Viviamo tra condannati all’inferno e squarci di luce. Intervista a Pippo Delbono

Pippo Delbono porta al Teatro Storchi di Modena (e poi i tournée, a marzo a Roma) il nuovo spettacolo, La gioia. Lo abbiamo intervistato sul suo processo creativo, sulla sua compagnia stabile da più di venti anni, sulla retrospettiva cinematografica che il Centre Pompidou gli ha dedicato, sul suo incontro con Pina Bausch.

Foto Luca Del Pia

Raggiungiamo telefonicamente Pippo Delbono poco prima delle repliche del suo ultimo spettacolo in scena da oggi al Teatro Storchi di Modena, La gioia, e ne approfittiamo per porgli alcune questioni sul suo percorso artistico costellato di spettacoli teatrali, di film, opere liriche. La gioia segna una sorta di punto di svolta rispetto la recente produzione della Compagnia Pippo Delbono. Ci racconta come sia quasi una «tabula rasa, un ritorno alle origini, un ritorno a spettacoli come Barboni» che rappresentò un altro punto di svolta nella sua carriera; un momento in cui sgomberare il palco dalle sontuose scene, ritornando a concentrarsi essenzialmente sulle persone. È uno scarto in avanti, un «viaggio verso la gioia», in cui dolore e morte non sono tanto i contraltari da cui distanziarsi, ma parte di un processo più ampio.

Emerge dalle sue parole una rielaborazione del dolore personale, nella consapevolezza che il suo modo di creazione inevitabilmente viene sempre filtrato dalla dimensione del sentire. D’altro canto, il suo lavoro si pone al di fuori del dato autobiografico, rimarcando una forte attenzione nei confronti degli emarginati, degli sconfitti, dei rifugiati. Si tratta – racconta – di una «riflessione sul tempo in cui mi trovo, un tempo abbastanza duplice; vedo un mondo di condannati, di inferno, un sistema in cui ha vinto troppo il modello della televisione, ma al contempo vedo degli squarci di luce. Sia a livello personale e sia a livello sociale, vedo questo mondo che diventa intollerante, in cui prevale la chiusura, il rifiuto, eppure penso ad esempio all’America che ha appena votato per le elezioni di metà mandato, vedo dei segni di reazione. Vorrei che non fossimo tutti salviniani, altrimenti finiremo per annichilirci del tutto».

Foto di Luca Del Pia

Di cosa si nutrono le potenti immagini, costruite per contrasti che da sempre hanno contraddistinto la sua modalità di scrittura scenica? I ricordi e le esperienze personali si innestano come fonte su cui creare una drammaturgia di forte impatto emotivo, eppure, anche in questo caso Delbono ci restituisce una riflessione mai ripiegata su se stessa, ma sempre in crisi rispetto il proprio operato. «C’è stato un periodo in cui, più che cercare volontariamente le immagini da costruire, mi abbandonavo alle cose, ma credo anche che nella vita si abbia bisogno di scegliere». Ecco allora che emergono i temi sociali, le lotte per l’inclusività perché non si parli di emigrazione senza gli emigranti, «al Massimo di Palermo, qualche rifugiato è venuto a vedere il Vangelo, siamo riusciti a farli entrare gratuitamente dopo tanto insistere». Ecco che si sceglie e si viene scelti da icone quali Bobò, «il protagonista di tutti i miei spettacoli, di ogni film, di qualsiasi cosa io abbia fatto, 81 anni di cui 44 passati in manicomio e 21 con me, lui è l’incarnazione delle lotte di Basaglia». Delbono ha sempre rifiutato le etichette, soprattutto quella relativa al teatro sociale: «Io sono sempre stato restio, anche perché credo che qualsiasi tipo di teatro sia sociale, anche Shakespeare, anche Molière, anche Cechov lo è».

Foto Archivio ERT

A chiedergli dei suoi maestri, degli spettacoli che hanno segnato la sua storia personale ricorda innanzitutto Pina Bausch, che con il suo Arien rivoluzionò la sua visione. «Letteralmente. Vidi questo spettacolo in cui i danzatori erano immersi nell’acqua e si chiamavano per nome; avevo in quel periodo anche dei problemi agli occhi, non vedevo bene, la mia vista era come già immersa in un flusso d’acqua, ma questo spettacolo mi cambiò decisamente, lo dissi a Pina e lei mi rispose “e ne hai visto soltanto uno!”. Poi Pina vide Barboni, conobbe Bobò, che da napoletanissimo qual è, fu l’unico uomo in grado di far ingelosire quella donna richiesta e adorata da tutti, colei che quando faceva il bagno sembrava uscita da un film di Fellini. Le voleva bene, ma era anche in grado di trattarla con distacco. Prima di ricevere la laurea honoris causa, lei, vedendolo, gli corse incontro per abbracciarlo: “prendi prima il premio, poi ci salutiamo”».

