1984, Orwell e l’impossibile verità dei social media. Intervista a Matthew Lenton

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A pochi giorni dal debutto di 1984 di George Orwell al Teatro delle Passioni, siamo andati a Modena a incontrare il regista inglese Matthew Lenton, che ci ha rilasciato una generosa intervista su questo lavoro, sul mondo virtuale di oggi, sull’impossibilità del pensiero, sul proprio particolare processo creativo.

foto di Guido Mencari

Il 4 aprile, giorno della conferenza stampa, prendiamo un treno da Bologna alla volta di una grigia Modena. Matthew Lenton, fondatore e direttore della compagnia scozzese Vanishing Point di Glasgow (nel 2011 avevamo visto il loro Interiors) ci accoglie nel caffè del Teatro delle Passioni, in compagnia della giovane Martina Folena, incaricata di curare la traduzione in italiano e la drammaturgia di 1984, dal romanzo di George Orwell. L’Ert – Emilia Romagna Teatro Fondazione, insieme al CSS Teatro Stabile di Innovazione del FVG, produce questo adattamento affidando a Lenton la regia, alla guida di un gruppo di attori italiani (Luca Carboni, Eleonora Giovanardi, Nicole Guerzoni, Stefano Agostino Moretti, Aurora Peres, Mariano Pirrello e Andrea Volpetti). La vicenda di Winston Smith, impiegato al Ministero della Verità dello stato-continente Oceania, che tiene un diario dei fatti reali all’insaputa di quell’oscuro Grande Fratello che prescrive il pensiero unico, è – dal 1948 – considerata uno dei capisaldi della fantascienza distopica.
In una generosa conversazione, abbiamo parlato con Matthew Lenton del senso di portare oggi questo testo su un palcoscenico, della potenza del teatro, della libertà di pensiero nella società “ipercomplessa” delle reti. E del processo creativo di questo esperimento di produzione transnazionale.

foto di Guido Mencari

Innanzitutto perché hai scelto proprio 1984? Che cosa ha di importante oggi?

Non so se sia importante, io ho bisogno di trovare sempre qualcosa che sia importante nel mio modo di guardare al mondo di oggi. Il fatto principale nel mondo di Winston è che egli sa di essere oppresso, sa che è lo Stato a opprimerlo. Gli viene detto quello che può e non può fare, conosce le regole. E mi interessa il fatto che noi oggi non conosciamo le regole e che stiamo ancora cercando di capire quali siano e in che modo ci condizionino. Trovo interessante la domanda se sia più o meno spaventoso sapere di essere controllati. E se fossimo tutti controllati senza sapere di esserlo, quel che accade a Winston ci suonerebbe più spaventoso o meno spaventoso? La fantascienza ha predetto talmente tante cose che oggi si sono avverate… e forse è perché è qualcosa di universale, perché comprende l’umanità. Per me è lo stesso eterno problema con la destra e la sinistra: sembra sempre che la destra abbia maggiore successo. Nella destra trovi il capitalismo, che porta agli estremi tutto ciò che riguarda i desideri fondamentali dell’essere umano: avidità, ingordigia, desiderio di essere ricchi e famosi. E se non è arginato, diventa davvero spaventoso, come la distanza che oggi si allarga tra ricchezza e povertà. Ma il problema della sinistra è che se provi a sopprimere il desiderio umano e togliere di mezzo ogni incentivo, ogni motivazione per tentare di rendere tutti uguali ti scontri comunque con un problema: quello che la sinistra non capisce è che anche lì dentro ci sono esseri umani che finiranno per diventare avidi, finiranno per volere di più, perché sono spinti dagli stessi desideri. 1984 sembra comprendere alla perfezione la natura umana ed è per questo che ancora ci parla; non necessariamente perché tratta della libertà di parola o del controllo sulla verità dei fatti, ma perché capisce gli esseri umani e quelli che fanno.

foto di Guido Mencari

Quindi le oscure regole oggi imposte dagli algoritmi potrebbero essere paragonate al Grande Fratello?

