Toni Garbini: una ricerca scenica tra Pasolini, Sloterdijk e teatro-comunità

Un approfondimento sulla ricerca teatrale di Toni Garbini, artista ligure. Poesia, tecnologia, territorio.

Toni Garbini, ligure, fondatore della Compagnia Teatro Ocra che ha sede e attività di produzione e laboratoriale a Sarzana della Spezia, ha alle spalle una lunga carriera di drammaturgo, regista (teatrale e video) e attore che periodicamente reinventa, rimettendo le carte in tavola, frugando tra autori difficili, scavando testi teatrali e filosofici (da Julian Beck a Jean Baudrillard), fuggendo gli spazi confortevoli delle programmazioni teatrali cittadine, e contemporaneamente guardando con attenzione alla cultura popolare. Ideatore della decennale rassegna di teatro contemporaneo [s]maschera al Teatro Impavidi di Sarzana, nel 2004 ha vinto il premio speciale della giuria nel Festival delle Colline Torinesi, ed è presente con i suoi spettacoli in varie rassegne (Zona Franca, Officina Giovani, Piccoli fuochi, Lunatica, Festival della Mente, Nova- Cantieri Creativi, Teatrika) e Gallerie d’arte (Cardelli & Fontana).

Schivo, dedito completamente alla ricerca, Garbini predilige da sempre spazi alternativi e collaborazioni artistiche multidisciplinari per i suoi lavori sempre originali e di qualità. Lo abbiamo lasciato un anno fa con un progetto teatrale premiato dalla Regione Liguria che scavava nei meandri intimisti di uno dei più ispirati poeti del territorio, Paolo Bertolani (1931-2007) che ha declamato al meglio il Golfo dei Poeti, i suoi borghi, i suoi vicoli. Ne è nato uno spettacolo intenso, emozionante, evocativo fatto di voce e suoni Góse: Il custode delle voci interpretato magistralmente dallo stesso Garbini con composizioni originali dal vivo di Alessandro Picci. Garbini ha accostato al poeta contemporaneo Bertolani nientemeno che Boccaccio, in una operazione filologica straniante e giustissima, creando un affresco in alcuni momenti comico e paradossale che contaminava dialetti apparentemente lontani, rendendoli vivi, incarnati in corpi sonanti.

Da lasciare senza fiato la sua capacità di entrare nei meandri della lingua, del suono, del dialetto, della memoria, quasi riportando alla luce e alla vita quei posti dimenticati della cultura contadina, giocando sulle storie di personaggi non illustri e sulle descrizioni erotiche del Decameron. Un recital portato al Museo della Resistenza di Fosdinovo, al Festival i Luoghi della Musica di Sarzana, al Teatro Civico della Spezia, a Lerici e a San Terenzo- Parco Shelley, in mezzo cioè alla comunità che ha dato i natali al poeta Bertolani; non a caso proprio Garbini è stato scelto per le celebrazioni del decennale della morte del poeta lericino. Che nel suo Boccaccio teatrale ci sia anche un po’ di Pasolini è qualcosa di evidente e che rende l’operazione artistica rischiosa e colta ma godibile al tempo stesso, nel suo riuscire a sintetizzare, con questa operazione, la cultura occidentale nei suoi valori più autentici, oltre l’omologazione ricordata proprio da Pasolini. Una cultura che non è prodotta e non appartiene “all’intelligencija”, che non è «neanche la cultura della classe dominante che, attraverso la lotta di classe, cerca di imporla almeno formalmente. Non è infine neanche la cultura della classe dominata, cioè la cultura popolare degli operai e dei contadini. La cultura di una nazione è l’insieme di tutte queste culture di classe: è la media di esse».

D’altra parte Garbini è anche autore e interprete proprio di un originalissimo monologo dedicato a P.P.P., Ab Joy: Pasolini Interviews con musiche live di Julia Kent (portato al teatro Scighera di Milano per “Brume della ribalta). Qui la sua voce si intreccia in un percorso multisensoriale e plurilingue, con la voce di Pasolini, con il sonoro dei suoi film, operazione apprezzata e segnalata proprio dal Centro studi Casarsa. È un piacere sapere che queste operazioni letterarie e poetiche così preziose, frutto di mesi di studio, siano state riconosciute dalle Istituzioni Regionali e premiate dalla locale Fondazione Cassa di Risparmio per affollati e richiesti percorsi laboratoriali scolastici superiori (tra gli altri il Liceo Classico L. Costa della Spezia e l’Istituto Fossati).

Lo incontriamo per parlare del suo nuovo lavoro in forma di trilogia, da un primo studio insieme con il fotografo Jacopo Benassi (autore delle fotografie del volume di Paolo Sorrentino), altro spezzino di grandissimo talento. Una performance con live shooting e un testo declamato dal computer con frasi inserite live e presentato nella sezione “off” del Festival della Mente di Sarzana. Qua Garbini inizia a riflettere sui media e sulla voce digitale, sulla creazione di una drammaturgia automatica, generata dal computer e che diventa, nella sua espressione teatrale, dispositivo freddo e impersonale.

