MigrArti non torna più. Politica o propaganda?

MigrArti chiude, il Governo vuole puntare su progetti dedicati alle periferie. Una riflessione sulla questione e su ciò che questo progetto sarebbe potuto diventare con maggiore lungimiranza politica

Il viaggio di Ibn Battuta (in italia) Vincitore del progetto migrarti 2017. Foto origine www.quattrocanti.it

Il prossimo bando MigrArti – progetto in due sezioni, spettacolo e cinema, dedicato alle diverse culture presenti oggi in Italia (finalista tra l’altro al Premio Rete Critica 2018) – non sarà più finanziato dal Mibac, ormai lo sappiamo tutti. Lucia Borgonzoni, sottosegretario di stato ai Beni e attività culturali*, il 27 novembre 2018 scrive su Facebook – diventato ormai il gabinetto (in senso politico?) dei parlamentari – questo claim: «⚠️ MigrArte NON TORNA Più!⚠️  4MILIONI DI FONDI pubblici spesi GRAZIE A FRANCESCHINI & Co….ma ora…», sbandierando così quanto già annunciato sul profilo di Paolo Masini, ideatore del progetto e consigliere dell’allora titolare del Mibac, l’ex ministro Dario Franceschini: «L’ultima cosa che ho fatto è la consegna del Premio MigrArti, che “non è una priorità per questo governo”. Per questa ragione richiudo dietro di me quella porta che si era aperta tre anni fa».

Ora, tralasciando il fatto che il nome del progetto citato da Borgonzoni sia addirittura sbagliato (n.b. MigrArti), sperando si tratti di un refuso, siamo però colti dall’atroce e aquilino dubbio che il mancato rinnovo dello “spreco” (MigrArti ha stanziato 800mila euro nel primo anno, saliti a 1,5 milioni di euro nel secondo e terzo anno, divisi tra “cinema e audiovisivo” e “spettacolo”, ovvero teatro, musica, danza) non sia di natura politico-economica ma meramente propagandistica, con l’obiettivo di colpire quel dialogo interculturale, “nemico pubblico” stigmatizzato da Lega e dintorni.
Colpisce poi il resto del post di Borgonzoni, che contrappone allo spreco di MigrArti il lancio del nuovo bando Cineperiferie 2018 sulle marginalità delle periferie urbane; non facendo riferimento allo spettacolo dal vivo e chiamando in causa curiosamente quelle stesse periferie – lo sapranno? – nelle quali il “Decreto Salvini” (convertito in legge L. 1 dicembre 2018, n.132 ) sta minando la convivenza escludendo dai progetti di inserimento i migranti beneficiari di protezione umanitaria e spogliando dei servizi essenziali i centri d’accoglienza per richiedenti asilo già ben lontani dai centri delle città italiane.

Foto www.hashtagsicilia.it

Il ministro Alberto Bonisoli, intanto, non si pronuncia in merito, ma il silenzio assordante nel quale il progetto MigrArti è imploso è purtroppo iniziato già prima e durante l’evento conclusivo di quest’ultima edizione del premio: programma pubblicato a ridosso dell’evento, non un comunicato stampa ricevuto, bassa partecipazione e mancate risposte. Nonostante bando e premio siano impostati su scala nazionale, nonostante la finale fosse in agenda – parte del cartellone ufficiale di Palermo Capitale Italiana della Cultura 2018 – sin dalla pubblicazione. Abbiamo contattato allora Margherita Ortolani, ideatrice insieme a Vito Bartucca di Diverse Visioni (progetto di spettatorialità interculturale attivo a Palermo con il quale il nostro progetto Spettatori Migranti/Attori Sociali collabora) per farci raccontare qualcosa su queste silenziose ultime finali vinte dal progetto Amunì, di Babel Crew, che aveva ospitato di sua spontanea iniziativa Spettatori Migranti già prima dell’estate (qui la videointervista di Alagie Camara a Giuseppe Provinzano).

