Il Teatro dell’Elfo. L’orrore letterario e quello del presente

Al Teatro Brancaccino è andato in scena Una serie di stravaganti vicende, omaggio a Edgar Allan Poe firmato da Ferdinando Bruni e Francesco Frongia (Teatro dell’Elfo). Ne abbiamo approfittato per un’intervista ai due artisti, dove si parla dello spettacolo, ma anche delle strategie per un teatro popolare d’arte.

foto di Laila Pozzo

La lettura scenica Frankenstein, il racconto del mostro; l’omaggio a Edgar Allan Poe Una serie di stravaganti vicende e il reading su Il fantasma di Canterville di Oscar Wilde. Curati il primo da Elio De Capitani, gli altri due da Ferdinando Bruni e Francesco Frongia, sono stati raccolti dalla compagnia del Teatro dell’Elfo di Milano sotto il titolo Gothika, un viaggio nella letteratura di genere anglosassone della seconda metà dell’Ottocento. Sul palco del Teatro Brancaccino di Roma sono passati cadaveri redivivi, uccelli del malaugurio, poesia visionaria, musica d’autore, storytelling e sardonico umorismo fin de siècle per un tributo al genere gotico, gemma della società vittoriana.

Abbiamo incontrato Ferdinando Bruni e Francesco Frongia all’indomani del debutto romano di Una serie di stravaganti vicende, nella platea del Brancaccino. Davanti a noi, sotto le luci a neon, la scenografia allestita per l’omaggio a Poe, un baldacchino di tulle che ospita due ali di corvo nero pece, un leggio e un manichino di donna inginocchiato su un tappeto di foglie morte. Al momento del “chi è di scena” calerà il buio, luci soffuse e fumo investiranno il palco, le musiche di Teho Teardo accompagneranno la voce roca e profonda di Ferdinando Bruni, che vestirà un pastrano scuro declamando disperato versi e prose del grande autore di Boston.
Insieme parliamo dello spettacolo, ma parliamo anche dei “secoli bui” che questo nostro teatro rischia di vivere. La nostra conversazione spazia da un’analisi del linguaggio alla necessità di trovare sempre il giusto spazio di espressione. Alla ricerca di un teatro popolare d’arte, di cui certo il Teatro Elfo Puccini di Milano può fornire un ottimo esempio.

foto di Laila Pozzo

Come siete arrivati a occuparvi del gotico a teatro e di Edgar Allan Poe?

FERDINANDO BRUNI Il nostro manifesto è stato Alice Underground, che mette insieme le nostre passioni private: io disegno e dipingo, Francesco viene dal cinema e dalla videoarte. Dopo quell’esperienza ci è venuta voglia di esplorare più a fondo le atmosfere dark; inizialmente avevamo in mente di rendere ancora più “nera” la nostra Alice, poi siamo finiti a lavorare su Edgar Allan Poe, un autore molto caro a entrambi.

FRANCESCO FRONGIA Non volevamo, però, fermarci su un solo racconto, né limitarci a raccontare un personaggio.

FB Ci siamo interrogati a lungo sulla drammaturgia e siamo arrivati a mettere in scena un percorso, chiamando in causa materiali anche meno noti, per esempio la sua produzione poetica. I racconti li abbiamo cuciti in una traccia biografica dell’autore, benché molto allucinata. Poe lascia segnali relativi alla propria vita privata all’interno dei racconti, cenni che si richiamano uno con l’altro quasi a comporre un enigma. La biografia di questo scrittore è molto difficile da catturare, perché Poe era anche un gran bugiardo: leggendo le sue lettere, dice tutto e il contrario di tutto delle proprie vicende. Inoltre tutto si ricompone in un grande mistero, che è quello della sua morte, mai davvero chiarita dalle indagini. È una sorta di biografia sognata.

foto di Laila Pozzo

Andando alla ricerca di esperimenti teatrali sul genere horror e gotico, si incontrano fondamentalmente due linee estetiche: da un lato uno storytelling che, soprattutto con questi grandi autori, riesca a conservare la potenza della parola, dall’altro operazioni molto improntate alla suggestione visiva.

FB Qui ci sono entrambe queste linee, direi: è molto presente la lingua, al punto da conservare la versione originale dei suoi versi, ma c’è una dimensione visiva molto importante. Io sono in scena, ma c’è un vortice di immagini che scorre attorno a me. L’altra componente fondamentale di Una serie di stravaganti vicende è la musica, le composizioni originali di Teho Teardo. È una specie di suite, un melologo arricchito da visioni animate, che va a ricreare la drammaturgia dell’incubo.