Per me non è tanto interessante il fatto che si creino gli algoritmi, perché a farlo sono solo persone che si limitano a espandere le proprie possibilità imprenditoriali, che cercano più denaro. Non mi interessa prendermela con Mark Zuckerberg per il caso di Cambridge Analytica, perché è ovvia la ragione per cui è successo, nel percorso per espandere un’idea che non avrebbe avuto senso limitare. Trovo invece interessante il modo in cui questo influenza gli utenti e il modo in cui gli utenti rispondono. Ieri sera ero su YouTube, comincio a guardare una cosa e cinque minuti più tardi mi ritrovo a guardare filmati pieni di pathos sul ricongiungimento dei soldati con i propri figli. Che cosa stavo guardando cinque minuti prima? E perché ero finito a vedere filmati di quel genere? Perché ti trovi a seguire un percorso. E allora è come un esempio microscopico di quello che diceva John Stuart Mill a proposito della libertà di pensiero: se un cervello può essere allenato a fare qualcosa, il cervello fisiologicamente cambia e se non è più in grado di ricordare il tempo precedente all’inizio di quell’“allenamento”, sarà sempre più facile per quel cervello accettare, per esempio, che due più due fa cinque o accettare qualsiasi cosa che le forze che lo controllano volevano fargli credere. Perciò io credo di esercitare una libertà di pensiero, ma eccomi qui a guardare filmati pieni di pathos, e il mio cervello non avrebbe mai provato interesse in cose del genere dieci o vent’anni fa. E tutto ciò che sta accadendo al mio cervello facilita YouTube nel vendermi qualcosa o nell’avere sul mio cervello un certo tipo di imprinting. Quindi è questo che trovo interessante: l’idea di come viviamo all’interno di questi sistemi che ci cambiano il modo di pensare e il modo in cui funziona il nostro cervello. Allora non mi interessa tanto che un fascista dica che i migranti sono un fenomeno negativo, perché tutti sappiamo che questo direbbe ogni fascista; piuttosto voglio capire in che modo coloro che si oppongono a questa visione si comportano rispetto a quello che davvero sta accadendo. In questo senso, è una sorta di censura obbligata, a questo ti portano gli algoritmi.

foto di Guido Mencari

Che cosa intendi per censura obbligata?

Prendiamo il caso Weinstein. Tutti sappiamo che Harvey Weinstein è un mostro, ma almeno una parte del mio cervello ha detto: “Sì, ma lei che cosa pensava che sarebbe accaduto se fosse entrata in quella stanza? Perché ci è andata?”. E lì ti spaventi, perché cominci a chiederti perché se ne siano rimaste tutte zitte, tranne quelle che hanno avuto successo, come se essere andate a letto con Weinstein non fosse più qualcosa di adatto a loro. Ora, ovviamente, anche solo dire una cosa del genere ti fa sembrare misogino, ti fa apparire come un difensore di Weinstein. Eppure è una domanda legittima. Un cervello intelligente potrebbe dire: “OK, puoi porti questa domanda”, ma alla fine la mostruosità di Harvey Weinstein è molto più insidiosa rispetto a ciò che, al massimo, può essere visto come una decisione opportunista da parte di un’attrice. Eppure quella è una domanda che dovrebbe essere lecito porsi, se non fosse che, se la poni nei social media, diventi un bastardo, sei il male. E così la voce viene soppressa, non la si può ascoltare. Oppure un altro esempio è quella sorta di processo svoltosi sui social media ai danni di Woody Allen, che non è mai stato riconosciuto colpevole, non è mai neppure stato processato davvero. Eppure la figlia dice di aver subito degli abusi e tutti dicono: “Io le credo”. Ora, magari lo ha fatto davvero, magari si ha ragione a credere a lei, ma non sappiamo i fatti. Finché non sai i fatti, deliberatamente stai decidendo se la carriera di un uomo continuerà o si fermerà sulla base di quello che credi: questo è molto pericoloso. Ed è anche un po’ ipocrita perché chi è della mia stessa opinione è lo stesso che poi critica Donald Trump per il suo dire: “Fidatevi di me, sono la persona meno razzista che abbiate incontrato; Fidatevi di me, io so meglio di chiunque altro come guidare l’America”. Lo dice per poi sentirsi rispondere: “Io credo in te, io mi fido di te”. Ma dove sono i fatti? Dov’è l’informazione?

Stai ancora parlando di John Stuart Mill. Nello stesso saggio, On liberty, Mill parla della “truthful truth”, della “verità veritiera” e dice: nella formazione di un’idea non si può presumere che qualcosa sia vero fin quando non ci si confronta con gli altri, mettendo sul tavolo la stessa domanda, in modo da verificarne l’attendibilità.