Quali sensazioni rimangono dopo le finali di Migrarti?

«La sensazione, rispetto alla tre giorni del Premio MigrArti, è che si sia trattato di una festa mancata. Ho assistito all’incontro di presentazione, all’Oratorio di Santa Chiara, e, nell’ambito del Premio, a tre dei cinque spettacoli candidati. Nei giorni in cui ero presente sicuramente l’affluenza non è stata numerosa (la Sala Perriera, di 99 posti, non è mai stata completamente riempita) ma, elemento che forse fa più riflettere, è che la platea fosse compattamente di addetti ai lavori, senza coinvolgere il variegato mondo multietnico che, ormai stabilmente, abita la città. Viene da chiedersi: a chi parla e a chi intende parlare un certo tipo di iniziative?».

Foto www.palermocapitalecultura.it

Qual è il clima culturale che si respira a Palermo in questi mesi?

«Palermo, in questo momento, è una città non solo attiva, ma anche viva e ricettiva. Il Premio è arrivato un po’ in sordina, niente flyer, non comunicazione per strada se non in luoghi deputati che non sono però i “luoghi” frequentati dalla Palermo multietnica. Scaldano il cuore, all’incontro di presentazione, le parole di Don Volpe (direttore della comunità dei Salesiani di Santa Chiara, punto di ritrovo per giovani e ragazzi del quartiere, migranti e non) prive di retorica, forti di un’esperienza sul campo più che trentennale, insieme alle voci dei bambini che giù, dal campetto dell’oratorio, sottolineano le separazioni e le distanze».

Quali sono stati i criteri di selezione per le finali e quali gli esiti scenici?

«La selezione dei cinque finalisti, avvenuta su progetto (sono stati decretati finalisti in automatico i cinque punteggi più alti in graduatoria) dà da pensare, non tanto perché penalizza gli altri ventiquattro selezionati, i quali, in fin dei conti, hanno potuto portare a termine i propri progetti. Più che altro perché abroga il monitoraggio come responsabilità e sembra un po’ mettere il cappio al collo al processo artistico e al suo valore, che non può essere sostituito da altro. Eppure MigrArti, pur con le sue contraddizioni, è servito a mettere in moto azioni e relazioni e sarebbe servito ancor di più se, durante le sue manifestazioni ufficiali, fosse riuscito a presentare il teatro come il luogo della crisi e non come il tempo della consolazione. Ma questo non è sufficiente per decretarne la fine, o, semplicemente, per sostituirlo con un altro tema più di bandiera».

Sembra finire così, nel silenzio, un periodo fatto di grandi occasioni. Ma anche, diciamolo, un periodo di doping nel quale il teatro italiano ha vissuto un’inflazione di progetti a tema migranti sì, ma ancora in gran parte eterodiretti. La sfida per il futuro è di riuscire a rendere – culturalmente, ma soprattutto economicamente e burocraticamente – bandi del genere accessibili anche ai diretti interessati, in una spinta verso l’ascolto e verso la pari autonomia. Molti i progetti virtuosi visti in questi anni, ma anche progetti ad hoc dagli esiti e dai processi a volte dubbi. Aspettando di registrare un cambiamento del trend, di veder sfiorire i progetti ad hoc, e invece metter le radici a chi realmente ha lavorato e lavora con l’arte e l’intercultura, la speranza è quella di continuare a investire per vedere finalmente in teatro quel processo che altri settori artistici e sportivi ci stanno già mostrando: un’Italia meticcia, diversa e finalmente interculturale. Solo allora, forse, non saremo più in balia di questa narrazione da una parte retrograda e dall’altra viziata a volte da una postura assistenzialista, che non ci lascia vedere davvero ciò che questo nuovo Belpaese sta provando a raccontarci.

Luca Lòtano

*sottosegretario con delega, tra le altre, all’attuazione delle convenzioni UNESCO di competenza del Mibac

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