FF Un incubo in cui emergono, oltre alle ossessioni private di Poe, anche quelle relative al piano della scrittura. Il corvo che vive come monito per la poesia perfetta; il ripetere ossessivamente e in maniera monotona; il cercare il ritmo incontrovertibile. Questa è stata l’ispirazione per la creazione della linea musicale. Teho Teardo ha scritto due vere e proprie canzoni e, seguendo le prove, prodotto materiali sonori pensati per i diversi quadri dello spettacolo.

FB È una partitura. Nei diari di Poe si parla dell’obiettivo di «consumare le parole fino a farne perdere il senso». Noi abbiamo tenuto il componimento The Raven (Il Corvo) come appuntamento che scandisce i vari quadri, come scheletro della struttura, l’inglese serve a far udire una musicalità davvero intraducibile. Dei racconti abbiamo tenuto un grosso frammento di Eleonora, quello più legato alla sua biografia e che racconta il rapporto stretto con questa moglie morta, raccontando la principale frattura della sua vita privata. E arriva, in coda, una versione de Il cuore rivelatore, cambiandone il finale e legandolo a quello di William Wilson, il racconto in cui il protagonista è perseguitato dal proprio sosia: i due personaggi sono uno lo specchio dell’altro.

Amore e morte, dunque.

FB Certo, amore e morte, inseriti in un percorso circolare secondo cui l’orrore che vedi fuori è l’orrore che hai dentro, forse una summa della poetica di Poe.

foto di Laila Pozzo

Dal punto di vista dell’effetto sullo spettatore, che tipo di innesco avete cercato? È possibile spaventare?

FF A spaventare non ci è riuscito davvero nessuno. Ma una narrazione come La caduta di Casa Usher crea un’inquietudine: Poe non lavora davvero sul sentimento della paura, dell’allarme, ma su qualcosa di più profondo. Non è uno spavento portato alla luce da “effetti speciali”, ma mette in luce l’inquietudine dell’uomo moderno, quella di non sapere chi siamo e chi è l’altro.

FB Inizialmente abbiamo pensato di montare una specie di padiglione di un luna park, in cui lo spettatore potesse incontrare personaggi diversi. Però ci siamo accorti che il materiale era più nobile, più alto, più complesso, era qualcosa che prefigurava anche molti altri collegamenti storici, per esempio con il surrealismo, con il simbolismo, la psicanalisi.

foto di Laila Pozzo

Per spaventare in teatro pare sia necessario, ad esempio, agire molto sulla gestione dello spazio.

FB Nel 1981 avevamo anche fatto un Dracula di Bram Stoker, un esperimento che non sarebbe più possibile fare, credo. Prima di abitare il Teatro dell’Elfo a Corso Buenos Aires, avevamo un altro spazio, che era uno scantinato: il pubblico allora scendeva sottoterra seguendo un percorso attraverso tende nere e labirinti. Poi giungeva in uno spazio completamente buio dove stava in piedi. Lo spazio era organizzato con palchetti sparsi in mezzo al pubblico e anche gli attori giravano in mezzo agli spettatori: tutto si svolgeva a una grande prossimità, giocando sul disorientamento del pubblico e sulla rottura della dimensione di conforto dello spettatore.

Come è andato il debutto romano di Una serie di stravaganti vicende? Come vi siete trovati?

FB Lo spettacolo è andato bene, mi pare sia stato convincente. Il problema è che conoscevamo tutti quelli che c’erano in sala, tutte persone che avevamo contattato noi. È andato bene lo spettacolo, molto meno bene per la nostra idea di teatro. Adesso stiamo facendo delle ricognizioni per capire dove ci possa essere spazio per noi, che vorremmo tornare a Roma, ma che troviamo sempre grande difficoltà.

FF Il problema sembra essere che a Roma manca un luogo in cui ci siano degli artisti che, abitandolo, diano vita a quel luogo, invitando così anche il pubblico a riconoscere la funzione del teatro.

foto di Laila Pozzo

Sì, questa è una grande verità. Roma ha una forte tradizione di spazi indipendenti che, in passato, si sono occupati di svolgere quella funzione. Ma quella stagione è passata, il sistema oggi è davvero molto in sofferenza e questo mette in crisi le possibilità produttive. Che progetti ci sono nel futuro del Teatro dell’Elfo?

