«Accogliere tutti i demoni». Intervista a Paola Lattanzi

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“Home Alone” – Indagine sulla costruzione del solo, il laboratorio per danzatori e performer condotto da Paola Lattanzi si terrà a Todi (a margine della rassegna Todi Off – Futuro Anteriore) dal 30 agosto al 2 settembre. Abbiamo previsto un ciclo di interviste ai tre artisti che curano le masterclass (oltre a Lattanzi, ci sono Liv Ferracchiati e Roberto Latini) per indagare il ruolo della formazione nel loro percorso autoriale e per comprendere le modalità attraverso le quali ciò che è appreso viene filtrato e restituito in sede didattica.
In questa conversazione Paola Lattanzi racconta i processi di apprendimento, desiderio e empatia che governano la sua idea di condivisione creativa.

Che cosa significa per te insegnare e imparare nel contesto delle arti performative?

Ho avuto la fortuna di formarmi in un luogo in cui ero costantemente esposta a una contemporaneità di visioni. Confrontandomi con artisti di varie provenienze scoprivo soprattutto come relazionarmi e dover spiegare le mie scelte definiva il mio lavoro. Non si insegna l’arte. Si passano metodi, tecniche, pratiche, poetiche, la mente e il corpo hanno bisogno di essere esposti continuamente a varie forme di percezione. A Todi, per esempio, gli studenti avranno l’opportunità di confrontarsi con il maestro della luce Gianni Staropoli. Nella mia pratica lavoro con l’imitazione: un’azione viene proposta, formalizzata e ripetuta ancora affinché venga acquisita dagli altri. Non parlare per ore stimola l’empatia cinetica e la semplice imitazione trascende e diventa incorporazione del pensiero che sta dietro al segno dell’altro. L’empatia è un altro mezzo del lavoro sull’adattamento, che credo sia una potente arma del performer, è un’altra forma di comunicazione. Anche se un artista ha già elaborato un suo linguaggio, deve continuare ad acquisire nuove tecniche e avvicinarsi a nuovi e diversi approcci per poter essere a proprio agio in qualsiasi sistema di regole. Il performer deve praticare l’adattamento e usare il corpo come strumento di trasformazione e di sintonia.

Che tipo di rapporto cerchi di instaurare con i partecipanti di un workshop?

Nella pratica di movimento gli studenti lavorano da diverse prospettive in relazione al loro background, alla loro curiosità, prontezza e disponibilità. Le informazioni sono processate individualmente ed è molto importante rispettare le singolarità di ognuno stimolando le loro personali intuizioni. Istinto e verbalizzazione sono i due pilastri: trovando le parole per descrivere una medesima esperienza, si rivela ogni diverso punto di vista e il vocabolario creativo che costruiamo insieme si arricchisce.
La condivisione mostra a me, in quanto guida, come rimanere creativa e allertata per procedere oltre e in maggior profondità. Cerco sempre di creare un senso di intimità, empatia e lucidità in modo che ogni idea possa essere trovata, riconosciuta e comunicata con umiltà e coraggio. Insieme, ma da soli.

Quanto conta la formazione, data o ricevuta, nel tuo processo creativo?

Se per formazione intendi il percorso di studi, gli anni all’SNDO (School for New Dance Development) ad Amsterdam sono stati per me fondamentali. È essenziale formarsi in un ambiente diverso e almeno inizialmente, non familiare. Ciò stimola la tua capacità di adattamento e inevitabilmente diventi più ricettivo. In quegli anni di immersione totale il mio corpo, il mio sentire, la mia volontà e i miei desideri si sono affinati e preparati a ricevere di più. Ho imparato a scegliere e ad apprendere. È scontato dire che la formazione non può che essere continua, che da docente hai solo un ruolo diverso nello stesso processo e che questo non può che essere empatico, dialogico e condiviso. L’identità artistica di ognuno si forma ed evolve nel momento in cui si inizia a prendere coscienza dello scarto e delle differenze con gli altri.

Perché la masterclass si intitola Home Alone?

Il titolo Home Alone si riferisce a quella mistura di sensazioni che vanno dall’eccitazione alla paura, dal senso di libertà a quello di abbandono o ineluttabilità che sperimentiamo nell’infanzia le prime volte che siamo lasciati a casa da soli. La casa è un luogo sicuro, la comfort zone per eccellenza, ma la casa vuota ispira e brama una riorganizzazione dello spazio, in un tempo alterato e con sentimenti ambigui. Questo stato è quello dell’artista all’inizio di ogni lavoro.
Home Alone è un invito ad accogliere tutti i demoni e a non ignorarli e a dar loro un corpo ascoltando le sensazioni fisiche che li accompagnano. Spesso nelle pratiche di movimento se ci sono troppe sensazioni e pochi veri sentimenti o vere azioni, il risultato rimane vago ed introverso. Bisogna quindi lavorare con le sensazioni fisiche e non solo con l’immaginazione. Ogni sensazione ha un suo luogo di origine nel corpo e segue una sua dinamica. Ho scelto di lavorare sulla creazione del solo perché voglio porre l’accento sul processo creativo inteso come modalità di connessione tra il corpo e la mente del performer. Essere fuori e dentro allo stesso tempo richiede una consapevolezza non solo del gesto fisico, ma anche dell’alterazione della qualità della presenza che esso comporta. Prima di dedicarsi al lavoro con altri corpi, credo sia prioritario accettare le proprie ambiguità e trovare il proprio animale. Solo quando esso si sarà rivelato si potrà osservare come il nostro animale si relaziona al suo ambiente e vibrare nello spazio a diverse lunghezze d’onda.

Redazione 

Scopri la masterclass di Paola Lattanzi sul sito di Todi Festival

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