Il lavoro si evolve con una tecnologica text-based performance dal titolo Persona semilavorata (Semifinished Persona) interpretato da Tatin Revenga performer catalano che lavora stabilmente con la compagnia mondiale La Fura Dels Baus, e musiche live di Emiliano Bagnato. Alla base i testi filosofici di Peter Sloterdijk, in particolare Devi cambiare la tua vita: gesti e movimenti in bilico, acrobatici per indicare incertezza, disorientamento nel mondo a cui segue un imperativo che obbliga l’uomo alla fuoriuscita dalla passività, verso una conversione da inattivo a soggetto, verso la creazione di un cambiamento.

Significativa la presenza nel titolo di Persona, che in latino significa maschera e che indica nello spettacolo, un “luogo mentale” liminale, soglia di esistenza o fuoriuscita dall’alienante esistenza “per procura”.

«Dal punto di vista drammaturgico, ho scelto la voce digitale, perché è diventato uno strumento importante, appartiene alla quotidianità, ma dall’altra questa digitalizzazione della voce implica un immaginario abitato da robot. Ho usato diversi dispositivi, Google translator, il vocalizzatore live. Sono tutti testi che si interrogano sulla funzione e sul ruolo del performer. Il riferimento testuale esplicitato è Peter Sloterdijk, un filosofo tedesco tra gli intellettuali europei che più di altri riescono a leggere quello che sta accadendo nella società in rapporto alla dimensione mediologica, alla sua evoluzione (ma anche involuzione). C’è un progresso che la tecnologia ci offre ma c’è una dimensione solipsistica, solitaria, un individualismo portato alle estreme conseguenze. Sloterdijk fa una riflessione, per esempio, sugli hikikomori e sulla sindrome che si è diffusa di starsene da soli chiusi in casa ed entrare in contatto con gli altri solo con internet».

Con il lavoro di Tatin presentato in forma performativa a Sarzana (dove ha la residenza la sua compagnia), Teatro Impavidi e poi a Barcellona, Garbini ha usato un testo preregistrato con gli E-reader, un lettore digitale in cui la voce è più naturale: è una proiezione interiore che ci riporta al teatro dell’io diviso di Kantor:

«Una scelta voluta per mostrare questo tentativo della macchina di diventare maschera, perché il sistema si sta evolvendo, la voce è più simile a quella umana, è più credibile; questa voce è molto minacciosa, sembra conoscere qualcosa di molto intimo del performer a cui lui si rivolge, arriva da una interiorità del protagonista, dal suo immaginario erotico, crea una connessione nascosta che conduce alla pubblicizzazione di cose intime. Come certi algoritmi che conoscono tutto di noi, i nostri gusti, basandosi sulle nostre scelte on line, per esempio, quali siti pornografici privilegiamo. La voce lo interroga, gli dà degli ordini, l’uomo è in balia di sé stesso e non può muoversi. Devi cambiare la tua vita, titolo del saggio di Sloterdijk è una riflessione su una despiritualizzazione dell’ascesi: nell’epoca medioevale c’era una dimensione religiosa dove un esercizio spirituale elevava la persona, questa cosa nell’epoca postmoderna non c’è più, questa trascendenza, questo esercizio diventa quasi da palestra, l’ascesi mistica è trasformata in training corporeo. Ho cercato di tradurre queste riflessioni sulla mia particolare condizione teatrale».

Il regista in queste azioni guarda agire il performer, è presente in forma di “testimone”, figura che rimanda ai “dramaticula” beckettiani (da Non io a Play, a Quel tempo, a Quello che è strano via), prose scarnificate quasi disarticolate, ostiche, che cercano invano un interlocutore o sono esse stesse voci dell’interiorità, amplificate a vuoto, per nulla.

«In Beckett, la voce dà delle indicazioni, predetermina ciò che deve accadere, il mio testo inteso come dispositivo propone di produrre a seconda dell’interlocutore, un effetto diverso: ho avuto reazioni molteplici perché le modalità di azione non erano affatto preventivate, non le ho decise prima, e neanche le coreografie erano prestabilite. Persona semilavorata è un testo provocatorio, spiazzante, che va continuamente verso uno spostamento dell’attenzione del pubblico. In Beckett c’è una partitura millimetrica che descrive l’azione, per me il testo è una provocazione e uno stimolo insieme. L’ultimo testo che ho scritto è tratto da Schiume di Sloterdijk (uno dei testi della trilogia che comprende Bolle, Sfere e Schiume che rimandano a simbolici contenitori, involucri protettivi attraverso i quali l’uomo pensa se stesso nel mondo) è una riflessione sul contemporaneo e sulla dimensione del comfort: delocalizziamo la guerra perché non vogliamo cedere i privilegi che abbiamo acquisito, la guerra è tra chi accede da noi coi barconi e noi che li rispediamo via, difendendo il comfort».

Il riferimento scenico per Garbini è idealmente la coreografa Maguy Marin: tutto accade intorno a noi, non ne conosciamo il principio e la fine, non sappiamo l’obiettivo dell’uomo perché ne è consapevole solo questa voce interiore che dirige e ordina. Lo spettacolo non ha una frontalità spaziale ma stimola un rapporto del performer con gli spettatori attraverso lo spazio non costrittivo, e degli spettatori tra loro.

«Fare teatro, non è una vergogna, è una reazione”, dice Toni Garbini. «La tecnologia è una possibilità per aiutarci a fare comunità, ad amplificare, come ricordava Paolo Rosa fondatore di Studio Azzurro, questa relazione, questa comunione con gli spettatori».

Anna Maria Monteverdi

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