Brodsky, Baryshnikov, Hermanis. Un incontro tra vita e morte

Dopo il debutto a Riga, arriva al Napoli Teatro Festival Italia 2018 lo spettacolo / assolo di Michail Baryšnikov su Iosif Brodskij, diretto da Alvis Hermanis. Recensione.

foto di Janis Deinats

La voce di Michail Nikolaevič Baryšnikov, quando parla in inglese, è ferrigna e lievemente gracchiante. Diviene melodia, con alti e bassi, sincopati e meste dissolvenze sino ai sussurri, nel contrappunto in russo con l’emissione vocale, su Revox, dell’amico Iosif Brodskij: poeta, saggista, critico, Premio Nobel 1987 per la letteratura, scomparso nel 1996. Brodsky/Baryshnikov l’one-man-show del settantenne divo-assai-poco-divo Baryšnikov, (almeno nel senso corrivo del termine), segue Letter to a Man, dedicato a Vaslav Nijinskij, per la regia di Robert Wilson e precede un altro misterioso assolo curato per lui da Jan Fabre, presto in scena e perciò senza anticipazioni di sorta da parte dell’interprete che ci dice di sentirsi «solo uno strumento, un trasmettitore, da cinquanta anni sulla scena no stop».

foto di Salvatore Pastore

Creato a Riga, la città natale di Baryšnikov, nel 2015, di continuo in tournée ma al debutto italiano solo di recente al Napoli Teatro Festival Italia 2018, Brodsky/Baryshnikov – monologo o duetto in absentia di partner in carne e ossa  reca la regia del lettone Alvis Hermanis, ma quasi non ci si accorge che vi sia, tanto è minimalista. La scena è solo un elegante padiglione Art Nouveau dai vetri istoriati, con stele dalla testa di cherubino o fili elettrici scoperti che ogni tanto lanciano scintille: molto cechoviano nella sua decadenza, potrebbe valere per un Giardino dei ciliegi. Da lontano, mentre Baryšnikov entra in scena, si odono sommessi canti ortodossi che di rado abbandoneranno la performance. Lui veste in giacca e pantaloni qualunque, ma vagamente anni Cinquanta; porta con sé una valigetta e quando si siede su di una panca appoggiata al padiglione ne estrae una vecchia sveglia, alcuni libri e una bottiglia d’alcol. Inizia a leggere stando seduto, quasi scegliendo a caso testi poetici scritti dall’amico incontrato a New York nel 1974 e non più abbandonato per vent’anni, mentre sopra il padiglione sfilano le parole tradotte.

È una sorta di disturbo questo continuo slittare dalla fascinosa figura del danzatore recitante ai soprattitoli, ma inevitabile per chi non conosca la lingua russa. A un certo punto, nel silenzio che interrompe i lontani canti spirituali, dal Revox pure appoggiato ma su di un’altra panchina, si ode anche la voce di Brodskij, molto piana, senza enfasi: diversissima da quelle registrazioni filmate in cui il poeta / letterato sembra salmodiare le proprie stesse poesie. L’assetto della scena a due voci con Revox non può che ricordare l’Ultimo Nastro di Krapp. D’altra parte, ci dice Baryšnikov, «il mio amico Josif non amava il teatro, solo la poesia e il cinema: l’unico drammaturgo che tollerava era Samuel Beckett». Il regista Hermanis deve essersene ricordato, lasciando a Baryšnikov tutto il peso dello spettacolo: 100 minuti di lettura quasi ininterrotta e quasi sempre seduta o anche sdraiata, tanto per complicare l’impegno e ostacolare la respirazione del recitante…

foto di Janis Deinats

Tuttavia Baryšnikov non sarebbe Baryšnikov se non sapesse districarsi, con il suo corpo magistralmente formato, alla danza e, in tanti anni di cinema e teatro, pure con la parola. Hermanis gli ha concesso alcuni stacchi di movimento: in questi Misha entra nel padiglione, si contorce come un interprete del Butoh, spesso abbarbicato sopra una sedia bianca, distende le braccia e piega le ginocchia come un attore del Kabuki, oppure accenna a passi di flamenco. Non è perfettamente visibile da tutti i lati del teatro; è coperto dalle stele del padiglione: s’intravvede. La scelta è parte del minimalismo registico tutto teso a mettere in risalto soprattutto «la parola per rinnovare la parola», come sostiene Misha.
Difficile riconoscere da quali collezioni poetiche (tra il 1957 e il 1986) siano tratte queste rinnovate parole: saltano da un testo all’altro, talvolta sono solo frasi uniche. I temi sono quelli cari a Brodskij: l’esistenza resta fioca e noiosa nella routine, la paura o forse meglio la minaccia della morte, la nostalgia e la memoria, queste ultime trattate senza enfasi, con grande attenzione alla musicalità e alla struttura compilativa delle parole.