Sì, esatto, e l’unico modo per verificarlo è rendersi in grado di porre domande scomode. Nella lingua inglese oggi la gente usa molto di frequente la parola “sentire” (feel) al posto di “pensare” (think). E a pensarci bene, anche qui c’è di mezzo Orwell, perché è il linguaggio che cambia. Spesso sento dire “Mi sento minacciato dalla tua argomentazione; mi sento minacciato dal fatto che non mi identifichi nel modo in cui vorrei che mi identificassi. In questo modo non abito un luogo sicuro, preferirei che non venissi a parlare nella mia università e organizzerò una protesta per fermarti, perché non mi piace quello che dici, perché mi offende, perché mi invade”. E questo è un altro problema, il fatto che la gente senta di avere il diritto di non sentirsi ferita nei sentimenti, che abbia il diritto a uno spazio di sicurezza, a un luogo sicuro. La vita non è un luogo sicuro. Perciò l’idea che si debba sempre vivere in un mondo in cui i sentimenti non vengono minacciati è molto pericoloso e il problema è che in larga parte sono i liberali a porre la questione, senza vedere che vengono usati e manipolati dalle figure di potere.

foto di Guido Mencari

Pensi che il teatro e le arti performative possano essere un buon mezzo per trattare questi argomenti?

Questa è una buona domanda. Me la pongo spesso e la risposta non mi soddisfa mai. In fondo mi rendo conto che faccio uno spettacolo perché voglio creare qualcosa di bello, voglio dirigere gli attori nel modo in cui vorrei che si comportassero, avere una scenografia che funzioni come voglio io, voglio costruire questo artefatto. E quando l’ho fatto, non posso controllare l’effetto che ha su chi lo osserva. Non credo di essere uno di quei registi che credono fermamente nel teatro, lo faccio perché lì trovo bellezza e potenza immaginifica.

foto di Guido Mencari

Come è stato lavorare con l’ERT tra Bologna e Modena?

Grandioso. Sono sempre stato abbastanza fortunato da lavorare in diversi paesi con diversi artisti. Ma raramente al primo contatto con me sono stati davvero acuti e premurosi e coinvolti come lo è stato Claudio Longhi fin dalla primissima email. Poi ci siamo conosciuti un po’ alla volta, lui è venuto a Glasgow, io sono venuto qui, una cura e un’integrità stupefacenti. E anche Martina [Folena, ndr] sta facendo un gran lavoro: traduce il testo, a volte si fa interprete tra me e gli attori, cosa non facile quando si è coinvolti in un processo che all’inizio non ha un testo. Noi creiamo il testo in sala, ogni giorno io esco con un frammento di testo. Gli attori sono splendidi, davvero. Prima di arrivare ero preoccupato che il mio modo di lavorare potesse risultare caotico, soprattutto nel poco tempo che avevamo – quattro settimane sono meno di quello a cui sono abituato. Quello che avevamo in mano era quello che il mio eroe, Stanley Kubrick, chiamava “non submersible units” (unità che non è permesso sommergere o sopprimere, ndr): per ogni film ne aveva quattro o cinque, che sapeva di dover conservare per raccontare la storia, ma non aveva necessariamente chiaro che cosa sarebbe successo tra una e l’altra. Nel nostro caso, Martina e io avevamo estratto dal romanzo le scene di solo dialogo, senza prosa. E poi avevamo il libro: dovevamo usare il libro e gli attori per riunire quelle unità, è così che funziona. Avevo così modo di offrire – nel poco tempo a disposizione – una sorta di àncora a me e agli attori, che spesso – comprensibilmente – hanno bisogno di un testo. Volevo qualcosa che all’inizio li facesse sentire al sicuro, un sentiero che – se anche coperto di erba incolta – potessero intravedere. Spesso il più grande rischio è che un attore chieda: “Che cos’è il mio personaggio?”, perché il personaggio non è ancora pronto, emerge giorno per giorno con l’attore, è qualcosa che vedi attraverso il processo. Ma questi attori sono stupendi, hanno abbracciato tutte le sfide e si comportano proprio come una compagnia, vanno d’accordo, si rispettano e si supportano a vicenda.

foto di Guido Mencari

Prima hai detto che non sei in grado di controllare l’effetto che le immagini che hai appena creato hanno sugli altri, ma mi chiedo se tu sia in grado di controllare gli effetti che hanno su di te in quanto loro creatore.

