«In quantità infinitesimale». Intervista a Liv Ferracchiati

“Rivoluzione privata”, il laboratorio per attori e drammaturghi condotto da Liv Ferracchiati si terrà dal 26 al 30 agosto. È una delle tre masterclass (le altre sono affidate a Paola Lattanzi e Roberto Latini) che compongono l’offerta formativa a latere della rassegna Todi Off – Futuro Anteriore. Abbiamo previsto un ciclo di interviste per indagare il ruolo della formazione nel percorso autoriale dei tre artisti e per comprendere le modalità attraverso le quali ciò che è appreso viene filtrato e restituito in sede didattica. Iniziamo con quella a Liv Ferracchiati, raggiunto al telefono mentre lavora alla scrittura di un nuovo spettacolo. 

Che cosa significa per te insegnare e imparare nel contesto delle arti performative?

Vorrei partire dalla prospettiva del discente. Prima di entrare in Paolo Grassi, ho seguito corsi di diverso carattere (illuminotecnica, disegno del suono, recitazione, drammaturgia, regia) ed è stato ovviamente importante: credo che questo tipo di esperienza offra un orientamento, fornisca le prime indicazioni. Credo però anche che la sola formazione possibile sia quella della pratica, dell’esperire. Il maestro più grande è la scena, il palcoscenico, lo spazio dove si instaura il confronto con la creazione vera e propria. Mi riferisco a questo frangente come a una sfida, un tempo in cui vivi costantemente in crisi, oscillando a ripetizione tra la sensazione di potercela fare e la sensazione di essere sconfitto. È questo “corpo a corpo” che ti rende di volta in volta più capace, più abile. Trovo molto noioso riproporre un prodotto, o una variazione sul tema; il percorso attraverso il quale raggiungo lo spettacolo è sempre diverso. La formazione avviene nel momento in cui fai teatro: si dice sempre che un attore cresca proporzionalmente alle occasioni che riceve di lavorare. Ecco, la stessa cosa vale per un drammaturgo o per un regista: diventi più bravo quanto più lo sforzo di creazione ti dà del filo da torcere.
Per quanto riguarda l’insegnamento, per me sono le prime esperienze: più che di insegnamento, vorrei parlare di “condivisione di lavoro”, un processo altamente condizionato da chi ti trovi davanti, in cui io tendo a mettere in campo quello che ho finora appreso. La sfida creativa si articola a livello intellettuale e istintivo, ha la qualità di potersi rinnovare nella sua natura di scontro con i materiali e di incontro con le persone. La vivo davvero come un’occasione di fare il punto sul mio lavoro.

Che tipo di rapporto cerchi di instaurare con i partecipanti a un workshop?

Tendo a pormi in condivisione, esattamente come accade quando costruisco uno spettacolo con gli attori: c’è orizzontalità, un tema al centro e si cerca di creare qualcosa. L’ulteriore, quello che caratterizza una masterclass, è forse la possibilità di un momento di ricerca fine a se stesso, il fatto di essere in una dimensione operativa che ti permette anche di vagare.
In fondo non credo ci sia, neppure da parte dei più grandi maestri di teatro, la possibilità di stabilire la “soluzione” di una creazione: ogni volta va ricercata. Mi succede lo stesso nella costruzione degli spettacoli: ho bisogno di non pensare al lavoro in termini di risultato puro, ma di occuparmi delle componenti transitanti, di avere cura di un processo che, tra l’altro, non si esaurisce con il debutto, ma si completa nel corso delle repliche. È uno sviluppo che chiede un tempo lento – fatto di deviazioni e di scontri – e la dimensione del laboratorio è congeniale a questo tipo di condivisione pura, non finalistica.

Quanto conta la formazione (data o ricevuta) nel tuo processo creativo?

La formazione ricevuta ti dà degli strumenti solidi e segna alcune direzioni, entro le quali impari a muoverti. Quegli stessi strumenti, se applicati in maniera scientifica e acritica, possono diventare un limite, il rischio è quello di replicare qualcosa di cui non hai ben metabolizzato il senso. Nella recitazione, ad esempio, spesso l’accademia chiede una segmentazione performativa: questa validissima indicazione, se presa acriticamente, fa pensare all’attore di dover fare “una cosa alla volta”. Ma la riproduzione del reale che la recitazione cerca passa attraverso delle tecniche capaci invece di snaturarlo, di trasfigurarlo. Credo in un tipo di formazione capace di lavorare su questo conflitto: da un lato l’indicazione, dall’altro la necessità di ridiscuterla continuamente.
L’altro pericolo, quando sei al cospetto di un grande maestro, è l’emulazione. La forza della formazione, cioè l’essere stimolati dalla prossimità di menti brillanti, può trasfomarsi nel suo limite. È anche vero che dobbiamo passare attraverso l’emulazione di tanti altri per trovare noi stessi, proprio come nella vita tra l’altro. I maestri credo insegnino proprio questo, un’eversione della loro lezione per cercare un proprio linguaggio.

Perché la masterclass si chiama Rivoluzione privata?

Al centro del progetto c’è l’idea che il teatro possa sovvertire qualcosa, magari in quantità infinitesimale e che l’accadimento di una trasformazione sia la sua stessa condizione di esistenza. Mi piace ragionare sulla possibilità che il teatro sappia trasformare le percezioni e vorrei lavorare tematicamente su questo con i partecipanti: si partirà da un nucleo autobiografico, da una piccola esperienza di sovversione, per poi inventare e filtrare i materiali attraverso un procedimento drammaturgico e di scrittura scenica. Lo penso davvero come un lavoro che si prenderà cura delle trasformazioni infinitesimali. In fondo, in astronomia, il moto di rivoluzione non è altro che un movimento attorno al proprio asse.

Redazione

Scopri la masterclass di Liv Ferracchiati sul sito di Todi Festival.

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