«Brodskij non è mai stato un uomo sentimentale; una volta giunto negli Stati Uniti – conferma Baryšnikov – conservò il ricordo del Paese dal quale era stato estradato soprattutto per l’affetto dei genitori rimasti là e ancora vivi, per gli amici abbandonati, ma senza mai lamentarsi delle tribolazioni subite sotto il regime sovietico; provava nostalgia per la lingua, gli oggetti, la cultura. Quando lo conobbi a New York, diventammo subito amici pur nella differenza di età ed esperienza – io ero fuggito volontariamente dalla Russia a 26 anni, dopo averne trascorsi sedici a Riga – e lui per me fu subito come un fratello maggiore».

foto di Janis Deinats

Brodsky/Baryshnikov non disegna il ritratto del poeta ma semmai l’incontro tra due amici, o tra la vita e la morte in un’andata e ritorno che potrebbe risuonare come vita quando Misha entra nello slabbrato boudoir Art Nouveau e accenna movimenti di danza. L’«allucinato classicismo» di Brodskij resta inciso nelle modalità di lettura del danzatore recitante, nella sua sapiente capacità di misura di ogni gesto ed espressione – si toglie la giacca, resta in gilet, si avvolge di una sciarpa sottratta alla valigetta, beve un po’ di alcol; soprattutto fa danzare le parole scavandole sino all’essenza, sino a farne pietre dure che con il loro spesso dissimulato dolore si conficcano nella carne dello spettatore.
Ascoltare a occhi chiusi, però, non conviene: la bellezza della scena, con luci meravigliose ora basse, ora accese e come vibranti, e dell’artista che da solo la riempie, è tale che si comprende il trionfo, la standing ovation riservata dal pubblico napoletano prima dell’ultima poesia scritta da Brodskij a 17 anni, ma come se prevedesse il suo futuro destino da vecchio poeta. Una profezia che dice più o meno così: «Ho vissuto al meglio che ho potuto. Vivete una vita migliore e più appagante, tutti voi… Se potete». Suona la sveglia. Stop.

Marinella Guatterini

Teatro Politeama, Napoli – Napoli Teatro Festival Italia, giugno 2018.

Prossime repliche: Maggio Musicale Fiorentino, 3-5 luglio, Teatro La Fenice di Venezia, 13-14-15 luglio.

BRODSKY/BARYSHNIKOV
Regista
Alvis Hermanis
Attore Mikhail Baryshnikov
Scenografo Kristīne Jurjāne
Light designer Gleb Filshtinsky
Suono Oļegs Novikovs
Luci Lauris Johansons
Video Ineta Sipunova
Effetti pirotecnici disegnati da International Fireworks Design
Manager di palcoscenico Linda Zaharova
Macchinisti/Sopratitoli Andris Skotelis, Kārlis Staņa
Tour manager Elīna Adamaite
Realizzazione tessuti Deanna Berg MacLean
Musica Jim Wilson “God’s Chorus of Crickets”, Kārlis Tone
Traduzione in italiano dei sopratitoli Matteo Campagnoli
Coproduzione New Riga Theatre e Baryshnikov Productions
Direzione generale Baryshnikov Productions Huong Hoang

Le date di Napoli, Firenze e Venezia della performance sono realizzate grazie al sostegno di Emanuela Barilla. La tournée italiana è organizzata da Antonio Gnecchi Ruscone
L’allestimento di BRODSKY/BARYSHNIKOV è stato incluso in “arts programme TÊTE-À-TÊTE 2015” di Boris e Ināra Teterev
Basato sulle poesie di Joseph Brodsky
Copyright © 2015, The Estate of Joseph Brodsky
Tutti i diritti riservati

Gli articoli di Teatro e Critica, che sono frutto di un lavoro quotidiano di ricerca, scrittura e discussione approfondita, sono gratuiti da 8 anni.
Se ti piace ciò che leggi e lo trovi utile, che ne dici di sostenerci con un piccolo contributo?