Il secondo atto di Attisani: un teatro che interroga

Quinta di copertina. “Atto secondo. Nel mare del teatro (1966-1993)” è una parte della biografia teatrale di Antonio Attisani, edito da Celid. Recensione.

“Scopo della creazione è il restituirsi, non il clamore, non il gran successo. È vergognoso, non contando nulla, essere favola in bocca di tutti”. Queste alcune strofe della meravigliosa poesia di Boris Pasternak che chiosano in chiusura Atto secondo, Nel mare del teatro (1966-1993), densa autobiografia teatrale di Antonio Attisani. Pubblicata nell’aprile 2018 da Celid, il volume consta di 17 parti da Prima dell’inizio, ossia il “farsi dilettante” di un giovane nel mondo del teatro, fino alla Fine del secondo atto, con l’avvio dell’insegnamento universitario. Si attraversano le stagioni da attore al Piccolo Teatro di Milano, la militanza attiva, le traversate per l’Europa con pochi soldi e incontri immensi: Lee Strasberg, Orson Welles, Maurice Béjart, Peter Brook. Attingendo ai propri taccuini, retaggio di una grafomania inesausta e – per chi legge – preziosa, Attisani ritrova i propri interrogativi di attore acerbo che si cimenta in questioni avvertite come cogenti: che cosa significa, nella recitazione, ripetere? È possibile e come si fa a proporre ogni sera un’azione come se accadesse per la prima volta? Qual è il rapporto dell’attore con la forma e il ritmo fissati dalla regia? Riepiloga gioie e dolori dell’artista in erba: le convergenze di sensibilità, le marcate idiosincrasie, le velleità politiche, non risparmia nomi e cognomi, episodi imbarazzanti e considerazioni ex-post, in cui lo sguardo si fa severo soprattutto verso se stesso.
“La filosofia è, in un certo senso, un risultato, mentre l’arte è fatta di esperienze nuove, di percezioni, di tentativi, di dubbi, e quindi la anticipa”, questo un manifesto d’intenti che, con volontà prescrittiva, si appunta il giovane attore il quale tuttavia s’incaglia nell’Althusser di Marxismo e filosofia – che idolatra il teatro di Strehler – e, passando per lo stupore ammirato, giunge a negarlo, considerandolo il rappresentante dell’errore del comunismo ortodosso occidentale, quello che la socialdemocrazia appariva a molti ventenni del Sessantotto. La prassi politica innerva l’esistenza di Attisani, fino a portarlo via dalla scena, alla ricerca della congiunzione rivoluzionaria tra pubblico e privato, come espressione di una felicità collettiva, espressione di utilità sociale.
Il testo menziona la pressione di avvenimenti storici non sempre compresi, ma di cui si vivevano riverberi e lacerazioni anche nel mondo artistico. La sofferta incapacità di trasformare il mondo come attore conduce perciò, insieme a Goffredo Fofi e con l’ausilio del «critico dell’establishment» Franco Quadri, Bernard Dort e Franca Angelini a fondare «Scena», ambiziosa sperimentazione letteraria che ha animato il dibattito culturale per anni, senza fedeltà a alcuna linea, senza guida carismatica, bensì espressione di una molteplicità irrisolvibile, indocile veicolo di sensibilità e visioni. Vi si denuncia il nefasto epigonismo di cui Barba era responsabile, l’ambiguità di alcuni centri teatrali, il fallimento del teatro popolare, il valore del gesto nella musica, l’Odin in America Latina, la fine del parateatro e l’inizio dell’opera-processo, articolando il tentativo rivoluzionario di azione culturale. Tuttavia l’eclettismo condusse anche a dei profondi dissensi circa la linea editoriale e infine il progetto naufragò; così disse nell’intervista del 21 giugno: “Scena è stata un fallimento anche perché era “contro tutti”: aveva un taglio ipercritico, sollevando continuamente malumori negli addetti ai lavori, con l’aggiunta di innamoramenti, amicizie temporanee poi naufragate, accuse di tradimento, effettivi tradimenti reciproci. Si è rivelata sbagliata l’idea di un dibattito culturale che potesse e dovesse approfondire i motivi della ricerca teatrale”.
Accanto alla rivista si affianca il lavoro editoriale all’Enciclopedia del teatro del Novecento: testo che ha impresso gli studi teatrali in Italia ma che allora raccolse dissensi su Repubblica, L’UnitàCorriere delle Sera e la prima direzione artistica del Festival di Santarcangelo nel 1981 e poi di nuovo nel 1989; descritti come «anni di grande solitudine, intendo solitudine professionale, ovvero di rapporti mai amichevoli e solidali con coloro che svolgevano la stessa attività. Al più ci si utilizzava a vicenda».
Questo racconto in soggettiva – che si conclude con i primi entusiasmanti anni di insegnamento accademico – ripercorre con dovizia di dettagli e caustica onestà gli onori e i fallimenti di una esistenza impregnata di teatro e immersa in una temperie viva, in cui il soggetto scrivente sembra agitarsi come attore impertinente, agente di una conflittualità acuta, radicale e refrattaria a costringersi in schemi consolatori. Benché sia una rilettura ex-post non c’è lacrimosità, né alcun indugio nel tratteggiare fantomatiche epiche o epoche auree. Lo sguardo resta asciutto e lucidissimo, in grado di tenere insieme le molte istanze che hanno animato una figura brillante e profonda, complessa e talmente gravida di talenti, da essere in grado di sempre nuovi fallimenti.
“E non devi recedere d’un solo briciolo della tua persona umana, ma essere vivo, nient’altro che vivo, vivo e nient’altro fino alla fine”, B.Pasternak, PoesieGiulia Muroni

Antonio Attisani
Atto secondo. Nel mare del teatro (1966-1993)
Celid, 2018
pp.269
ISBN: 978-88-6789-109-2

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Dottoressa magistrale in Filosofia con una tesi sul rapporto tra Walter Benjamin e Bertolt Brecht, collabora con Teatro e Critica da gennaio 2017. Dal 2015 frequenta il Seminario di Filosofia delle Arti Dinamiche, presieduto da Carlo Sini e Antonio Attisani. Ha coperto un ruolo di docenza in scrittura nelle scuole superiori, nell’ambito del progetto della Regione Autonoma della Sardegna, Tutti a Iscol@ nelle annualità 2016/2017 e 2015/2016. Ha svolto attività di consulenza drammaturgica in progetti promossi da Piemonte Live dal Vivo. Negli anni 2011-2013 ha partecipato a Siena al seminario di studi di genere “Presenti Differenti”, fondato da Maria Luisa Boccia e Michela Pereira. Dal giugno 2013 al dicembre 2016 ha collaborato con la webzine Pane Acqua Culture. Una recensione del 2014 è stata pubblicata nell’ambito del progetto RIC.CI (Reconstruction Italian Contemporary Choreography anni Ottanta-Novanta) ideato da Marinella Guatterini, realizzato con la Fondazione Paolo Grassi. Ha seguito una formazione di danza classica e danza contemporanea e ha partecipato ad alcune produzioni presentate a festival e rassegne nazionali.