FB Frongia si occuperà della regia di un testo in cui saremo presenti io e Elio De Capitani. Si tratta di Diplomazia, un testo francese che parla della ritirata dai nazisti da Parigi, del progetto di Hitler di far esplodere la capitale francese e di come questo progetto sia stato, fortunatamente, accantonato, grazie all’intervento del generale capo delle forze tedesche in una notte di colloquio con il Console svedese. Una drammaturgia fondata su una forte tensione dialettica, che ha visto anche una versione cinematografica diretta nel 2014 da Volker Schlöndorff. Lo spettacolo debutterà a marzo 2020 a Lugano, che coproduce, e a Milano. Prima, al Napoli Teatro Festival riallestiremo la maratona dei tre atti di Angels in America [qui una recensione del 2011, ndr], con gli stessi attori principali ma con il resto del cast rinnovato proprio dall’intenzione di “passare il testimone” a giovani attori. Oggi, poi, quel testo continua ad avere un grande valore, è tornato di grande attualità soprattutto nell’era di Donald Trump. Sul lato AIDS siamo ben lontani dall’aver risolto il problema, mentre sul lato politico siamo caduti dalla padella nella brace.

FF Infatti anche in Inghilterra e in America è tornato in scena di recente. Resta poi uno dei testi più ampi e rappresentativi della drammaturgia del Novecento.

FB Faremo poi, sempre prodotto dall’Elfo, un Edipo Re con una compagnia di giovani, riportando lo schema arcaico dei tre attori e il coro. Stiamo infine trattando, insieme a Francesco, con il Festival di Spoleto, per portare un altro testo di Kaufman e della sua compagnia The Laramie Project.

FF E questa è solo la nostra parte, ci sono poi tutti i progetti di Elio De Capitani. Gestire l’Elfo è piuttosto complesso.

FB Anche perché ci stiamo occupando anche molto dell’ospitalità di compagnie altre.

foto di Laila Pozzo

Esiste una formula per creare davvero un teatro popolare d’arte?

FB Occorre senz’altro instaurare un dialogo, questo lo abbiamo imparato negli anni. Per esempio, tra gennaio e febbraio 2019, abbiamo ospitato in Sala Shakespeare La Classe di Vincenzo Manna, (uno spettacolo emerso dalla raccolta di oltre duemila interviste a giovani tra i 16 e i 19 anni, ndr), una modalità di creazione e costruzione del testo davvero innovativa, un buon esempio di teatro popolare d’arte. Noi lo andiamo a cercare, tentiamo sempre di spingerci a vedere spettacoli anche fuori dall’Italia. La società teatrale inglese è un buon esempio, con un livello artistico sempre molto alto, come sempre dal punto di vista recitativo ma anche, ultimamente, da quello della regia, sezione artistica in passato un po’ trascurata. Si tratta comunque sempre di spettacoli molto comunicativi; non semplici, è qualcosa di diverso.

FF Con Atti Osceni e con Il fantasma di Canterville (le repliche romane sono state annullate per malattia, ndr) abbiamo totalizzato circa 25mila spettatori in poco più di due mesi di programmazione e lo stesso è accaduto con Una serie di straordinari vicende. Di certo ci interessa fare del buon teatro, ma credo che sia soprattutto importante presentare l’edificio teatro come un luogo accogliente e in grado di offrire la possibilità di stare. L’Elfo Puccini è un luogo dove le persone trascorrono il tempo e hanno modo di confrontarsi, si consigliano gli spettacoli.

FB Diventa un luogo di aggregazione, che credo sia quello che serve oggi per dare un senso al teatro. Anche solo predisporre dei luoghi per la socialità, diventa un modo per permettere al pubblico di una città di incontrarsi, conoscersi, confrontarsi. Certo, noi ci siamo costruiti un ruolo e un’idea di teatro nel corso del tempo. Una buona strategia, cui noi abbiamo dato inizio e che sta cominciando a funzionare, è quella di ospitare spettacoli di altri teatri della città, come il Franco Parenti, il Teatro della Cooperativa, l’Atir. Uno spettacolo prodotto da un teatro di Milano passa da noi dopo il debutto, come se arrivasse da fuori, perché il pubblico è molto diverso da un teatro all’altro.

FF Rispetto alla diffusione dei linguaggi, credo che lo sforzo debba e possa venire anche dagli artisti, innanzitutto. Anche una storia complicata, impegnandosi, può essere resa leggibile, facendo lo sforzo di notare come dentro a una storia ci sia anche la tua storia e la storia di altri esseri umani.

Sergio Lo Gatto

Teatro Brancaccino, Roma – marzo 2019

UNA SERIE DI STRAVAGANTI VICENDE
un omaggio a Edgar Allan Poe
scritto, diretto e illustrato da Ferdinando Bruni e Francesco Frongia
assistente scene e costumi Saverio Assumma
musiche originali Teho Teardo
luci Nando Frigerio
suono Giuseppe Marzoli
con Ferdinando Bruni
voci del ricordo Ida Marinelli
produzione Teatro dell’Elfo

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