obiettivo. Mi sono messo per strada e ho provato a vendere i miei spettacoli direttamente al pubblico. Avrei lasciato tutto se nessuno avesse comprato la mia arte, se nessuno avesse riconosciuto il mio mestiere. Non faccio teatro di strada ma teatro in strada. Non ho inventato nulla. Ho ripreso la lezione dei padri: una storia, un palco, un pubblico. Nient’altro.

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Quest’anno è il decennale anche della residenza Ti racconto a Capo, all’interno della quale germina l’esperienza del barbonaggio con i partecipanti che dall’Italia e dall’Europa animano le strade di Corsano. Che ruolo ha quest’esperienza nel tuo percorso artistico? E cosa vedremo quest’anno tra le strade di Corsano?

Ti racconto a Capo è un altro dei miei strumenti per costruire comunità. Come il barbonaggio e confondendosi con esso, questa residenza teatrale lavora sulla possibilità di far conoscere alla gente, coinvolgendola direttamente, il processo creativo e la pratica teatrale, per poter creare “pubblico” in maniera diretta e concreta. Aiuta anche gli artisti che partecipano a riconoscere e rivalutare, nei processi creativi, quel senso di realtà che spesso viene messo da parte per privilegiare un processo autoreferenziale di ricerca teatrale lontano da chi ascolterà. È un momento fondamentale per la mia formazione in cui sperimento. Dopo essersi misurati in questi nove anni con tanti temi e attraversamenti, quest’anno ci confronteremo con un classico della letteratura mondiale: l’Antologia di Spoon River tra Edgar Lee Masters e Fabrizio De André. In questa edizione speciale i partecipanti e lo staff sono selezionati tra tutti quelli che hanno già partecipato alle 9 edizioni precedenti ai quali si aggiungono alcuni nuovi arrivi.

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Nel film Ogni volta che parlo con me racconti l’esperienza del barbonaggio teatrale per le strade d’Europa. Quali orizzonti, geografici e progettuali, ha il barbonaggio teatrale e cosa sarà diventato, per te, tra dieci anni?

Il film è stato il pretesto per cominciare a proporre il mio lavoro in Europa e in tutto il mondo. Dopo aver girato tutta l’Italia e aver barboneggiato in più di 350 città, ero convinto che, studiando il modo, potevo propormi anche all’estero. Ho fatto questo viaggio partendo da Lecce e passando da Cannes, Barcellona, Madrid, Parigi, Londra, Berlino e poi sono volato in Canada a Vancouver, dove con la Simon Fraser University ha preso vita un bellissimo progetto con gli studenti e i barboni e gli ultimi della città. Come ogni progetto o idea validi, se hai la pazienza di ascoltare, questi ti suggeriscono cosa possono diventare. Quindi, oltre a continuare a girare con il mio palchetto e a proporre i miei spettacoli con la modalità del barbonaggio, ho sviluppato l’idea di raccogliere, nelle situazioni che mi ospitano, famiglie di raccontatori su palchetto di varie etnie ed estrazioni sociali, età, ecc. Un modo di far partecipare in modo trasversale le persone al processo artistico, di consentire loro, oltre a essere raccontate, di raccontarsi nelle piazze. Notizia di questi giorni è che una delle città che ospiterà con un progetto di un anno questa mia nuova proposta, in partenariato con la compagnia francese Les Ethern’elles,  sarà Nantes, la terza città francese e con una grande tradizione e attenzione all’arte in genere.

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Ci racconti un’esperienza da spettatore che ti ha colpito profondamente, o che ha contribuito alla tua visione artistica?

Esperienza fondamentale nella mia formazione e nella costruzione della mia poetica e del mio percorso d’artista è stata la conoscenza con Carmelo Bene. Lo ascoltai da studente di storia del teatro in una conferenza sulla voce e l’amplificazione della stessa e poi lo vidi la sera dopo in una lettura a Cursi, nella cava che lo ospitò per i Canti Orfici, nel 1992. La metà dell’impianto di amplificazione fu stesa sotto il palco per farlo vibrare così che il maestro si sentisse completamente avvolto dalla sua voce. Tornava in pubblico, nel Salento, dopo anni di assenza e doveva esser chiaro, forte, diretto, uscir fuori dallo sprofondo della terra con le parole di Dino Campana. Questa visione e successivamente la lettura dei suoi testi e le sue teorie mi guidano in questa ricerca della non rappresentazione, della non recitazione, la ricerca di essere opera io stesso e non mero riproduttore di un nastro. Impresa difficile e quasi utopica ma il bello sta nel cercarla ogni giorno. Nel barbonaggio sono opera io stesso al di là di quello che dico.

Luca Lòtano

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