Per via dello spettacolo, sto leggendo molto a proposito di personaggi pubblici controversi e mi appassiona molto Morrissey, che dice che l’unico momento in cui sia davvero felice è quando si trova sul palco. E per me funziona un po’ alla stessa maniera, perché quando lavoro a uno spettacolo sono completamente felice e completamente infelice allo stesso tempo. Ma sei vivo, senti di star facendo qualcosa che conta, ma conta solo perché tu vuoi che sia un buon lavoro, che la gente venga a vederlo, sai che siederanno e lo guarderanno, e di esso si costruiranno un’opinione. Vuoi essere certo che ciò su cui si stanno facendo un’opinione sia davvero la cosa su cui tu volevi che si facessero un’opinione, e non una completa catastrofe risultante dal fatto che, magari, avevi poco tempo. Dopo che lo spettacolo ha debuttato, io torno a casa e, letteralmente, trascorro un mese lavando i piatti come uno che abbia subito una lobotomia. E questa cosa la adoro. Dopo qualche mese, qualcosa comincia a ribollire dentro, è come un vulcano che si prepara a esplodere. Non sono come quelli che fanno meditazione, che lavorano per essere presenti in ogni momento… vorrei non aver bisogno di quel caos, ma per me proprio non è così. Una delle cose che davvero penso è che, con tutta la questione degli algoritmi che abbiamo detto, forse tra cent’anni l’esperienza di raccontare una storia attraverso il teatro sarà una delle cose che apparirà davvero più viva, piuttosto che come viene trattato ora: “Il teatro è morto”. Il teatro è tutt’altro che morto, magari sta schiacciando un pisolino, ma credo che, se riuscirà a sopravvivere, lo farà perché è qualcosa di elementare.

Sergio Lo Gatto 

[Traduzione dall’inglese a cura di Sergio Lo Gatto]

al Teatro delle Passioni di Modena dal 10 al 22 aprile 2018
1984
di George Orwell
adattamento e traduzione Matthew Lenton e Martina Folena
regia Matthew Lenton
scene Guia Buzzi
luci Orlando Bolognesi
composizione musicale e disegno sonoro Mark Melville
costumi Gianluca Sbicca
video Riccardo Frati
con Luca Carboni, Eleonora Giovanardi, Nicole Guerzoni, Stefano Agostino Moretti, Aurora Peres, Mariano Pirrello, Andrea Volpetti

Si ringraziano gli allievi della Scuola di Teatro Iolanda Gazzerro – laboratorio permanente per l’attore, corso Allievo attore, approvato dalla Regione Emilia-Romagna e cofinanziato dal Fondo Sociale Europeo, per le preziose giornate di studio e le stimolanti discussioni sul testo.
Direttore tecnico Robert John Resteghin
direttore di scena Gianluca Bolla
capo elettricista e tecnico video Orlando Bolognesi
fonico Pietro Tirella/Alberto Tranchida
attrezzista e sarta realizzatrice Elena Giampaoli
amministratrice di compagnia Yumi Suzuki
scene costruite nel laboratorio di Emilia Romagna Teatro Fondazione
capo costruttore Gioacchino Gramolini; costruttori Riccardo Betti, Marco Palermo, Sergio Puzzo
impianti led Roberto Riccò
grafica AMS Lab
foto di scena Guido Mencari
si ringrazia per la collaborazione Peter Kelly

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Sergio Lo Gatto è giornalista, critico teatrale, ricercatore e traduttore. Alla Sapienza. Università di Roma svolge un dottorato di ricerca tra teorie della critica e filosofie del digitale. Si occupa di arti performative su Teatro e Critica. Ha fatto parte della redazione del mensile Quaderni del Teatro di Roma, ha scritto per Il Fatto Quotidiano e Pubblico Giornale, ha collaborato con Hystrio (IT), Critical Stages (Internazionale), Tanz (DE), collabora con Plays International & Europe (UK) e Exeunt Magazine (UK). Ha partecipato a diversi progetti europei di networking e mobilità sulla critica delle arti performative, è co-fondatore del progetto transnazionale di scrittura collettiva WritingShop. Ha partecipato al progetto triennale Conflict Zones promosso dall'Union des Théâtres de l'Europe, dove cura la rivista online Conflict Zones Reviews. Tra le pubblicazioni, con Graziano Graziani ha curato il volume La scena contemporanea a Roma (Provincia di Roma, 2013), con Matteo Antonaci Iperscene 3, Editoria&Spettacolo 2017.