Foto di Hervé Véronèse

A vedere bene, dunque, non si tratta di un abbandono totale, di una raccolta casuale, quanto di una propensione all’ascolto, sensibile ricezione di quanto avviene intorno. Tale disponibilità forse non sarebbe così immediata se non ci fosse stata di mezzo una temporalità dilatata. Non a caso, quella dell’artista ligure è, da un punto di vista produttivo, una compagnia stabile. Un valore aggiunto che permette di stratificare il lavoro nutrendosi di un percorso che non si esaurisce con il singolo spettacolo. «Questo è un aspetto importante perché non è per nulla scontato, ma la nostra è una compagnia che sta insieme da più di vent’anni, abbiamo attraversato tantissimo tempo insieme e abbiamo fatto non solo tanti spettacoli ma anche film, opere liriche». Mi racconta con un’emozione sfaccettata dell’importante retrospettiva sui suoi film curata dal Centre Pompidou di Parigi e appena conclusasi, vista da più di 17000 persone. Anche qui, sentimenti contrastanti, poiché «i miei film soprattutto in Italia non riescono a essere distribuiti, la circolazione in Francia è molto più favorevole, ad esempio Vangelo è stato visto abbastanza, a differenza che in Italia. Ora non è per me, per il valore del lavoro che abbiamo fatto, a un certo punto non importa, ma credo che debba essere visto per i temi che affronta. Poi sicuramente io sono tra i fortunati, soprattutto per i miei spettacoli teatrali; mi possono benissimo dire “Delbono è tra quelli che gira di più”. Sono stato al Massimo di Palermo, al Piccolo e allo Strehler di Milano, all’Opera di Roma e all’Argentina, al San Carlo di Napoli, all’ERT ovviamente. So benissimo che ci sono molti miei colleghi che non riescono a far circuitare i propri lavori, pur essendo pregevoli, di che ti lamenti?». Lo sento sorridere al telefono.

Foto di Luca Del Pia

Ritorniamo ancora una volta sulla modalità di composizione dei suoi spettacoli, a La gioia che, quando debuttò il marzo scorso Delbono definì uno spettacolo ancora incompiuto. Chiedo in quale misura possa considerarli una “forma aperta”, soggetta a possibili cambiamenti anche dopo il debutto, nel cammino verso la gioia, per usare le parole del testo. Sfata il mito dell’improvvisazione tout court perché «a differenza di quanto si crede, arriva un momento in cui i miei spettacoli raggiungono una forma fissa, diventano una macchina da guerra. Ho bisogno di quella struttura, perché solo così posso, in questa, sentirmi libero». Mi ritorna in mente la metafora della fiamma che può brillare appieno perché sostenuta dal vetro della lampada, parole di Cieslak, l’attore feticcio di Grotowski che fu, effettivamente il primo grande maestro di Delbono, «uscito dalla scuola – che interruppe senza finire inseguito all’incontro con Pepe Robledo del Libre Teatro Libre argentino – andai a fare uno stage con lui, e vi rimasi anche oltre, un mese, credo. Poi scelsi di lasciare, perché probabilmente non ero ancora pronto per la profondità del percorso che lui richiedeva, ma, pur non conoscendo questa sua metafora, mi ci riconosco perfettamente». Libertà e struttura: Ritroviamo ancora una volta il contrappunto che ha guidato la conversazione e la sua carriera, la ritroveremo pure tra gli innumerevoli fiori presenti in scena: gabbia e cura.

Viviana Raciti

LA GIOIA
uno spettacolo di Pippo Delbono
con Dolly Albertin, Gianluca Ballarè, Bobò, Margherita Clemente, Pippo Delbono, Ilaria Distante, Simone Goggiano, Mario Intruglio, Nelson Lariccia, Gianni Parenti, Pepe Robledo, Zakria Safi, Grazia Spinella
composizione floreale Thierry Boutemy
musiche di Pippo Delbono, Antoine Bataille, Nicola Toscano e autori vari
luci Orlando Bolognesi
elettricista Orlando Bolognesi/Alejandro Zamora
suono Pietro Tirella/Giulio Antognini
costumi Elena Giampaoli
capo macchinista e attrezzeria Gianluca Bolla/Enrico Zucchelli
responsabile di produzione Alessandra Vinanti
organizzazione Silvia Cassanelli
direttore tecnico Fabio Sajiz
produzione Emilia Romagna Teatro Fondazione
coproduzione Théâtre de Liège, Le Manège Maubeuge – Scène Nationale
COMPAGNIA PIPPO DELBONO

Si ringraziano Enrico Bagnoli, Jean Michel Ribes, Alessia Guidoboni – assistente di Thierry Boutemy e Théâtre de Liège per i costumi

foto di Luca Del Pia

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Viviana Raciti, siciliana d’origine, dopo gli studi classici si trasferisce a Roma, dove si avvicina al mondo dell’arte attoriale e all’animazione teatrale, per poi preferire la strada della critica. Nel 2015 consegue la laurea magistrale presso l’Università La Sapienza in ‘Saperi e Tecniche dello spettacolo teatrale’ con una tesi dal titolo La produzione drammaturgica di Franco Scaldati. Ordinamento, schedatura e analisi, mettendo per la prima volta in luce l’effettiva entità del corpus di opere dell’autore palermitano. Sempre sulla figura di Scaldati ottiene la borsa di dottorato presso l’Università di Tor Vergata. Dal 2012 è redattrice presso la testata online «Teatro e Critica» scrivendo di teatro, danza e teatro ragazzi, mentre dal 2015 fa parte della redazione della testata culturale «Move in Sicily».